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Spinoland (8) – #FreeKhaled: la resa dei conti tra potere e stampa libera in Algeria

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È un primo maggio inquieto, quello di quest’anno, per i lavoratori di tutto il mondo. Il posto di lavoro per molti è saltato, chissà se tornerà, e gli ammortizzatori che aiutano a superare l’ibernazione dell’economia non ci sono per tutti. Tra i lavoratori colpiti ci sono anche tanti giornalisti, alcuni dei quali subiscono un altro effetto collaterale della pandemia: la perdita della libertà di espressione, come già raccontato dal Caffè dei Giornalisti, o della libertà tout court.

È il caso di Khaled Drareni, uno dei più stimati giornalisti algerini – fondatore del giornale online Casbah Tribune e corrispondente di Reporters sans Frontières (RSF) – rinchiuso dal 27 marzo nel carcere di Tipaza. In prigione Drareni rischia di restarci per dieci anni, se verrà trovato colpevole di “incitamento a manifestazione non armata”, e “danno all’integrità territoriale della nazione”, per avere raccontato in maniera trasparente le battaglie dell’Hirak, il grande movimento della società civile, che dal febbraio 2019 scuote l’establishment algerino. È molto vicino all’Hirak, Drareni, come testimoniano alcune immagini di Berbère TV che sembrano arrivare da un’altra era. È il sei di marzo, il giornalista è appena uscito dal commissariato di polizia, dove è stato interrogato. Ora è libero, travolto dai compagni che lo festeggiano e lo abbracciano, quasi a volerlo proteggere fisicamente, prima di portarlo in trionfo sulle spalle. Drareni verrà fermato l’indomani, subito liberato, poi riarrestato il 27 marzo, in un’Algeria completamente diversa.

Dopo cinquantasei settimane consecutive, l’Hirak ha sospeso per senso civico le manifestazioni di protesta, prima ancora dell’intervento con il quale il presidente Tebboune, il 17 di marzo, ha imposto il divieto di assembramento e l’applicazione della panoplia di misure che si addicono al contrasto della pandemia. Oltre alle regole previste del distanziamento sociale però, approfittando dell’allentamento della pressione della società civile e della riconquista di un’ampia libertà di azione legittimata dall’emergenza sanitaria, il potere ha imposto un nuovo bavaglio ai media indipendenti protagonisti della primavera algerina.  

Il caso Drareni non è isolato. Il 9 aprile, le autorità hanno oscurato Maghreb Emergent – la testata economica online più importante del Paese – e Radio M, prima webradio nazionale, entrambi del gruppo Interface Médias. Dieci giorni dopo hanno staccato la spina a Interlignes, giornale online lanciato nel 2018, accusato di aver ricevuto finanziamenti dall’estero. La stretta censoria in Algeria, come in Marocco e in Tunisia, è puntellata da una nuova legge che in teoria dovrebbe punire la diffusione di fake news che  “attentano all’ordine e alla sicurezza pubblica (…) e all’unità dello Stato”, approvata mercoledì 23 aprile in un parlamento svuotato dal Coronavirus. Chi intossica il dibattito pubblico – la fattispecie è molto ampia – rischia fino a tre anni di galera.

Le prigioni stanno già tornando a riempirsi di voci scomode: giornalisti come Khaled Drareni o Sofiane Merakchi, corrispondente della TV libanese al Mayadeen, condannato lo scorso 5 aprile a otto mesi di galera per aver venduto immagini di manifestazioni ai media stranieri – o attivisti: almeno 20 arresti da inizio marzo a metà aprile. Per chi entra con l’inconfessabile qualifica di prigioniero politico, uscire non sarà facile, coronavirus o meno: anche l’Algeria, come la Turchia e il Marocco, ha escluso da un recente provvedimento di amnistia tutti i carcerati in odore di dissidenza.

Anche l’incarico affidato a Larbi Ounoughi, nuovo numero uno dell’agenzia nazionale della pubblicità – inaggirabile motore del settore media in Algeria  – di “mettere ordine” e “bonificare” il mercato espellendo “le forze illegali”, potrebbe aiutare la restaurazione tentata dalle autorità, dietro il paravento dell’emergenza coronavirus.

Il rischio è reale, ma l’Hirak ha dimostrato di essere tenace e radicato in una società algerina che dopo anni di paralisi post-guerra civile, nel febbraio 2019 ha preso coraggio e non si è più fermata. E anche all’estero, per sostenere attivisti e giornalisti algerini, si è messa in moto la campagna #FreeKhaled. Tra gli attori principali ci sono Reporters sans Frontières e Amnesty International, che ha chiamato in campo i giornalisti di tutto il mondo. Chiediamo la liberazione immediata e senza condizioni di Khaled Drareni e la fine delle limitazioni imposte alla stampa indipendente dalla controffensiva censoria della Issaba, la vecchia banda al potere che punta sul virus per sopravvivere alla primavera algerina. 

 

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