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Spinoland (7) – Giovani artisti yemeniti: caffè, musica e arte. Nonostante tutto

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Si è spento rapidamente il bagliore di speranza che si era acceso nello Yemen due settimane fa, quando l’Arabia Saudita aveva annunciato un cessate il fuoco unilaterale per contrastare il Coronavirus. Ci voleva, è vero, parecchio ottimismo della volontà, per far tacere il pessimismo della ragione che indicava nelle difficoltà riscontrate sul campo di battaglia dei sauditi, più che nelle loro preoccupazioni mediche-umanitarie, le motivazioni della tregua. Difficile quindi che i ribelli Houthi accettassero di fermarsi proprio quando avanzavano sul territorio, puntando allo strategico governatorato di Ma’rib, ricco di risorse petrolifere.

Pochi giorni dopo l’inizio ufficiale del cessate il fuoco, la Coalizione araba già denunciava 241 violazioni in quarantotto ore. Ma le stesse forze saudite-emiratine sono state accusate dagli Houthi di aver condotto trentacinque operazioni offensive e più di 250 attacchi aerei in due settimane.

Il 24 aprile, il cessate il fuoco si è ufficialmente concluso. La guerra giunta al sesto anno continua e la più grave crisi umanitaria al mondo potrebbe perfino peggiorare. Alla fine del mese, l’ONU sarà costretta a chiudere o a tagliare drasticamente metà dei suoi programmi nel Paese per mancanza di fondi, dopo che diversi donatori, USA in testa, hanno sospeso i finanziamenti perché una parte dell’assistenza è gestita dagli Houthi e sarebbe usata per rafforzare la loro posizione. Un colpo durissimo per quei ventiquattro milioni di yemeniti, circa l’ottanta per cento della popolazione, che dipende dagli aiuti. Ad aggravare la situazione, nel sud del Paese sono arrivate negli ultimi giorni anche delle pesanti inondazioni. E la cupa, ormai abituale elencazione delle tragedie che devastano lo Yemen comprime più che mai quella che i romani chiamavano l’Arabia Felix in un’immagine bidimensionale quasi priva di identità, che cancella le differenze, i chiari oltre agli scuri, di un Paese dolente ma pulsante, che non vuole morire, neanche negli occhi degli altri.

“Tutto a un tratto, da quando è scoppiata la guerra, il mio Paese agli occhi degli altri si è ridotto a questo: conflitto e morte”, ha spiegato ad al Jazeera il giovane artista Ibi Ibrahim, dedito all’hip hop – in Germania formava il duo Kabreet con il deejay Hanno Stecher – e alla video art. Lui stesso, confessa, quando nel 2018 è tornato da Berlino a Sana’a, la capitale dello Yemen oggi controllata dai ribelli Houthi, quasi si è stupito di ritrovare una società che continua a vivere, a reinventarsi e a creare.

A Sana’a, Ibrahimi ha aperto la fondazione Romooz, diventata il punto di snodo di una miriade di progetti, artistici, culturali e letterari. A Novembre 2019 nasce Arsheef (“Archivi”), la prima galleria d’arte contemporanea della città, che debutta con una mostra collettiva dedicata ai fotografi emergenti yemeniti. La galleria apre solo su appuntamento ma le immagini delle mostre sono accessibili sul suo account Instagram – anche se a velocità ridotta, lo Yemen è il Paese con la connessione Internet più lenta al mondo. Sulla pagina Facebook di Romooz girano anche le foto delle presentazioni di Phone art che si sono svolte all’inizio dell’anno al coffee shopMocha Hunters”, aperto da Hussein Ahmed, il visionario fondatore dell’omonima startup, che in tempo di guerra ha avuto la sfacciataggine di rilanciare con successo sui mercati internazionali il caffè più pregiato e antico del mondo, che cresce sulle alture yemenite. Una storia parallela e ancora più epica, quella di Mokhtar Alkhanshali, è stata raccontata dallo scrittore statunitense Dave Eggers nel bellissimo The Monk of Mokha (Il Monaco di Mokha, Mondadori, 2018). Per la cronaca, anche Alkhanshali ha trasformato la sua impresa in un successo globale, ma il suo coffee shop di Sana’a, a differenza di quello di Hussein Ahmed, è stato chiuso dagli occhiuti censori Houthi, come racconta in un articolo dedicato ai “cacciatori di caffè” Laura Silvia Battaglia, la giornalista italiana che conosce meglio il Paese.  

La fondazione Romooz ha anche rilanciato, aggiornandola, l’antica tradizione del balah, le lunghe poesie con le quali gli yemeniti dialogano o duellano. Nel progetto In the Land of Shattered Windows, (“Nella terra delle finestre spezzate”), nove giovani poeti di diverse parti del Paese si sono confrontati a colpi di lunghi messaggi audio mandati via Whatsapp, per poi ritrovarsi quasi tutti per uno spettacolo dal vivo a Sana’a.   

Sempre a Sana’a, alla fine dell’anno scorso, undici giovani scrittori (ma le candidature erano state oltre 400, 60% delle quali donne) si sono riuniti per un workshop di due settimane organizzato da Romooz e animato da Wajdi al-Ahdal, forse il più noto scrittore yemenita, uno dei pochi tradotti all’estero (in italiano: Un asino in mezzo ai suoni, Poiesis, 2010). L’esperienza è stata molto produttiva e ha portato a dicembre alla pubblicazione della raccolta di racconti brevi Conflicts. Poco dopo, alla fondazione, è iniziato anche un workshop di sceneggiatura, laboratorio di un cinema yemenita ancora tutto da inventare, ma già sulla rampa di lancio.

Per questo ad Aden – l’altro capo del Paese, anche politicamente – si dà un gran da fare il talentuoso Amr Gamal, fondatore della Khaleeej Aden Theatre Troupe, la prima compagnia a tornare in scena nel 2005 dopo la guerra civile del 1994, che da allora ha prodotto quasi uno spettacolo l’anno. Il nuovo conflitto non ha fermato Gamal, anzi. Nel 2018 il regista ha girato il suo primo lungometraggio, la commedia Ten days before the Wedding, che è anche il primo film prodotto dallo Yemen da un decennio a questa parte (la filmografia  yemenita è molto ridotta, e pochissimi film sono stati girati nel Paese, tra cui spicca Il fiore delle mille e una notte di Pier Paolo Pasolini).

Ten days before the wedding ha debuttato ad Aden, scelta come capitale provvisoria dal governo legittimo dopo aver perso Sana’a, ma de facto in mano ai secessionisti del sud. Chissà se la pellicola dalla costa riuscirà a risalire il Paese in guerra. Ora le potenziali sale di proiezioni sono chiuse dal Covid-19 ad Aden, Sana’a e altrove, o comunque scosse dalle bombe, come la Fondazione Romooz, la galleria Ashreef, e il resto dello Yemen, assediato dalla guerra, dal virus e dalla carestia ma irrimediabilmente vivo. 

[Allo Yemen, il Caffè dei giornalisti ha dedicato l’edizione 2019 di Voci Scomode]

 

 

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