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Spinoland (9) – Il caso 558 e i nuovi desaparecidos egiziani del Covid-19

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Suona come un lugubre sberleffo la versione ufficiale delle autorità egiziane sulla morte del 24enne Shady Habash, deceduto lo scorso 2 maggio nel carcere Tora di Cairo, dove era rinchiuso in attesa di processo da due anni. Stando alla dichiarazione della Procura, il videomaker avrebbe bevuto accidentalmente una miscela di acqua e alcol usata per le sanificazioni anti-Coronavirus nelle prigioni d’Egitto. 

È l’ennesimo caso di morte in cella di un prigioniero di coscienza: Habash era accusato di far parte di un gruppo terroristico e di “diffondere notizie false”, per aver diretto un video musicale che prendeva in giro il presidente al-Sisi. E il Coronavirus in Egitto in questa stagione è spesso anche movente e pretesto per togliere la libertà o la vita. 

Da quando al-Sisi si è insediato al potere nel luglio 2013, nelle carceri d’Egitto sono morti 917 detenuti – tutti casi documentati dalle Nazioni Unite – 617 dei quali per non aver ricevuto cure mediche, 136 per le torture subite da parte dei carcerieri. Shady Habash sembra rientrare nel primo caso.

“I suoi compagni di cella per diverse ore hanno tentato di chiedere aiuto, ma sono stati ignorati dal personale carcerario”, denuncia l’Istituto del Cairo per gli Studi sui Diritti Umani. Non è un’eccezione, appunto. I prigionieri di coscienza sono spesso lasciati morire in prigione in attesa di un fantomatico processo, sottolineano gli attivisti. Solo nel blocco quattro del famigerato complesso carcerario carcere di Tora – dove si trova da inizio marzo in custodia cautelare anche il ricercatore e attivista per i diritti umani Patrick Zaki – negli ultimi dieci mesi tre prigionieri politici sono stati uccisi dalla deliberata privazione delle cure, che in questa stagione trova nel Coronavirus uno strumento in più.   

La stretta repressiva avviata nel 2013 si è già accentuata nel 2016, dopo il passaggio di una legge che allarga a dismisura il concetto di terrorismo, facendovi rientrare qualsiasi forma di dissenso, inclusa la “diffusione di notizie false” (leggi sgradite) o “l’uso improprio dei social media”. E mentre il paesaggio mediatico egiziano veniva bonificato dalla chiusura di diverse riottose redazioni (almeno cinque negli ultimi cinque anni) e dall’oscuramento di centinaia di portali di notizie e blindato dalla campagna di acquisti di testate indisciplinate da parte di gruppi legati all’apparato di intelligence e sicurezza, le voci libere finivano dentro – almeno 37 i giornalisti detenuti attualmente in carcere, oltre a innumerevoli attivisti, ricercatori, artisti e dissidenti – o sparivano nel nulla, per riaffiorare poi, martoriati e senza vita, come Giulio Regeni, o in carcere.

Negli ultimi due mesi, il numero delle persone fermate o scomparse in Egitto è salito simmetricamente a quello dei casi negati di Coronavirus nel Paese. Alla corrispondente del Guardian Ruth Michaelson è andata bene. Dopo aver dato conto di uno studio scientifico secondo il quale i casi di Covid-19 nel Paese erano presumibilmente molti di più di quelli confermati dalle autorità – 7.981, all’8 di maggio – la giornalista si è vista ritirare l’accredito e ha lasciato in fretta e furia su consiglio della comunità diplomatica il Paese in cui lavorava dal 2014.

Gli egiziani e le egiziane semplicemente vengono portati via, come Atef Hasballah, direttore del sito AlkararPress, reo di aver messo in dubbio sulla sua pagina Facebook il conteggio ufficiale dei casi di Coronavirus e incriminato di “associazione terroristica”, come ha denunciato Amnesty International in un rapporto pubblicato in occasione della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, o appunto spariscono.

La 27enne Marwa Arafa, traduttrice e madre di un bambino di due anni,  è stata prelevata lo scorso 20 aprile nella sua casa del Cairo senza un mandato di arresto ed è ricomparsa solo il 5 maggio, ha fatto sapere con un tweet suo marito Tamer Mowafy, che dopo la sua sparizione forzata aveva lanciato la campagna social #FreeMarwa. “Ora Marwa è passata alla seconda fase del circolo vizioso che ha già inghiottito dozzine di nostri amici e migliaia di altri: carcerazione preventiva immotivata continuamente rinnovata senza basi legali”.

È stato questo anche il destino di Radwa Mohamed, scomparsa il 12 novembre 2019 dopo aver lanciato l’allarme via telefono con un messaggio audio all’amico e noto oppositore Mohamed Ali: “Sono arrivati, sono fuori dalla porta, sono venuti a prendermi. Sono terrorizzata”. Anche per Radwa, colpevole di aver realizzato dei video critici su Abdel Fattah al-Sisi e la moglie Intisar, era partito il tam tam sui social #رضوى_فين  (#DoveÈRadwa), prima della sua ricomparsa, nella prigione femminile di Qanater, dove la sua detenzione è stata più volte rinnovata in attesa di un processo per terrorismo e gli altri soliti reati addossati alle voci critiche.

Con un modus operandi molto simile nell’aprile del 2017 era scomparsa Zubaida Ibrahimi, salvo riaffiorare quasi un anno dopo (marzo 2018), in un programma televisivo – subito dopo che la Bbc aveva lanciato l’allarme sulla sua sparizione forzata – per assicurare che era tutto un equivoco. Quando la madre aveva denunciato le torture subite dalla figlia anche per estorcerle questa dichiarazione, era stata arrestata anche lei, con l’accusa di diffondere “false informazioni” che possono “danneggiare l’interesse nazionale”.

In quell’anno le Nazioni Unite denunciavano quasi 2.000 casi di sparizioni forzate in Egitto. Alcuni di quei desaparecidos oggi fanno parte dei circa sessanta mila prigionieri politici che si trovano nelle prigioni del Paese, tutti dei fantasmi per le autorità, visto che secondo al-Sisi in Egitto non ci sono né prigionieri politici e neanche persone che continuano a sparire, ora anche se colpevoli di sfidare la versione dei fatti delle autorità sulla diffusione del coronavirus e l’efficacia delle misure di contrasto adottate.

L’ormai famigerato fascicolo o caso 558, noto come “il Caso Coronavirus” in cui rientrano tutti coloro che “diffondono notizie false sulla pandemia” si sta rapidamente gonfiando. È  probabile che vi sia anche il nome di Marwa Arafa, accusata di terrorismo. Di certo c’è quello di Kholoud Said, 35enne, scomparsa un giorno dopo Marwa e riapparsa una settimana dopo per un interrogatorio che si è concentrato su alcuni suoi post su Facebook, critici nei confronti della gestione dell’emergenza sanitaria da parte del governo. Per questo motivo anche lei è stata accusata di terrorismo e detenuta in un luogo ignoto, spiega un rapporto di Human Rights Watch, come un numero imprecisato di egiziani: tra questi diversi attivisti, come gli alessandrini  Aya Kamal e Noha Kamal Ahmed, avvocati come Mohsen Bahnasy o semplici internauti. Tra i fermati, e poi rilasciati, vi sarebbero anche sette bambini.

Notizia che non dovrebbe stupire, peraltro, visto secondo un recente rapporto dell’organizzazione tra le migliaia di persone arbitrariamente arrestate o fatte sparire, maltrattate e torturate nell’Egitto di al-Sisi ci sono anche centinaia di bambini.  

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