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Spinoland (6) – Se il virus condanna giornalisti e prigionieri di coscienza

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Ahmet Altan
Ahmet Altan, giornalista e scrittore turco attualmente in stato di detenzione per reati di opinione

Il Coronavirus non è una “livella”, come direbbe Totò, anzi. Oramai ce ne siamo accorti (quasi) tutti: la retorica che ci vuole uguali di fronte alla pandemia è consolatoria, ma bugiarda. Il COVID-19 moltiplica e approfondisce le differenze sociali, economiche, geografiche e anche politiche, oltre a quelle generazionali, su scala globale e in ogni piccola comunità. E colpisce di più e in modo più duro chi è meno libero.
Il virus risparmia chi ha la libertà di chiudersi in casa, solo o in buona compagnia, concedendosi volontari arresti domiciliari, magari ben retribuiti, e lunghe ore d’aria, con tuta, cane, o bambino appresso. Simmetricamente mette nel mirino chi quella libertà non ce l’ha. Chi non è libero dal bisogno, chi non è libero e basta, neanche di scegliersi i compagni di cella o di ripararsi dal contagio applicando le regole di base del distanziamento sociale, che gli uomini liberi di stare da soli subiscono come una condanna. Non c’è posto peggiore in cui stare durante un’epidemia di una prigione. Non a caso la diffusione del virus è andata di pari passo con la moltiplicazione delle rivolte carcerarie, che viste in successione somigliano a una sorta di scoordinata ribellione globale in nome del diritto alla salute, anche in prigione. 

Hanno iniziato i detenuti delle sovraffollate prigioni italiane, poi si sono mossi in Brasile, nelle Filippine, in Iran, perfino nelle galere informali del nordest della Siria, dove i curdi faticano a tenere a bada i prigionieri dell’Isis. E con il divampare delle rivolte, e il timore che le prigioni potessero diventare ingestibili focolai della malattia, si è fatta strada in diversi Paesi l’idea di un’amnistia. 

Negli Stati Uniti, l’iniziativa è partita dalle città più colpite dal virus, New York in testa, che ha iniziato a liberare i carcerati sopra i settant’anni detenuti a Rikers Island. Ora anche Donald Trump sta valutando l’ipotesi di aprire le porte delle prigioni federali, per evitare una strage, come chiedono gli esperti. Nel Vecchio Continente si è mosso il Consiglio d’Europa, che lo scorso 20 marzo ha raccomandato ai 47 Stati membri di applicare  alternative alla privazione della libertà per diminuire il sovraffollamento delle carceri, e di garantire tamponi e l’accesso alle terapie intensive ai detenuti più vulnerabili.

All’appello ha risposto anche la Turchia, osservata speciale, visto il boom di carcerazioni successive al fallito golpe del 2016. Con quasi 300 mila detenuti, oggi la Turchia è il secondo carceriere d’Europa dopo la Russia. Ed è il Paese con il maggior numero di detenuti anziani: oltre 3.500 carcerati hanno più di sessantacinque anni, età oltre la quale, se in libertà, ai cittadini turchi il governo ordina di non uscire da casa. Il sovraffollamento delle 355 prigioni del Paese lascia temere il peggio. Il provvedimento di amnistia per un terzo dei detenuti turchi (90 mila persone) votato il 12 aprile dal parlamento turco – amnistia temporanea per la metà di essi, definitiva per gli altri – è stata quindi accolta con un sospiro di sollievo.

Ankara però ha usato un criterio politico per decidere chi merita di essere salvato e chi no, escludendo dal provvedimento tutti coloro che sono condannati o anche solo soggetti alla detenzione preventiva per “terrorismo”. Un reato che in Turchia può includere qualsiasi forma di opposizione politica, intellettuale o artistica al potere.

Rimarranno quindi dentro, a prescindere dalle loro condizioni di salute, dalla durata della pena e dall’aver commesso o meno atti violenti, decine di migliaia di giornalisti, attivisti, artisti, funzionari, avvocati o altri dissidenti, finiti in carcere per presunti legami con il PKK curdo, con gruppi della sinistra rivoluzionaria o con il movimento di Fethullah Gülen, ex alleato di ferro di Erdogan caduto in disgrazia, accusato di aver pianificato il fallito golpe dell’estate 2016.
Rimane ad esempio nel carcere di Diyarbakir, dove si trova dal 1996, con i suoi problemi di cuore, d’ipertensione e d’insufficienza renale, l’ottantunenne Mehmet Emin Özkan, accusato di aver partecipato a un’azione terroristica del PKK e in attesa di un nuovo processo.

Rimane nel carcere di massima sicurezza di Edirne Selehattin Demirtas, ex leader dell’HDP – il secondo più grande partito dell’opposizione – reduce da un ricovero in ospedale lo scorso dicembre per via delle sue precarie condizioni di salute (soffre di ipertensione e di problemi respiratori). Rimane dentro lo scrittore e giornalista settantenne Ahmet Altan, uno dei più lucidi e coraggiosi intellettuali turchi, fondatore del quotidiano Taras, inviso alla casta militare oltre che all’AKP, condannato all’ergastolo per presunti legami con il movimento gulenista.

Una lista completa dei casi più flagranti sarebbe troppo lunga. Più semplicemente, come ha sintetizzato dal suo esilio tedesco Can Dundar, già direttore del quotidiano Cumhuriyet, il più antico del Paese ancora in circolazione ma falcidiato dall’arresto di tredici giornalisti, “un burocrate che ha preso mazzette potrà essere rilasciato, ma il giornalista che ha denunciato il fatto resterà in galera”. E la detenzione in carcere, in una Turchia dove si sta impennando il numero dei contagi, rischia di trasformarsi in una condanna a morte, avverte Human Rights Watch, sulla base delle denunce anteriori alla pandemia della Corte Europea dei Diritti Umani e della Commissione d’Inchiesta per i Diritti Umani dello stesso parlamento turco, sulla mancanza di cure mediche ai prigionieri malati.

Il coronavirus ha portato al parossismo questa situazione di pericolo, ma denunciarlo è rischioso, indagare quasi impossibile. Il 24 marzo un esponente dell’opposizione, il cardiologo Omer Faruk Gergerlioğlu, ha segnalato due casi di COVID-19 nel carcere Sinkan di Ankara e per questo è ora sotto inchiesta “per aver diffuso il panico”.

Dall’avvocato del settantenne Ahmet Altan sappiamo che il suo assistito non ha nessun modo di proteggersi. Divide la cella con un altro carcerato e incontra ogni giorno i suoi carcerieri, che si muovono senza mascherine o guanti, in reparti privi delle misure d’igiene più elementari, che in Turchia ospitano fino a tre-quattro volte il numero di prigionieri previsti. Da Altan, dal suo straordinario Non rivedrò più il mondo (Solferino, 2018), in cui racconta il surreale processo e le sue prigioni, arriva però una richiesta a tutti noi:

“Prima di suonare le trombe della pietà nei miei confronti, ascoltate quello che ho da dirvi (…). Finora non mi sono mai svegliato in carcere, neanche una volta. Sono uno scrittore. Non mi trovo né dove sono, né dove non sono. Dovunque mi rinchiudiate, io viaggerò per il mondo sulle ali infinite della mia mente. Inoltre ho amici in tutto il mondo che mi aiutano a viaggiare: la maggior parte non li ho mai incontrati. Ogni occhio che legge quello che ho scritto, ogni voce che ripete il mio nome, mi tiene la mano come una piccola nuvola e mi fa volare sulle pianure, le sorgenti, le foreste, i mari, le città e le loro strade. Viaggio per tutto il mondo da una cella in carcere. (…) Sono uno scrittore. Potete mettermi in carcere, ma non potete tenermi in carcere. Io faccio una magia. Passo attraverso i muri.”

 

Alla Turchia, e alle restrizioni della libertà di stampa e di espressione, è stata dedicata un’edizione di Voci Scomode

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