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Spinoland #3 – L’Hirak algerino e la rivoluzione, ai tempi del lockdown

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Tra le vittime collaterali del Coronavirus ci sono anche i tanti movimenti che nel 2019 hanno riempito le piazze ai quattro angoli del mondo, da Santiago del Cile fino a Baghdad, animati da uno spirito ribelle e impertinente che si è diffuso come un virus, spingendo i contagiati a spalancare le porte di casa, riaprire le agorà, riprendersi la polis.

E ora? Tutti a casa? In piazza di certo non si può andare, anche l’applicazione più blanda della norma del social distancing decreta la morte di qualsiasi corteo o protesta collettiva, piccola o grande che sia la rivoluzione in corso. Per non parlare del lockdown: difficile dare l’assalto al Palazzo d’Inverno tenendosi a un metro di distanza dai compagni di lotta o sfidare il potere marciando da soli, con la tuta da jogging d’ordinanza, l’autocertificazione da ribelle in tasca e il cane a guinzaglio, senza allontanarsi troppo da casa (e peccato se il Parlamento sta fuori mano).

Se ne sono accorti anche gli algerini dell’Hirak (movimento), la protesta più longeva e continua, nata il venerdì 22 febbraio 2019 per dire no all’ennesima rielezione del presidente Bouteflika, al potere da vent’anni e ormai sull’orlo dell’imbalsamazione. Da allora, vista l’evidente riluttanza dell’establishment algerino a cambiare regime, l’hirak per incoraggiare la classe politica e militare a fare la cosa giusta è sceso in strada ogni venerdì per cinquantasei settimane di fila, reclamando “un’Algeria libera democratica e sociale”.

Quando ha iniziato a serpeggiare il virus, i ribelli in un primo tempo hanno risposto con un nuovo slogan “Corona wela ntouna!” (“Meglio il Coronavirus che voi!”). Poi però, dopo un aspro confronto interno, il movimento si è arreso, o meglio: ha deciso di indirizzare verso la lotta contro il virus “l’alta coscienza civica e l’attivismo sociale che abbiamo imparato dall’Hirak”, come ha spiegato il presidente della Lega Algerina per i diritti umani Noureddine Benissad.

Sono stati quindi gli stessi ispiratori della protesta a fare un passo indietro, prima che lo scorso 17 marzo il Presidente della Repubblica Abdelmadjid Tebboune annunciasse, tra le tante nuove misure restrittive, anche il divieto formale di assembramento. Così venerdì scorso per la prima volta dopo cinquantasei settimane, nelle strade del centro della capitale c’erano solo i poliziotti, perlopiù mascherati. L’annuncio del rinvio sine die della protesta campeggiava sui muri: “Oggi niente Hirak, torneremo dopo il Coronavirus».  

L’idea in realtà, come spiega un comunicato dell’Alternativa democratica algerina, il principale polo dell’opposizione, non è di sospendere, ma di “trasformare questa formidabile rivoluzione popolare, celebre al mondo per la sua ingegnosità e il suo pacifismo, in una nuova abilità collettiva di fronte al pericolo per la salute che ci attende”. Ma è diffuso il timore che il potere possa cogliere l’opportunità dell’emergenza sanitaria per soffocare il movimento e arrestare il processo di democratizzazione.  Ed è un timore che si è rafforzato negli ultimi giorni, dopo la condanna a un anno di galera per “incitamento alla violenza” e “attentato alla sicurezza nazionale”, comminata dalla corte d’appello di Algeri a Karim Tabbou, uno dei leader dell’opposizione, reo di aver criticato sulla sua pagina Facebook l’ingerenza dell’esercito nella vita politica nazionale.

Oltre alla partecipazione da inventare alla lotta contro il Coronavirus, tocca farsi venire delle idee per continuare la protesta. Ripiegare nelle piazze virtuali non basta. La celebrazione delle reti sociali come strumento della rivolta è fuorviante, sono efficaci mezzi di diffusione e di organizzazione della protesta, ma se poi non porti i corpi in piazza, l’impegno rischia di esaurirsi nello slacktivism (attivismo pigro), a colpi di hashtag e retweet dal soggiorno di casa, che irritano il potere ma certo non lo fanno vacillare. Cto delat?, si chiederebbe Lenin. Che fare?

Alcuni algerini guardano con interesse a ciò che accade alle finestre e sui balconi d’Italia ogni giorno alle sei.  Se canti e balli fossero convertiti alla lotta politica, magari sostituendo Volare con gridi di battaglia come “Qolna issaba Trouh, ya hna ya ntoum!” (“Abbiamo detto che la banda criminale deve andarsene, o noi o loro!”, il principio “Tutti insieme ma ciascuno a casa sua” potrebbe diventare una dichiarazione programmatica minima per proseguire la lotta.

Del resto i brasiliani lo stanno già facendo, dal 18 marzo, mandando in scena dalle finestre di Rio e San Paolo i più assordanti panelação o cacerolazo (l’ormai classica protesta spontanea latinoamericana, a colpi di pentole e casseruole) da quando Jair Bolsonaro si è insediato alla presidenza. Certo è che qualcosa deve inventarsi chi vuole mandare avanti la rivoluzione ai tempi del Coronavirus.

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