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World Press Photo: speranze e proteste di un mondo davanti all’obiettivo

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Straight Voice, la fotografia vincitrice del World Press Photo 2020. Di Yasuyoshi Chiba, Giappone, per France-Presse

Si terrà in Italia la prima esposizione 2020 del World Press Photo, il più grande concorso di fotogiornalismo al mondo, nato ad Amsterdam nel 1955 per tutelare la libertà di informazione, inchiesta e espressione come diritti inalienabili e promuovere il foto-giornalismo di qualità.

Dopo aver dovuto annullare le tappe primaverili per le restrizioni dovute al coronavirus, la mostra verrà inaugurata venerdì 18 settembre (se l’emergenza sarà rientrata) a Torino, organizzata dall’Associazione C.I.ME. – Culture e Identità Mediterranee negli spazi dell’Ex Borsa Valori della Camera di Commercio di Torino.

I vincitori, selezionati da una giuria internazionale, sono stati scelti tra i lavori di 4.282 fotografi, provenienti da 125 Paesi per un totale di 73.996 immagini. In finale sono arrivati 44 fotografi di 24 Paesi. Vince il World Press Photo of The Year il giapponese Yasuyoshi Chiba dell’agenzia France-Presse con “Straight Voice”, immagine di un ragazzo, illuminato dalla luce dei telefoni cellulari, che, in una manifestazione in Sudan, recita una poesia di fronte ad altre persone che lo applaudono. Per cercare di disinnescare le proteste le autorità hanno imposto blackout e chiuso Internet. I manifestanti hanno così comunicato tramite sms, passaparola e usando megafoni e la resistenza al governo militare è continuata. Nonostante un altro severo giro di vite il 30 giugno, il movimento democratico alla fine è riuscito a firmare un accordo di condivisione del potere con i militari il 17 agosto scorso. Chiba è Chief Photographer per l’Africa orientale e Oceano Indiano, attualmente fa base a Nairobi, in Kenya. 

Romain Laurendeau, Francia. Kho, la genesi di una rivolta. Itifosi di una partita di calcio, novembre 2014

Il francese Romain Laurendeau vince invece il World Press Photo Story of the Year, con un lavoro sulla gioventù algerina dal titolo “Kho, la genesi di una rivolta”. Kho, significa “fratello” nell’arabo nord-africano colloquiale. Il reportage parla del profondo disagio della gioventù algerina che, osando sfidare l’autorità, ha ispirato il resto della popolazione a unirsi all’azione, dando vita al più grande movimento di protesta in Algeria degli ultimi decenni. Secondo un rapporto dell’Unesco, i giovani rappresentano oltre la metà della popolazione algerina e il 72% dei minori di 30 anni in Algeria è disoccupato. La disoccupazione porta alla noia e alla frustrazione nella vita quotidiana e molti giovani si sentono disconnessi dallo Stato e dalle sue istituzioni. Il calcio, per molti, diventa sia un’identità sia un mezzo di fuga, con gruppi quasi politici di fan, “ultras” che svolgono un ruolo importante e talvolta violento nelle proteste. Nel febbraio 2019, migliaia di giovani dei quartieri della classe operaia sono scesi in piazza in quella che è diventata una sfida a livello nazionale per il regno del presidente Abdelaziz Bouteflika. Laurendeau ha lavorato a progetti a lungo termine come fotografo professionista in Francia, Senegal, Algeria, territori palestinesi e Israele. Dopo un trapianto di cornea nel 2009, ha deciso di viaggiare per documentare la condizione umana in tutti i suoi aspetti sociali, economici e politici.

Foto di Fabio Bucciarelli, Italia, L’Espresso. Una ribellione contro il neoliberismo

Sei gli italiani presenti in finale: Alessio Mamo, Daniele Volpe, Lorenzo Tugnoli, Luca Locatelli, Fabio Bucciarelli, Nicolò Filippo Rosso. Fabio Bucciarelli si è aggiudicato il secondo premio nella “Categoria general news, storie” per un servizio realizzato per L’Espresso sulle proteste in Cile, iniziate a ottobre 2019 dopo l’approvazione di una legge sull’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana della capitale e proseguite per denunciare soprattutto le forti disuguaglianze economiche e sociali del paese.

Il cuneese Nicolò Filippo Rosso è giunto terzo nella “Categoria contemporary issues, storie” con un lavoro sugli effetti della crisi politica e socio-economica in Venezuela e sulla migrazione dei venezuelani in Colombia.

Nicolò Filippo Rosso, Italia, Exodus. Migranti salgono su un camion vicino al confine tra Colombia e Venezuela, a La Guajira, in Colombia. 6 luglio 2018.

Anche sulla mostra World Press Photo, come su tutti gli altri eventi previsti per i prossimi mesi, pende il grosso punto interrogativo legato alla gestione degli spazi e alla sicurezza delle persone: ingressi contingentanti, misure di sicurezza potenziate, meno accessi. Uno sforzo che il presidente di Cime Vito Cramarossa è pronto ad affrontare: «Quest’anno, più che mai, il nostro lavoro è messo a dura prova dalla situazione legata alla pandemia, da un punto di vista sia organizzativo sia economico. A tal proposito, ci impegneremo per tutelare i visitatori della mostra». Siamo all’inizio di un nuovo modo di gestire gli eventi e la cultura: «Ritengo che mai, come in questo momento, la cultura necessiti del sostegno delle istituzioni e dei partner privati. La Camera di Commercio di Torino e il Comune di Torino ci sono sempre stati vicini, oggi più di ieri politiche culturali lungimiranti e una forte sinergia pubblico-privato potranno permetterci di garantire una mostra internazionale la cui presenza non è del tutto scontata».

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