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Censura e pandemia: quando gli Stati “usano” il virus contro la stampa

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Come impedire alla disinformazione di diffondersi quanto la pandemia? Reporter senza frontiere (RSF) ha lanciato Tracker 19: uno strumento per monitorare una crisi globale senza precedenti, per valutare gli impatti del coronavirus sul giornalismo e offrire consigli su come difendere il diritto all’informazione. Molti governi hanno iniziato ad approfittare della crisi sanitaria per rosicchiare, qua e là, le libertà di stampa e reprimere i media indipendenti; quello che per alcuni è un momento di sofferenza, per altri è una ghiotta occasione per consolidare il proprio potere a scapito di media e giornalisti.
Per questo è sceso in campo “Tracker 19”, chiamato così in riferimento non solo al Covid-19, ma anche all’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Il suo scopo? Documentare la censura e la disinformazione e l’impatto sul diritto ad avere notizie e informazioni affidabili. Fornirà, inoltre, consigli su come difendere il giornalismo dagli attacchi della censura. Senza giornalismo – spiegano a RSF – l’umanità non potrebbe affrontare nessuna delle principali sfide globali come la crisi climatica, la perdita di biodiversità, la discriminazione nei confronti delle donne e la corruzione. Ma, oggi, sono proprio il giornalismo e la libertà di stampa a essere sotto attacco, grazie all’uso della crisi sanitaria come pretesto per apportare limitazioni che, altrimenti, non sarebbero mai passate sotto silenzio.

Li Wenliang. Il medico che per primo ha cercato di informare della gravità del coronavirus. E’ stato prima richiamato al silenzio dal governo ed in seguito è morto per il contagio.

«Alcuni dei centri più attivi dell’infezione da Covid-19, come la Cina e l’Iran, sono paesi in cui i media non sono stati in grado di svolgere il proprio ruolo di informazione del pubblico – dice il segretario generale della RSF Christophe Deloire. C’è un urgente bisogno di dare un resoconto esaustivo e onesto degli ostacoli alla libertà di stampa e dei tentativi di manipolazione delle informazioni che si sono riscontrati durante questa epidemia. Dobbiamo offrire soluzioni che consentano ai giornalisti ora e domani di fornire informazioni affidabili. La censura non può essere considerata come una questione interna di un Paese. Il controllo delle informazioni in un determinato Paese può avere conseguenze in tutto il pianeta e oggi ne stiamo subendo gli effetti. Lo stesso vale per disinformazione. In questo modo le persone prendono decisioni sbagliate». RSF si è organizzato in tutto il mondo per garantire che Tracker-19 rimanga il più operativo possibile. I dati raccolti provengono dalla sua rete di uffici e corrispondenti. Tracker-19 offre una mappa del mondo interattiva sulla situazione della libertà di stampa, una copertura costante degli sviluppi e un’analisi delle questioni chiave. «Rendo omaggio al lavoro dei giornalisti di tutto il mondo che stanno assumendo rischi e che si espongono al virus per raccontare ciò che sta accadendo – continua Deloire – Stanno svolgendo una funzione sociale essenziale».

Secondo Adam Foldes, consulente legale di Transparency International, limitare l’accesso del pubblico alle informazioni durante una crisi è un grave pericolo: «Se si guarda alla storia, dagli anni ’80 in poi, che si tratti di Chernobyl, o più tardi in Cina, o la storia contaminata del latte in polvere per bambini, quando le informazioni sono state taciute hanno causato danni ancora maggiori e più morti. In teoria i governi dovrebbero fornire quante più informazioni possibile. Le restrizioni del “diritto di sapere” dovrebbero essere molto circostanziate». Nel frattempo, in Ungheria, il governo ha appena approvato una legge che concede poteri speciali in situazioni di emergenza. Tra questi, anche il potere di punire coloro che diffondono “informazioni false” sulla pandemia con un massimo di cinque anni di carcere. Secondo il Primo Ministro Viktor Orbán ciò aiuterà a combattere il coronavirus ma opinione preponderante è che sia stata usata un’emergenza come scusa per ottenere pieni poteri: perché un politico può decidere quale notizia è vera e quale falsa? Su quali basi prenderà queste decisioni?

In Egitto, una giornalista del Guardian  ha dovuto lasciare il Paese dopo aver riferito uno studio condotto da specialisti in malattie infettive dell’Università di Toronto, in cui si affermava che probabilmente il Paese avrebbe molti più casi di coronavirus di quanti confermati ufficialmente . Nelle Filippine, secondo la CNN, i giornalisti possono essere condannati a pene detentive fino a due mesi per “diffusione di informazioni false” sul virus e a una multa fino a ventimila dollari. In Iran sono state sospese le pubblicazioni stampa e le autorità hanno iniziato a contenere in modo aggressivo le informazioni indipendenti sul virus, ordinando ai media di utilizzare le statistiche ufficiali per la copertura di COVID-19.

Negli Stati Uniti, il presidente Trump ha sminuito la stampa per la sua copertura del virus e, a proposito della disinformazione sul coronavirus, ha detto che “ogni Paese lo fa“. Trump ha poi attaccato il reporter della NBC News Peter Alexander dopo che gli aveva chiesto cosa avrebbe detto agli americani preoccupati per il virus, una domanda che Alexander ha poi definito “un’opportunità per il presidente di rispondere a una domanda semplice”. Non se la passano meglio in Turkmenistan, dove ai media statali è stato addirittura proibito di usare la parola “coronavirus”. Dai depliant informativi che erano stati diffusi nelle scorse settimane nelle scuole e negli ospedali, con le istruzioni per prevenire il contagio, la parola “coronavirus” è stata sostituita con “malattia” o “infezione respiratoria”. Non per niente il paese è al 180esimo posto – l’ultimo – nella classifica di RSF sulla libertà di stampa.

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