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Rsf, indice libertà di stampa 2020: combattere il virus dell’autoritarismo

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Cinque aree di crisi e una pandemia mondiale. Gli elementi chiave della nuova edizione dell’Indice mondiale della libertà di stampa di Reporter senza Frontiere non possono prescindere dall’emergenza sanitaria che sta fermando il mondo. E che, inevitabilmente, ha numerose ripercussioni anche sul mondo dell’informazione.  «Stiamo entrando in un decennio decisivo per il giornalismo – ha dichiarato il segretario generale della RSF, Christophe Deloire – poiché la pandemia sta evidenziando i fattori negativi che minacciano il diritto ad avere informazioni affidabili».

Dai dati raccolti in 180 Paesi e territori emerge, infatti, una chiara correlazione tra la soppressione della libertà dei media, in risposta alla pandemia di coronavirus, e la posizione nell’indice. Qualche esempio: la Cina (177° posto) e l’Iran (al 173° posto) hanno censurato ampiamente i loro maggiori focolai di coronavirus. In Iraq (in calo, al 162° posto), le autorità hanno revocato la licenza a Reuters per tre mesi dopo che ha pubblicato una storia in cui si analizzavano i dati ufficiali del coronavirus. Anche in Europa il primo ministro ungherese Viktor Orbán (il suo Paese è in calo, all’89° posto), non solo ha ottenuto i pieni poteri per gestire l’emergenza ma ha anche fatto approvare una legge, legata alle notizie diffuse in tema di coronavirus, con pene detentive fino a cinque anni per chi diffonde quelle che le autorità ritengono essere false informazioni. Secondo Deloire, la crisi della salute pubblica offre ai governi autoritari l’opportunità di attuare la cosiddetta “dottrina dello shock”, quella che viene proposta quando la popolazione è destabilizzata e che permette di imporre misure che sarebbe impossibile, o molto difficile, varare in tempi normali.

Rsf individua, inoltre, cinque aree fondamentali che, nei prossimi dieci anni, peseranno sul futuro del giornalismo. Ed è interessante esplorarle: la prima è una crisi geopolitica, dovuta alla aggressività dei regimi autoritari; dopodiché, una crisi tecnologica cagionata dalla mancanza di garanzie democratiche; inoltre, una crisi democratica legata alla polarizzazione e alle politiche repressive; infine, una crisi di fiducia (alimentata dal sospetto se non dall’odio nei confronti dei media) e una crisi economica, che contribuirà a impoverire il giornalismo di qualità.
Questo è lo scenario in cui dovranno muoversi i giornalisti. Come difendersi, quindi, e continuare a produrre un’informazione libera e obiettiva? Molto dipenderà dal luogo in cui si svolgerà la professione. Per questo, l‘annuale classifica di Rsf diventa, ancora di più,  un parametro per tenere sotto controllo e misurare il tasso di libertà del mondo colpito dalla pandemia.

Analizzando i dati sugli Stati “migliori” e “peggiori” della classifica, è peculiare la posizione della Norvegia, che si piazza in testa all’indice per il quarto anno consecutivo; la Finlandia è, di nuovo, assestata in seconda posizione. Seguono altri Paesi del Nord Europa: la Danimarca (3° posto), la Svezia (al 4°) e i Paesi Bassi (al 5°). Dall’altro capo della classifica, guadagnano la maglia nera – con variazioni minime rispetto al passato – la Corea del Nord (al 180°), preceduta da Turkmenistan (179°) ed Eritrea (178 °), che è anche il Paese con il peggior ranking del continente africano. Scivolano Haiti, dove i giornalisti sono stati spesso presi di mira durante violente proteste nazionali, le Comore e il Benin, che hanno visto un aumento preoccupante delle violazioni della libertà di stampa.

L’Europa continua a essere il posto più favorevole per la libertà dei media, nonostante le politiche oppressive in alcuni paesi dell’Unione e dei Balcani. Sempre più giornalisti del Vecchio Continente stanno subendo le conseguenze di un declino dello Stato di diritto, degli assalti, delle minacce online e dei problemi finanziari. Il piano d’azione annunciato dal vicepresidente della Commissione europea per i valori e la trasparenza, Věra Jourová, prevede il rafforzamento della libertà dei media, rendendo i social network più responsabili e proteggendo il processo democratico. Se le istituzioni dell’UE attribuiscono tanta importanza alla libertà di stampa, è perché il pericolo di contraccolpi è pienamente riconosciuto.
In tutta Europa, le difficoltà finanziarie hanno portato alla concentrazione della proprietà dei media e, di conseguenza, a nuove minacce alla libertà del giornalismo. In tutta l’Europa centrale e orientale, il giornalismo televisivo è stato minato dai continui attacchi dei governi all’indipendenza editoriale dei media pubblici. E anche nell’Europa occidentale i nuovi metodi di gestione finanziaria tra le emittenti pubbliche mostrano scarso rispetto per la libertà di informazione.

Per venire all’Italia, l’Indice segnala circa 20 giornalisti italiani sotto protezione della polizia 24 ore su 24 a causa di gravi minacce o tentativi di omicidio da parte della mafia. Il livello di violenza contro i giornalisti continua a crescere, soprattutto a Roma e nella regione circostante, e nel sud. In Campania, ad esempio, l’editore di un portale di notizie locali è riuscito a sfuggire a un tentativo di omicidio, nel novembre 2019, da parte di una famiglia mafiosa. Un’azione violenta pensata come rappresaglia per le notizie investigative pubblicate dal suo giornale online. A Roma, alcuni giornalisti sono stati attaccati fisicamente nel corso del loro lavoro da parte di membri di gruppi neofascisti, e verbalmente da parte di alcuni esponenti del Movimento cinque stelle. Nel complesso, spiega il rapporto, i politici italiani sono meno virulenti nei confronti dei giornalisti rispetto al passato, ma il giornalismo rischia comunque di essere indebolito da alcune decisioni del governo: come una possibile riduzione degli aiuti statali, già pressoché azzerati con le riforme degli ultimi anni, in favore dell’industria dei media.

 

 

Pubblicato ogni anno dal 2002, il World Press Freedom Index valuta il livello di pluralismo, l’indipendenza dei media, l’ambiente in cui si trovano a lavorare e l’autocensura, il quadro giuridico, la trasparenza e la qualità delle infrastrutture che supportano la produzione di notizie e informazioni. Non valuta la politica del governo. Gli indicatori globali e regionali sono calcolati sulla base dei punteggi registrati per ciascun paese. Questi punteggi per paese si basano sulle risposte a un questionario in 20 lingue compilato da esperti di tutto il mondo e supportato da un’analisi qualitativa. I punteggi misurano vincoli e violazioni, quindi maggiore è il punteggio, peggiore è la situazione.

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