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Giornalisti e pandemia: la valigia degli strumenti per i freelance

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Si va dai grant (fondi) destinati esclusivamente al coverage sul Covid-19 ovunque nel mondo, ai webinar (seminari via Web) per comprendere il fenomeno e acquisire da colleghi più esperti le tecniche per proteggersi fisicamente; da discussioni online sulle implicazioni deontologiche nell’approccio a malati e soggetti deboli, al debunking (cioè la smitizzazione) di ogni forma di disinformazione sulla pandemia. E poi, non si lesina sull’analisi degli andamenti di mercato e sugli effetti che il Coronavirus ha sul mondo delle news e sui soggetti economicamente più esposti: i freelance. Nei due mesi più lunghi e isolati dell’anno, in cui il più giovane virus del ceppo Sars è arrivato in Europa e poi in America, si sono moltiplicati gli strumenti di lavoro per i giornalisti. Ed è un caso del tutto eccezionale perché, improvvisamente, si sono coagulate in un’unica esigenza le tecniche specifiche del giornalismo in aree di crisi (terremoti, tsunami, guerre, rivolte di piazza, stragi e pandemie) con le competenze scientifiche necessarie per maneggiare una materia tanto delicata e pericolosa, insieme al giornalismo dei dati, per procedere sia sulla linea della verifica delle informazioni, sia sulla investigazione delle azioni che i governi – autoritari e non – stanno intraprendendo nei confronti dei loro cittadini.

Il Reuters Institute of Journalism di Oxford fornisce due rapporti cruciali sulla relazione pandemia/narrazione della pandemia: la cosiddetta infodemic. Nel primo, partendo dai dati di un sondaggio raccolti dalla fine di marzo all’inizio dell’aprile 2020, in Argentina, Germania, Corea del Sud, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti  (sei Paesi con una popolazione di oltre 600 milioni, con diversi sistemi mediatici e diversi sistemi politici) si analizza come gli utenti accedono a notizie e informazioni sul Covid-19, come valutano l’affidabilità delle diverse fonti e delle piattaforme su cui si basano e quanta disinformazione sostengono provenire da fonti diverse e su piattaforme diverse. L’analisi comprende una differenziazione del campione per età, istruzione e orientamento politico, per ognuno dei sei Paesi. Nel secondo, si analizza un campione di 225 esempi di disinformazione giudicati falsi o fuorvianti dai fact-checker della piattaforma First Draft, tra quelli dei pubblicati in lingua inglese tra gennaio e fine marzo 2020. Nel database vengono identificati alcuni dei principali tipi, fonti e citazioni categorizzabili nella “misinformation da Covid-19″ registrata finora sui media. Interessante sapere che, in termini di format, la maggior parte (59%) della disinformazione presa a campione coinvolge varie forme di riconfigurazione, in cui informazioni esistenti e spesso vere vengono trasformate, distorte, ricontestualizzate o rielaborate. Il 38%di questa misinformation è stata completamente fabbricata. In termini di fonti, la disinformazione dall’alto verso il basso da parte di politici, celebrità e altre figure pubbliche di spicco rappresentava solo il 20% delle citazioni di questo campione, ma diventava il 69% del totale dei contenuti condivisi sui social media. In termini di risposte, le piattaforme di social media hanno rimosso la maggior parte dei post classificati come falsi dai fact-checker, ma su Twitter il 59% dei post classificati come falsi rimane ancora attivo. Da tenere sott’occhio la rivista online con relativa newsletter della Columbia University, che fornisce uno sguardo informato su pubblicazioni scientifiche accreditate, già prima sul cambiamento climatico e, oggi, anche su Covid-19.

Il fronte dei webinar per i giornalisti è molto ampio, ricco e di qualità. Si va dal Dart Center (un istituto con base a New York e Londra, specializzato nel fornire ai giornalisti e ad altre figure professionali supporto per tutte le implicazioni e le conseguenze psicologiche che il lavoro in aree di crisi comporta) che ha organizzato una serie di webinar con docenti, esperti di disastri ambientali, giornalisti e fotografi in aree di crisi, psicologi, a Ijnet a Icfj che stanno offrendo in diverse lingue (inglese e spagnolo) approfondimenti sugli aspetti scientifici e sulle implicazioni collegate alla libertà di movimento, espressione, stampa. La Thompson Foundation ha lanciato un corso completo (online e non) e che copre una serie di necessità, inclusi gli aspetti tecnici relativi al tipo di equipment da utilizzare, prevalentemente smart e mobile. Ancora, Jinet non dimentica l’importanza cruciale della sicurezza digitale, in un momento in cui si assiste a un passaggio molto delicato sulla sorveglianza di massa e dedica un intero corso online allo sviluppo di queste competenze.

Per chi (e sono molti, ormai) non crede più al giornalismo solitario, alle collaborazioni con i media tradizionali e desidera imbarcarsi in progetti di lunga durata, seri e finanziati, in team insieme ad altri colleghi fotografi e filmmaker, nuove opportunità di grant sono state attivate negli ultimi 30 giorni. L’European Journalism Center ha promosso uno specifico grant per sostenere i giornalisti europei che lavorano e lavoreranno sui temi collegati alla pandemia; idem il Pulitzer Center e il National Geographic, ma su scala globale. Quest’ultimo grant, in particolare, pone l’accento sulla trasmissione di notizie in Paesi dove c’è una carenza di informazioni verso la cittadinanza sul Covid-19 ed è progettato per fornire rapidamente supporto per lo sviluppo di storie individuali e di una serie più lunga di contenuti con modelli di distribuzione sia locali che iper-locali.

Non un grant ma una chiamata alla collaborazione è quella che propone l’Icij (Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi), fedele alla sua vocazione investigativa, tracciando tutte le mancanze di trasparenza e le azioni contro i giornalisti da parte di governi autoritari e non.  Un osservatorio sulla libertà di stampa, in questo frangente, è stato proposto anche da almeno tre organizzazioni attive in questo monitoraggio. Si tratta di Reporters sans frontieres, del Cpj, (il Comitato di protezione dei giornalisti, che ha anche attivato una campagna in difesa della libertà di stampa all’hashtag #FreeThePress)e, infine, l’Index on censorship che sta mappando, con l’aiuto del pubblico, ogni episodio di intolleranza, limitazione e censura delle libertà di stampa nei vari Paesi del mondo.

Infine, per la categoria più impegnata nella copertura della crisi pandemica, ma più esposta, in termini di rischi personali, sia sanitari sia economici, ossia i giornalisti e gli operatori dell’informazione freelance, il Frontline Freelance Register che è un’organizzazione indipendente formata da giornalisti freelance in aree di crisi in tutto il mondo, fornisce ai propri soci un’assistenza particolare, grazie alla sua attività di advocacy, cioè consulenza e tutela. La problematica più macroscopica rilevata è il fatto che, da quando il Covid-19 è stato dichiarato una pandemia, le polizze assicurative sui viaggi e sugli incidenti stipulate dopo il 15 marzo 2020 non coprono più un giornalista freelance che si ammala di Coronavirus. I giornalisti freelance saranno maggiormente colpiti dal fatto che molti di loro non hanno l’assicurazione medica o sanitaria di cui godono i giornalisti contrattualizzati; se sono malati e incapaci di lavorare, non possono guadagnarsi da vivere per sostenersi. A questo proposito, l’FFR sta monitorando tutti i casi di media e aziende internazionali che agiscono in contrasto con i principi sulla sicurezza dei giornalisti freelance della ACOS Alliance (A culture of safety Alliance) di cui molti media sono già firmatari e sta lavorando per eventuali sostegni in sede legale e per sviluppare forme assicurative speciali in sostegno a questa categoria professionale.

Per coprire concretamente le necessità più urgenti, sono comunque già stati lanciati diversi fondi per soggetti singoli, team e organizzazioni. In collaborazione con il Rory Peck Trust, è stato stanziato il fondo COVID-19 Hardship Fund che fornirà aiuti pratici e finanziari ai giornalisti il cui lavoro e le condizioni di vita siano state peggiorate dall’epidemia in corso. Anche IWMF (International Women’s media foundation) ha aperto un fondo destinato a giornaliste in gravi difficoltà finanziarie, che hanno perso il lavoro, che sono state recentemente licenziate o che hanno urgentemente bisogno di assistenza per non incorrere in conseguenze peggiori e irreversibili. Film and Tv charity ha lanciato il Covid-19 Emergency Relief Fund per assistere i lavoratori dell’industria televisiva colpiti dalla pausa nelle riprese e nella produzione causate dalla pandemia globale. E Internews, infine, ha lanciato un fondo di risposta rapida da 100 mila dollari per singola organizzazione da rendere immediatamente disponibile per fornire supporto immediato al giornalismo locale nel mondo. Il fondo potrà raggiungere il massimo di un milione di dollari in donazioni.

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