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World press freedom day: la libertà di stampa e i suoi nemici

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La ricorrenza della giornata mondiale per la difesa della libertà di stampa evidenzia come ci sia ancora molto da battersi, in vari Paesi del mondo, affinché questo diritto sia preservato. E, come confermato da diverse organizzazioni di monitoraggio della libertà di stampa – da Reporters sans frontieres al CPJ, da Index on censorship a Internews – la pandemia globale sta dando una sterzata in negativo a questo diritto, sia nei regimi autoritari sia nelle democrazie. La problematica delle conseguenze del law enforcement accomuna tutti i Paesi del mondo, in misura diversa, a causa dell’accentramento di poteri eccezionali sugli esecutivi, ai fini del contenimento del contagio.

Il Medio Oriente, con la sua vastità e varietà di Paesi e di strutture statuali (dalle monarchie agli emirati e sultanati, dalle repubbliche parlamentari islamiche a quelle laiche, fino alle repubbliche presidenziali) non è da meno e i segnali di allarme sono diffusi. Nei mesi scorsi, gli episodi più rilevanti che hanno coinvolto giornalisti e testate, riguardano certamente l’Iran, l’Iraq, il Bahrein e, nell’arco dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, la Giordania, la Striscia di Gaza e l’Algeria, al netto del fatto che ben cinque quotidiani stampati hanno ricevuto l’ordine di stop alle pubblicazioni in Iraq, Yemen, Marocco, Giordania e Iran, con la motivazione che la diffusione di materiali cartacei potrebbe favorire l’espansione del virus.

Come spesso accade, il peggior trattamento è riservato ai disegnatori satirici. L’Iran ha appena arrestato Masoud Heyraru e Hamid Haghjoo che, per la semi-ufficiale Ilna agency, avevano diffuso sul canale di messaggistica Telegram, una serie di vignette satiriche, critiche nei confronti dell’establishment governativo e della discutibile gestione della crisi sanitaria. Stessa sorte è accaduta a Ismaeel el Bozor, arrestato a Gaza dall’autorità di Hamas per avere ironizzato nei confronti del tema isolamento/pandemia e delle blande modalità con cui il governo di Hamas aveva reagito al problema.

Se l’Algeria ha bloccato tre siti on line di notizie con l’accusa per i direttori di diffondere notizie false (in Algeria è un fatto illecito incluso nel codice penale), anche qui criticando le decisioni del governo e fornendo alcuni retroscena su di esse, non meglio va in Iraq. Qui, sia nel Kurdistan iracheno sia a Baghdad, sono state intraprese delle decisioni fortemente penalizzanti per il network NRT del Nord, che aveva accusato il governo di Erbil di alterare i dati sul numero di positivi e di decessi per scoraggiare le proteste che da questa estate infiammano il Paese; e anche la Reuters, la prima grande agenzia di notizie al mondo insieme ad Associated Press, a ricevuto picche dal governo di Baghdad, con sospensione trimestrale del suo accredito, per avere confermato con fonti interne al governo l’adulterazione dei dati nazionali sulla pandemia. La Giordania, che è uno dei Paesi del Medio Oriente, che ha adottato, i primi giorni di lockdown, un vero e proprio coprifuoco, ha arrestato due giornalisti di Roya tv, per avere criticato le modalità di lockdown scelte dalla corona, sostenendo che le conseguenze economiche per il Paese saranno gravissime. Infine, in Egitto e in Bahrein, l’attenzione si sposta sui prigionieri e sulle condizioni degli ammalati nelle carceri. Mentre in Egitto le attiviste per i diritti umani Ahdaf e Leila Soueif e Mona Seif sono state arrestate per avere denunciato, protestando pubblicamente, gli effetti catastrofici che la pandemia potrà avere nelle carceri locali, il Bahrein ha fatto di più: di fronte all’appello di Mahmood Al Jazeeri, giornalista e prigioniero politico, che denunciava lo stesso rischio, per tacerlo, lo ha premiato con l’isolamento assoluto.

Va aperta a parte una finestra sui Paesi attualmente in guerra, lì dove, in realtà non è stata rispettata alcuna tregua dalle parti in conflitto. Lo Yemen è, da questo punto di vista, un caso-scuola. Proprio appena annunciata la pandemia globale, le milizie del Nord Yemen, gli Houthi, si sono affrettate a condannare a morte i giornalisti Abdulkhaleq Amran, Akram al-Waleedi, Hareth Hameed e Tawfiq al-Mansouri, da cinque anni sotto la loro custodia. Secondo una copia dell’atto di accusa inviato su una nota applicazione di messaggistica dall’avvocato dei giornalisti Abdel Majeed Farea Sabra e da Nabil Alosaidi, copresidente dei giornalisti yemeniti, al Comitato di Protezione dei Giornalisti (CPJ), i quattro giornalisti sono stati accusati di diffondere false notizie “a sostegno dei crimini dell’aggressione saudita e dei suoi alleati contro la Repubblica dello Yemen”.

L’avvocato Abdel Majeed Farea Sabra ha anche dichiarato di non essere stato in grado di rappresentare correttamente i suoi clienti o di difenderli in aula, anche quando la sentenza è stata emessa e dunque di non avere potuto presentare appello. Nello stesso tribunale, altri sei giornalisti detenuti da tre anni – Hesham Tarmoum, Hisham al-Yousifi, Essam Balghaith, Haitham al-Shihab, Hassan Anaab e Salah Al-Qaedy – sono stati condannati al carcere a vita.

Nonostante una lettera aperta del CPJ al governo del Nord Yemen, che chiede il rilascio dei giornalisti, nulla è accaduto. Piuttosto, va notato che, proprio a causa della pandemia e del rifiuto della tregua unilaterale proposta dai sauditi lo scorso 9 aprile, le misure di controllo della stampa e dei giornalisti locali si sono ulteriormente intensificate. Il quotidiano on line Al-Monitor, citando fonti locali, racconta che il 2 aprile scorso, Mohammed Abdulqudoos, vicedirettore dell’agenzia di stampa Saba ufficiale dello Nord Yemen, ha twittato che un caso di Coronavirus era stato scoperto a Sana’a: si trattava di una donna proveniente dall’Arabia Saudita che era risultata positiva e messa in isolamento. Dopo qualche ora il giornalista ha ritirato prontamente il suo tweet e ha affermato che era solo un caso sospetto e che la donna, in realtà, non aveva il virus.

La linea della censura preventiva sembra essere confermata da un medico che lavora con il team che gestisce i casi positivi al Covid-19 a Sanaa, ma che ha chiesto l’anonimato. L’uomo ha dichiarato che quattro casi sospetti di Coronavirus sono stati identificati nella prima settimana di aprile e che i pazienti sono stati isolati nel Movenpick Hotel della città, e ha così commentato: «I casi devono rimanere un segreto. Se gli Houthi scoprono che la notizia è trapelata, ci saranno gravi conseguenze. Non vogliono che il popolo – specialmente i potenziali combattenti – sia spaventato e distratto dalla causa principale cioè la guerra contro i sauditi e i loro alleati yemeniti governativi. Guerra che stanno finalmente vincendo».

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