Spinoland (4) - Manolis, Rafael e la meglio terza età d’Europa
Quando gli italiani sbarcano con il proposito di “spezzare le reni alla Grecia” (Mussolini dixit), Manolis prova subito ad arruolarsi per combattere l’invasore. Non lo fanno partire. È il 28 ottobre 1940, Manolis (classe 1922), ha appena compiuto diciotto anni. È troppo giovane, anche se sui banchi di scuola ha già fondato il suo primo gruppuscolo antifascista.
A Rafael (classe 1921) va meglio, si fa per dire. La Repubblica spagnola minacciata dall’alzamiento franchista non può permettersi di respingere nessuno, anzi. Nella primavera del 1938 i ribelli che gridano “Viva la muerte” ormai dilagano, attaccando le ultime postazioni dello Stato democratico. A diciassette anni, anche Rafael viene richiamato. È uno dei 30.000 soldatini della cosiddetta “lleva del biberò’’”, la leva del biberon: i più giovani hanno quattordici anni. Molti debuttano con le armi in pugno nella battaglia dell’Ebro, la più lunga e letale dell’intera guerra civile spagnola, che segna di fatto anche la morte della Repubblica e l’inizio della lunga notte della democrazia spagnola, e dell’esilio per i vinti. Tra i cinquecentomila antifascisti che dopo la disfatta varcano il confine con la Francia sui Pirenei, c’è anche Rafael. A diciotto anni è già un reduce e scalpita in un fatiscente campo per rifugiati vicino a Perpignan, in cerca di una via per tornare a combattere.
A diciotto anni ormai avanzati, Manolis un modo per colpire l’invasore lo trova. Il 31 maggio del 1941 sale sull’Acropoli con un amico e strappa la bandiera con la svastica. Per qualche ora, su Atene occupata dalla Wehrmacht torna a sventolare la bandiera nazionale greca. Per la sua bravata Manolis incappa nella prima condanna a morte, ne arriverà poi un’altra, a guerra ormai finita, oltre a svariate condanne al carcere e al confino. La resistenza in Europa inizia con quella folle arrampicata, come riconosce anche Charles De Gaulle, che definisce quel giovane greco “il primo partigiano d’Europa”. Ed è con De Gaulle, poco dopo l’arresto di Manolis nel 1942, che Rafael si ritrova a combattere.
Lasciata la Francia per l’Algeria, il ragazzo andaluso ci ritorna poco dopo, come volontario della seconda divisione corazzata comandata dal Generale Leclerc. La sua compagnia, la nona, è ribattezzata La Nueve o La España: su 160 soldati, 146 sono reduci della guerra civile. Sulla divisa dell’esercito francese cuciono la bandiera rossa gialla e viola della Seconda Repubblica, sui veicoli scrivono i nomi che rievocano il primo atto della guerra al nazifascismo in Europa.
Rafael arriva a Parigi al volante del semi-cingolato Guernica. È il 24 agosto del 1944, gli spagnoli sono i primi a entrare nella Ville Lumière. Da Porte d’Italie in un’ora e mezza arrivano nel cuore della città, e sulla balconata del municipio liberato fanno sventolare, prima del bleu-blanc-rouge, la bandiera della Repubblica che non c’è più. De Gaulle però si dimentica di loro nel discorso della vittoria, e anche il resto della Francia. Solo sessant’anni dopo spunterà su un muro di Parigi una piccola targa che ricorda l’impresa della Nueve. I ragazzi però sono quasi tutti morti nell’ultima missione di guerra, la più difficile, al “Nido d’Aquila” sulle Alpi bavaresi, dove si rintanava Adolf Hitler. Rafael sopravvive. La Francia prova a richiamarlo in servizio nel 1958, per combattere per “L’Algeria francese”, ma non è la sua guerra. Quando Francisco Franco muore nel suo letto nel novembre 1975 e la Spagna inizia la transizione verso la democrazia, Rafael ormai si è rifatto una vita a Strasburgo.
Poco prima, con la caduta del regime dei Colonnelli in Grecia (1974), Manolis esce una volta per tutte di galera e dalla clandestinità ed entra in Parlamento. Poi lascia lo scranno, tenta altre vie, prova a dare vita a una sperimentale democrazia di base in un villaggio dell’isola di Naxos. La devastante crisi greca dieci anni fa lo riporta in prima linea: contro l’austerity, il rigore merkeliano al quale contrappone anche la storia (Manolis a lungo presiede il Consiglio Nazionale per le Riparazioni dell’Occupazione Tedesca) e i neofascisti di Alba Dorata. A novantuno anni, nel 2014, Manolis entra nell’Europarlamento di Strasburgo con Syriza. È il più anziano deputato europeo, uno dei più combattivi. Con qualche rimorso: “Avrei voluto fare di più nella vita”, confida in una delle ultime interviste.
La storia non dice se a Strasburgo la strada del primo partigiano d’Europa incrocia casualmente quella dell’ultimo della Nueve, che liberò Parigi.
Manolis Glezos e Rafael Gómez Nieto se ne sono andati la scorsa settimana, a un giorno di distanza (il greco il 30 marzo ad Atene a 97 anni, lo spagnolo il 31 a Strasburgo a 99) in una Europa miope e spaccata, a corto di respiratori e di idee, che tenta di proteggere i suoi padri.