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Spinoland (5) – Dal seder all’iftar, libertà di espressione e riti in tempo di Coronavirus

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I bambini neozelandesi possono dormire sereni. Il coniglietto che porta le uova di cioccolato svolge “funzioni essenziali”, ha fatto sapere il premier Jacinda Arden, e quindi domenica sarà autorizzato a uscire dalla sua tana per lavorare. Nel caso non dovesse farcela ad arrivare in ogni casa (probabile che il coniglietto debba occuparsi anche della sua famiglia, sottolinea il premier), i bambini possono dargli una mano, colorando un uovo di carta da appendere alla finestra per dare il via a una sorta di caccia alle uova virtuale. La Pasqua dei piccoli neozelandesi è salva, o quasi. Rasserenare i fedeli adulti delle tre grandi religioni monoteiste del bacino del Mediterraneo è più complicato in queste giorni di festività sovrapposte, specie a Gerusalemme e dintorni: prima gli ebrei con Pesach, poi i cristiani con la loro Pasqua – non tutti insieme, gli ortodossi la celebrano il 19 – e infine i musulmani che il 23 aprile dovrebbero iniziare il Ramadan. I riti cambiano con il lockdown, le generazioni si dividono, le comunità si rattrappiscono e serve molta creatività per contrastare la percezione di uno svuotamento di senso.

Per alcuni ebrei, che da mercoledì con l’inizio della Pasqua ebraica ricordano la liberazione dalla schiavitù e l’esodo versa la Terra Promessa, il Coronavirus almeno in questi giorni è l’undicesima piaga d’Egitto – scrive il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth – da raccontare assieme alle altre dieci al tavolo del seder, la cena rituale che dà inizio a Pesach.

Quest’anno in Israele l’inizio della festività è coinciso con un coprifuoco di diverse ore, una misura cautelativa in più per impedire viaggi, passaggi da una famiglia all’altra e festosi incontri per strada, magari attorno ai falò su cui ogni anno brucia il cibo lievitato, soprattutto nei quartieri ultra-ortodossi, osservati speciali dell’epidemia. Riluttanti a stravolgere la fitta vita comunitaria e religiosa osservando le prescrizioni del social distancing e sconnessi dalle informazioni sul virus, enclave sovraffollate come Mea Shearim a Gerusalemme o Bnei Barak alle porte di Tel Aviv hanno visto impennarsi il numero dei contagi. Così per frenare l’epidemia in questi focolai sono intervenuti oltre ai medici, anche poliziotti e militari che hanno imposto con la forza restrizioni eccezionali.       

Su tutti i tavoli del seder comunque, in Israele e fuori, il pane azzimo (Matzah) dovrebbe essere arrivato, grazie allo sforzo dei volontari. Le grandi tavolate però quest’anno sono state ridotte alle dimensioni di una famiglia mononucleare. Per unirsi, i parenti potevano usare come ponte le piattaforme di videoconferenze, permettendo così ai bambini di fare ai più anziani le quattro domande sul significato di Pesach, che sono il cuore del seder.   

Non tutti però sono convinti che l’uso della tecnologia, ammissibile se tutto viene predisposto in anticipo, sia privi di rischi. E se la connessione salta quando le domande sono state poste? Intervenire per rimetterla a posto non si può e neanche si possono lasciare quelle domande appese. Così – segnala la stampa israeliana – quest’anno è affiorata una nuova generazione di maestri di cerimonia, e in alcuni casi, per la prima volta, anche delle maestre. Le cose non saranno più le stesse, chiosano gli studiosi, ma non è detto che tutto cambierà per il peggio.  

Come il seder, anche la Messa in coena domini celebrata dal Papa (senza lavanda dei piedi) ha usato un ponte online, la diretta streaming, per arrivare ai fedeli da una Basilica di San Pietro vuota, modalità che segna tutta la Settimana santa, inclusa la Via Crucis di oggi. Ancora una volta il Papa dal sagrato della Basilica si troverà di fronte una Piazza San Pietro deserta e silenziosa, com’è (quasi) deserta e silenziosa la Via Dolorosa che serpeggia nella città vecchia di Gerusalemme. I pellegrini non ci sono più e la loro diserzione obbligatoria fa crollare anche l’economia delle bancarelle, che in questa stagione tocca il suo picco. È un silenzio che non sarà turbato neanche dalla tradizionale processione dei Francescani, prevista oggi come ogni venerdì santo, ma in forma molto ridotta. E arrivata all’ultima stazione della Via Crucis, la processione troverà la Basilica del Santo Sepolcro con le porte sbarrate, cosa che non accadeva dal XIV secolo, quando a imporre la chiusura fu la Peste nera.

Con uno sforzo congiunto, i solitamente litigiosi vertici della comunità greco-ortodossa, armena e cattolica che custodiscono la Basilica erano riusciti a tenerla aperta ai fedeli fino al 25 marzo, rispettando le norme del distanziamento sociale. Poi hanno dovuto cedere anche loro, e seguire l’esempio dei sacerdoti che ricorrono a piattaforme online e social media per diffondere il verbo tra i fedeli, a Gerusalemme come a Betlemme (chiusa anche la Basilica della Natività), confinati a casa. Quest’anno sono saltati anche tutti i permessi di viaggio che di solito consentono ad alcuni palestinesi di riunirsi con i parenti a Gerusalemme per le festività.

Bloccati anche i cristiani di Gaza, che peraltro a una forma di lockdown sono abituati dal 2007, quando è iniziato il blocco economico. Nella Striscia le misure adottate sono comunque meno rigide rispetto alla Cisgiordania. Scuole e moschee sono chiuse e gli assembramenti vietati, ma secondo Hamas lo stato attuale dell’epidemia non rende necessaria un lockdown integrale. Un approccio flessibile che desta preoccupazione, vista l’altissima densità di popolazione della Striscia e la fragilità del sistema sanitario. E se la Pasqua non costituisce una grave “minaccia” – i cristiani ormai sono una sparuta minoranza – l’arrivo del Ramadan il prossimo 23 aprile, a Gaza come nel resto della umma, rischia di moltiplicare i rischi. Oltre a provocare la medesima frustrazione causata da una festività amputata dai suoi riti collettivi, che avvertono oggi i fratelli ebrei e cristiani.

Non sarà peraltro una novità per i musulmani, che hanno già dovuto cambiare radicalmente il loro modo di praticare il culto davanti alle moschee sbarrate, inclusa quella gerosolimitana di Al-Aqsa, terzo luogo sacro dell’Islam dopo la Grande Moschea della Mecca (chiuso anche l’accesso alla Kaaba) e la Moschea del Profeta a Medina. Anche questo venerdì la preghiera collettiva salta, ma con il Ramadan i sacrifici potrebbero diventare (quasi) intollerabili. L’Egitto per esempio ha già fatto sapere che saranno vietati tutti i raduni, inclusi l’iftar, il pasto che spezza il digiuno al calar del sole, e può andare avanti fino a notte inoltrata. L’iftar è il rito sociale, oltre che religioso, più caro ai musulmani e va spesso ben oltre la famiglia allargata, fino a diventare un evento di massa per nutrire i più poveri.

È pensabile un iftar virtuale come il Seder, con l’ausilio di piattaforme di videoconferenze e social media? In teoria gli ebrei potrebbero tramandare la loro esperienza ai fratelli musulmani, ma a meno di non credere al coniglietto di Pasqua caro ai bambini neozelandesi è difficile garantire che questo possa accadere con tranquillità, Coronavirus o meno. Del resto, le forze di sicurezza di Hamas hanno fatto sapere di avere arrestato con l’accusa di tradimento degli attivisti gazawi, rei di aver chiacchierato per un paio d’ore della pandemia e di altro con dei pacifisti israeliani, grazie alla stessa piattaforma per videoconferenze usata di questi tempi per tenere in vita i riti religiosi minacciati dal virus.   

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