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Alberto Infelise, una vita per i giornali. Da Torino a… Torino

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Alberto InfeliseAlberto Infelise, torinese di Santa Rita, è cresciuto davanti allo stadio. La passione per il pallone lo ha portato in prima categoria nel Gargallo; quella per il giornalismo, dal 2010, alla Stampa, di cui è caporedattore. Un viaggio partito e tornato a Torino, passato per tappe inconsuete.

«A metà del liceo mi trasferii a Borgomanero per seguire il lavoro di mio padre, che faceva l’oncologo. A sedici anni, nel 1988,  ho iniziato a collaborare con un giornale locale, La gazzetta dei Laghi, un bisettimanale Stresa e Arona. Più che altro perché mi servivano soldi: ai tempi, pagavano bene non solo le squadre di calcio ma anche gli editori. Con quello che tiravo su, mi comprai due belle chitarre: suonavo in una band da bar e sagre di paese. Ci adattavamo: se ci esibivamo alla festa dell’Unità, De Gregori e Guccini. Se al Rotary, i Beatles». 

Perché non hai proseguito con il calcio?
«Ero un buon centrocampista, ma stufo di prendere calcioni. Quando mi iscrissi alla Statale di Milano, poi, l’andirivieni divenne insostenibile e lasciai perdere. A Novara, iniziai a scrivere per il Quotidiano Nuovo, poi per il Corriere di Novara. Scrivevo anche per la rivista del Touring Club e per Alp, il mensile dedicato alla montagna. Le cose cambiarono quando vinsi una borsa di studio e andai negli Stati Uniti: mise in crisi i miei piani, perché mi trovai benissimo e capii che gli studi di medievistica mi stavano sviando. Cercai di entrare stabilmente alla UCLA, ma costava troppo; sicché risposi a un bando ed entrai alla scuola di giornalismo di Milano». 

Ora non succede più ma, ai tempi, il master in giornalismo somigliava a un contratto di lavoro in bianco.
«Sostanzialmente era così. Terminato il primo stage al Messaggero mi tennero come collaboratore e, dal 1996, non sono più uscito dai giornali. Per tre anni lavorai in redazione, come schiavo. Ma con grande soddisfazione: scrivevo tantissimo, prendevo due lire, non andavo mai a dormire ma mi piaceva da morire. Ed ebbi la fortuna di incontrare colleghi eccezionali: su tutti Pietro Calabrese come direttore. Una delle sue qualità migliori era saper creare una squadra: mise su un team di caporedattori e caposervizio sotto i 45 anni, bravissimi e che avrebbero dato la vita, per lui e per il giornale. Rita Pinci, Fabrizio Paladini, Giuseppe Di Piazza, Andrea Garibaldi, Gloria Satta, Stefano Barigelli… Tutta gente che, poi, è finita a lavorare con successo in altre testate nazionali. Calabrese aumentò le vendite del 100% in due anni, c’era un’atmosfera meravigliosa. Avevi la sensazione di lavorare per qualcosa di bello, che funzionava e che piaceva. All’inizio mi occupavo di spettacoli nella stessa stanza con Paolo Zaccagnini, Marco Molendini, Fabrizio Zampa, Rita Sala. Erano giornalisti che, da ragazzo, avrei pagato per poter frequentare». 

Però l’assunzione non arrivava.
«Il problema era quello. Poi, per caso, arrivò il TG5. Cercavano una sostituzione estiva nella redazione politica, era il 1998, il direttore era Enrico Mentana. Fu un bellissimo periodo, lavorai con Lamberto Sposini, Massimo Corcione, Cinzia Paladini… Purtroppo, avevo omesso di far presente che non fossi militesente. Quando arrivò la cartolina, dovetti spiegare a Mentana che stavo per partire per il servizio civile: non la prese benissimo. Né riuscii a ottenere di fare solo mezza giornata di servizio, e dovetti abbandonare la redazione. Riuscii a mantenermi con pezzi di società che scrivevo per il settimanale di El Paìs, Tentaciones, cui serviva un corrispondente da Roma. Avevano risorse mai viste nei giornali italiani: al di là del compenso, se mi mandavano da qualche parte mi pagavano in anticipo le spese. Oggi, un giovane che inizia a fare il mio lavoro faticherebbe a crederci».

Per tornare a Torino non hai preso la strada più breve.
«Direi di no. Alla fine del servizio civile, presi a collaborare con l’Espresso diretto da Giulio Anselmi, che era già stato mio direttore per qualche mese al Messaggero. Un giorno mi chiamò un mio ex caporedattore, dicendomi che stavano mettendo su una redazione per una cosa un po’ strana. Mi mandò a fare un colloquio in un albergo, con un tizio svedese. Era il progetto di Metro. Accettai. I primi due anni lanciammo la free-press in Italia, un prodotto del tutto nuovo: distribuivamo tantissime copie, ebbe una  popolarità enorme. Col tempo, divenni responsabile per l’Italia della struttura internazionale di Metro: lavoravo di base a Roma ma passavo metà del mio tempo a Londra o in giro per l’Europa. Poi, diventai responsabile delle edizioni dell’Europa centrale e del sud: mi occupavo personalmente di aprire e seguire le nuove redazioni. Viaggiavo per il continente con la mia valigetta con le font e la Bibbia di Metro, in Francia, Grecia, Ungheria, Spagna, Danimarca… Sono state esperienze fantastiche. Metro arrivò ad avere 98 edizioni nel mondo. Il ricordo più piacevole fu il lavoro da coordinatore delle Olimpiadi di Torino 2006 quando, contemporaneamente, dovevo occuparmi delle uscite di Seoul, San Pietroburgo, New York, Santiago, Vancouver…»

Poi arrivò la crisi dell’editoria.
«Sì, nel 2008. Crisi che la free-press sentì più di altri, perché si basava esclusivamente sugli introiti pubblicitari. Metro iniziò a rallentare. Frattanto, mi arrivò la proposta della Stampa da parte di Mario Calabresi, che non era solo un amico ma un mio ex compagno della scuola di giornalismo. Altre volte eravamo stati vicini, come quando io facevo la politica per il TG5 e lui per l’Ansa. Era la volta buona. Accettai il posto di caposervizio delle cronache italiane».

In dieci anni, il lavoro di desk in un quotidiano dev’essere cambiato parecchio.
«Non parecchio, del tutto. Da quando sono arrivato alla Stampa, nel 2010, la cronaca sui quotidiani è diventata un’altra cosa. Verso il 2015, l’esplosione di smartphone e social network ha fatto progressivamente sparire quel genere: ciò che prima si leggeva sulla carta è diventato pesante, obsoleto. Si è abbassata la soglia dell’attenzione, per tutti e me compreso: la massa di acquirenti del giornale si è trasformata in una folla di lettori di testi brevi, a volte solo titoli, su un supporto digitale. Oppure di long read piuttosto pensosi, più simili a tesine o a racconti che ad articoli di cronaca». 

Anni fa, il tuo giornale aveva provato a scendere a patti col “nemico”, per esempio con gli Instant articles di Facebook. Non ha funzionato.
«No perché c’era – e c’è – una sproporzione assoluta tra un quotidiano e un gigante del web. Se tu vendi un prodotto di cui non puoi proteggere il copyright, è finita. La televisione, più o meno, continua a funzionare perché ci sono dietro grandi investimenti e pubblicità. Da noi, nessuno va veramente a rompere le scatole a Google, Facebook e tutti quelli che rubano il lavoro ai giornali. Loro non hanno redazioni che cercano notizie, “prendono” quelle fatte da altri. L’industria del giornale si fondava sul fatto che lo vendevi: se adesso c’è un mezzo tecnologico che ti permette di rubarlo e distribuirlo all’infinito, si ferma tutto. La stessa cosa è successa con la musica e l’avvento del digitale: ma loro sono riusciti a spostare il business dalla vendita dei dischi e dei Cd ai concerti, al merchandising. I giornali, invece, non sono ancora riusciti a capire come salvarsi. Ma quando sento dire che, per farcela, devono tornare a fare più reportage, mi verrebbe da fare una domanda: sì, ma chi li paga? Prima c’erano 250.000 persone che compravano la loro copia al mattino, più il fatturato della pubblicità. Se dobbiamo mandare un inviato di guerra, all’editore costa migliaia di euro al giorno solo di assicurazione. Poi le spese per muoversi, vivere, difendersi e realizzare i servizi. Tutti gli inviati costano migliaia di euro al giorno. Con quali risorse lo finanziamo, il giornalismo di qualità sul campo?»

Quindi la colpa è dell’arrivo del web, di Google, dei social network? 
«Secondo me è sbagliato il concetto di colpa. Se finiscono i maniscalchi, la colpa non è delle automobili. È che il mondo progredisce, la gente non va più a cavallo. Semmai, il problema è che, ormai, specialmente tra i giovani l’idea di comprare un giornale di carta è a dire poco bizzarra. Quella di pagare sul web un prodotto che hai già gratis, ridicola. Purtroppo, succede che da una parte editori e giornalisti non sanno come farsi pagare; dall’altra, i lettori non hanno ancora capito che, senza pagare, non potranno più avere un prodotto giornalistico. Se non paghi nessuno, chi le racconta le storie? E il luogo comune sui giornalisti-casta, strapagati da contratti anacronistici, non esiste più: quelli che guadagnano tanto, ormai, sono quasi tutti in pensione o quasi. Io stesso, dopo aver fatto tutta la trafila redazionale, tradotto con la moneta del 1998 guadagno 500.000 lire in più dopo più di vent’anni, sono e resterò un caporedattore. I giovani entrano al giornale con 1.200 euro al mese, per 14 ore di lavoro al giorno: chiamarli privilegiati è un po’ fuori luogo, no?»

Ma se spariranno i giornali come li abbiamo sempre visti, si estinguerà anche la domanda di informazione?
«No, perché c’è sempre stata e non può non esserci. La gente ha bisogno di sapere cosa succede nel quartiere, dall’altra parte della città e nel mondo; vuole conoscere le storie. Alcuni editori si stanno avvicinando al punto di riuscire a finanziare il giornalismo in maniera più partecipata, sul modello di Spotify: mi abbono a una serie di servizi che comprendono i giornali. Saranno più piccoli, ce ne saranno meno, ma i giornali non spariranno. Oggi, purtroppo, la percezione di molte persone è che chiunque possa fare il giornalista, avendo uno smartphone in mano: in questo, ha fatto malissimo al nostro mestiere anche chi ha fatto fortuna puntando il dito contro altri giornalisti, chi si è fatto visibilità parlando dei “giornaloni”, della “casta”. Hanno contribuito ad abbassare il livello del giornalismo vero e anche di quello percepito». 

Facendo un altro raffronto col passato, hai citato una decina di tuoi maestri e tutori. Oggi, c’è ancora chi insegna il mestiere a chi arriva?
«Il discorso è complicato. Mi sovviene una cosa che mi accadde a Cuba, tanti anni fa. Arrivai in un paesino con una splendida piazzetta, ci fermammo a cercare da mangiare. Si avvicinò un tizio che ci chiede soldi per vigilare sulla nostra automobile. Parlammo un po’ e venne fuori che era il medico del paese. Rimanemmo senza parole: ma come, lei è il dottore della città e fa il parcheggiatore abusivo? Con naturalezza ci rispose che, con una settimana di ricavi nel parcheggio, pareggiava lo stipendio da medico. La stessa cosa capita col giornalismo in Italia: un giovane deve invidiare la mia carriera? Rinunciare a gran parte della vita per fare quello che faccio io, in cambio di quanto gli viene offerto? Direi di no. Io, da ragazzo, avevo maestri eccezionali, facevamo un prodotto bello, che finiva in mano a tutti. Oggi, non hai neanche più quella sensazione, perso come sei nel mare delle pubblicazioni sul web. In più, un ragazzo che arriva in redazione prende due soldi, ha un sacco di spese che noi non avevamo. Quindi è molto raro – ma succede ancora – che ci siano ragazzi che hanno voglia di imparare e sacrificarsi. Fortunatamente, si trova ancora qualcuno che li possa accompagnare: a me, per esempio, piace moltissimo far crescere e valorizzare chi mi fa capire di essere disposto a migliorare. E che non si offende, se gli rimando indietro un pezzo fatto male».  

Recentemente il tuo giornale ha lanciato il progetto “digital first”. L’obiettivo è quello di spostare progressivamente gli abbonamenti sul digitale, come ha fatto il New York Times?
«Non è che l’obiettivo sia solo l’abbonato digitale, ma anche la vendita del singolo articolo o di un insieme di pezzi. Direi che è il tentativo di dare una risposta al fatto che non si vedono più persone a spasso con in mano un giornale. Vogliamo portare sul sito un numero molto maggiore di pezzi firmati ed esclusivi, ribaltando il concetto storico per cui le cose “buone” vanno sulla carta e, quello che avanza, finisce sul sito. Alcuni contenuti sono a pagamento; altri, più pensati per generare traffico e visibilità che serve per la pubblicità, sono gratuiti. Non che ci siano sezioni di valore e altre no, ma vengono pensate diversamente. L’editore ci crede tantissimo. Per me ha rappresentato uno stravolgimento di orari e, in parte, di mansioni. Ma è una bella sfida, che ho raccolto con entusiasmo». 

Le edicole e la carta hanno i mesi contati, come sostiene un tuo ex collega?
«Sulle edicole nessuno ha la palla di vetro. Ho la sensazione che il pubblico dell’edicola ci sia ancora, vorrà un giornale con meno notizie, che hai già altrove, e più commenti. Siamo in un mondo il cui la carta ha già un mercato molto piccolo, estremamente frazionato ed elitario ma suppongo che qualcuno continuerà a comprare il giornale per leggere anche la cronaca locale, perché non lo troverai sul Post, l’Huffington o Linkiesta. Certo è che la cronaca di vent’anni fa, con i giornalisti che pubblicavano nome, cognome e indirizzo di chi aveva ammazzato chi, e magari dovevano procurarsi le foto delle vittime direttamente in casa, è sparito. Era un modello che ha funzionato in tutto il mondo per 150 anni, adesso verresti messo alla gogna se lo facessi. Il problema maggiore, non solo dei quotidiani ma di tutte le pubblicazioni, è che convivono due aspetti: non c’è più il lettore vecchio e non c’è ancora quello nuovo, con un modello economico che funzioni».

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