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Freelance in zone bollenti: Iraq e Siria, cosa succede ai reporter d’inchiesta

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Il 10 gennaio 2020 il giornalista iracheno Ahmed Abdul Samad è stato assassinato a Bassora, nel sud dell’Iraq. A riferirlo sono state fonti del quotidiano al-Hadath, edito in Giordania. A confermare la sua uccisione anche il CPJ, il comitato di protezione dei giornalisti, che ha mostrato anche un breve video pubblicato da Dijlah Tv, la televisione per cui Ahmed lavorava, in cui si può scorgere il corpo del giornalista riverso sul sedile anteriore del passeggero di un veicolo che mostra evidenti segni di colpi di arma da fuoco. Nell’agguato è stato ucciso anche Safaa Ghali, cameraman dell’emittente televisiva stessa. 
Negli ultimi mesi, risulta che Abdul Samad avesse documentato le manifestazioni di protesta nell’Iraq meridionale; lavorava come freelance per molte testate arabe e internazionali. Sono sempre di più i giornalisti in movimento verso il Medio Oriente, dopo le tensioni tra USA e Iran dai primi giorni di gennaio 2020.
 
Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies di Roma, li definisce come la «punta di diamante del giornalismo internazionale, portatori del più alto livello di rischio personale». Conosce bene il mestiere del giornalista che documenta in prima persona anche Davide Grasso, foreign fighter, giornalista e scrittore che ha visto cancellato da Facebook il suo account personale, nel quale documentava la condizione dei curdi in Rojava e l’attuale situazione nella Siria del Nord. «E’ vergognoso – dice – come sempre capitano queste cose e non c’è feedback: sei cancellato e il tuo lavoro svanisce quasi nel nulla». Davide Grasso commenta così, ripensando all’ennesimo attacco inutile da parte dei social. Rientrato in Italia nel novembre del 2016, ha raccontato a centinaia di studenti, attivisti e persone la sua esperienza tra le Ypg, le Unità di Difesa del Popolo Curdo. Un racconto che attraversa le atrocità della guerra, la questione siriana e la rivoluzione del Rojava. «Andare in Rojava? Certo che si può: è necessario coordinarsi con i competenti uffici dell’Amministrazione Democratica locali e non è così complicato. Altra storia è decidere di andarci senza i dovuti permessi: il nord della Siria è tutto
pericoloso per i giornalisti, ma se si viene accompagnati si eviteranno tutte le zone contese. Non si può considerare la guerra in Siria finita, è un grave errore. Eppure, la presenza dei nostri inviati di giornali e tv in Rojava è ancora molto scarsa. I curdi hanno subito l’aggressione turca e più di 200.000 sono fuggiti: è un popolo che ha stabilito un governo autonomo basato sui principi di equità, orizzontalità, libertà di culto e uguaglianza sostanziale tra uomo e donna. Sarebbe importante documentarlo quanto
più possibile».
 
Confini, da uno all’altro. Iraq, tra manifestazioni, tumulti e missili “Katyusha” lanciati nella green zone di Baghdad. «Da Erbil si entra ancora con visto, ma non si riesce ad arrivare a Baghdad, si rimane in Kurdistan, ma non si va oltre, nemmeno a Kirkuk: c’è bisogno del visto per l’Iraq» aggiunge Nicola Pedde, a capo di un think tank specializzato sui temi della politica, della sicurezza e dell’economia nelle regioni del Medio Oriente e dell’Africa. Sui temi della sicurezza dei giornalisti freelance in quelle aree, la pensa così: «Nessuna pettorina con la dicitura “press” vi salverà mai. E’ necessario aver molto chiari gli obiettivi, la conoscenza del territorio, pianificazione, preparazione e analisi di tutti i possibili rischi. Rischiano sempre di più i fotoreporter e i videomaker, le immagini sono più efficaci di un servizio
giornalistico scritto. La situazione è molto fluida, ovunque: l’Iraq è in piazza e resta la vulnerabilità delle manifestazioni, le violenze sui manifestanti e, di conseguenza, anche sui reporter. E resta ancora pericolosissima la Siria nord-est, il fiume Eufrate a sud-est, tutte le arterie di comunicazione commerciali dove si spostano cellule operanti nell’area, gruppi jihadisti sparsi, criminalità di varia natura, queste sono aree molto difficili, non si possono fare previsioni, purtroppo. I rischio in quelle aree è sempre dietro l’angolo e le situazioni cambiano repentinamente. Certo i problemi si possono evitare, se accompagnati e protetti bene, da un team giusto e attrezzato».
I corsi di preparazione esistono e sono sempre più frequentati da giornalisti, anche esperti che preferiscono riordinare idee e confrontarsi prima di affrontare le missioni internazionali.
 
 
Nicola Pedde è direttore Institute for Global Studies (IGS) di Roma, Direttore della rivista Geopolitics of the Middle East. Ha insegnato Relazioni internazionali all’Università di Roma La Sapienza e alla John Cabot University di Roma. Ha diretto la ricerca sul Medio Oriente presso il Centro Militare di Studi Strategici (Ce.Mi.S.S.) del Centro Alti Studi per la Difesa (CASD) del Ministero della Difesa. Ha pubblicato numerosi saggi, tra cui Iran 1979: la rivoluzione islamica (Roma 2009)
e Geopolitica dell’Energia (Roma 2001).
 
Davide Grasso, laureato in Filosofia all’Università di Torino, PhD, storico attivista della lotte universitarie e -foreign fighter- italiano nelle Ypg, Unità di Difesa del Popolo Curdo. Ha scritto: “Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria”, edizioni Alegre | “Il fiore del deserto. La rivoluzione delle donne e delle comuni tra l’Iraq e la Siria del nord”, Edizioni Agenzia X | “La città e il fantasma. Dal muro di Berlino ai nuovi muri” edizioni Castelvecchi collana Saggi, 2019 “New York regina underground. Racconti dalla Grande Mela” edizioni Stilo Editrice collana Scaffale multiculturale, 2013.
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