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Cronisti in carcere: il fantasma delle fake news, minaccia alla libertà di stampa

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Fine anno, tempo di bilanci. Quello dei giornalisti detenuti per l’esercizio della loro professione è drammatico: 250 in tutto il mondo, secondo i dati raccolti dal Committee to protect journalists, un organo indipendente con sede a New York, fondato nel 1981 per promuovere la libertà di stampa e difendere i diritti dei professionisti dell’informazione pubblica in tutto il mondo, che si tratti di stampa, radio, tv o internet. Eppure si registra un lieve, ma progressivo miglioramento rispetto ai dati degli ultimi anni: 255 nel 2018, 262 nel 2017, 273 nel 2016.
La principale accusa riguarda la condotta dei professionisti dell’informazione “contro lo Stato” per aver mosso critiche al governo o aver denunciato la corruzione o la violazione dei diritti umani: non caso, infatti, i Paesi che registrano il maggior numero di giornalisti in carcere sono la Cina e la Turchia, seguite dall’Egitto, dall’Arabia Saudita e dall’Eritrea.
È in crescita il numero di accuse legate alla pubblicazione di fake news, che recentemente in alcuni Paesi, come Russia e Singapore, è severamente punita: ad oggi sono 30 i professionisti dell’informazione in carcere per questa ragione. L’aumento è esponenziale rispetto al 2012, quando appena un giornalista era detenuto con questa accusa. Se nelle democrazie occidentali parlare di fake news è piuttosto una guerra di parole, in molte nazioni l’accusa sottende il tentativo di delegittimare i media o eroderne la credibilità.
Quasi tutti i giornalisti arrestati sono reporter locali. I 4 giornalisti stranieri sono detenuti in Arabia Saudita e in Cina. Sono principalmente uomini (92%) e più della metà pubblicava online.
Il rapporto globale annuale del CPJ non ne include molti altri, probabilmente migliaia, che sono stati detenuti per periodi più brevi, aggrediti, intercettati, sorvegliati, molestati, minacciati o intimiditi dalle autorità.
Le rigide leggi che limitano la libertà di stampa, le minacce al giornalismo indipendente, la chiusura delle redazioni per decisione governativa (oltre 100 in Turchia, per l’accusa di terrorismo al personale) hanno lasciato senza lavoro decine di giornalisti e costretto molti all’esilio.
Per non parlare dei giornalisti uccisi per motivi legati alla loro professione: da quando nel 1992 il CPJ ha iniziato il monitoraggio ha documentato la morte di 1362 giornalisti, 24 solo quest’anno mentre erano in servizio.
È anche vero che, grazie alla sua attività, il CPJ ha contribuito al rilascio anticipato di almeno 80 giornalisti incarcerati in vari Paesi del mondo.
L’arresto arbitrario, la detenzione, l’esilio dei giornalisti sono un dramma che sicuramente ha un impatto devastante sulle loro vite e quelle delle loro famiglie. Ma non solo. Come afferma Joel Simon, direttore esecutivo di CPJ, «la prigione per centinaia di giornalisti – anno dopo anno – è una minaccia al sistema informativo globale da cui dipendiamo tutti. I governi repressivi stanno usando queste tattiche crudeli per privare le loro stesse società e l’intero mondo di informazioni essenziali».
I mezzi di informazione sono una parte vitale della società civile, limitare la libertà di stampa significa privare i cittadini dell’ossigeno delle buone informazioni e la salute dei media è assolutamente fondamentale per la salute della democrazia.

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