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La censura di Erdogan si allarga ai social: oscurate pagine di sostegno ai curdi

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«La nostra associazione è nata nel 1994 e siamo andati anche a Kobane, in Siria, nel 2015. Dopo è stato troppo pericoloso, ma abbiamo sempre sostenuto energicamente la causa curda. Cosa è accaduto? Nel giro di poche ore, dieci post con relative foto sono stati oscurati da Facebook». A parlare è Cristian Peverieri, responsabile della sezione di Venezia dell’Associazione YaBasta! ÊdîBese! «Questa è una grave violazione del diritto di opinione e di informazione su una piattaforma privata come Facebook che, molto probabilmente, fa affari con Erdogan».
Tante sono state le pagine in solidarietà con il Kurdistan bloccate su Facebook: l’ultima – o forse no – a cadere è stata quella di MilanoInMovimento, portale di informazione che lavora con Radio Onda D’Urto e Globalproject, che collabora con MiM e Contropiano. I contenuti, secondo Facebook, violerebbero gli “standard di comunità” e l’operazione, piuttosto articolata anche su Twitter, sta avvenendo anche su Instagram. «L’intelligence del presidente Erdogan sta evidentemente scandagliando i social e l’informazione, con team impegnati a segnalare scientificamente migliaia di profili e contenuti che denunciano l’operazione militare della Turchia in Siria».

La storia dell’Associazione YaBasta! ÊdîBese è ancora più interessante: sono vittime di una sentenza turca in buona compagnia con altri social media internazionali. Pochi mesi fa, la polizia internazionale turca ha addirittura emesso una condanna contro il sito web di Ya Basta Êdî Bese, con l’accusa di terrorismo. La sentenza porta la data del 9 aprile 2019, quando la corte penale di Ankara, presieduta dal giudice Fatih Yilmaz, decide, su indagine del Comando generale della gendarmeria turca, divisione per i crimini terroristici, di procedere contro l’associazione. Le motivazioni della sentenza parlano di “terrorismo e istigazione all’odio organizzato”. «Conformemente a un’inchiesta condotta dal Ministero della Repubblica, gli utilizzatori di alcuni social media che figurano all’interno del documento di notifica redatto dal Comando Generale della Gendarmeria, legati agli account social media che si trovano negli indirizzi elettronici ivi riportati, hanno condotto propaganda a favore di organizzazioni terroristiche PKK/KCK/PYD-YPG, con condivisioni esplicitamente spregiative rivolte agli organi e alle istituzioni della Nazione Turca e dello Stato Repubblicano di Turchia». Queste le parole tradotte dalla sentenza, a cui viene aggiunto un elenco di profili social network di altre reti solidali internazionali (Twitter, Facebook) che tuttora sono operative e rappresentano un’importante piattaforma informativa. I profili segnalati in sentenza hanno subito oscuramenti e cancellazioni per periodi più o meno lunghi: si tratta di Kurdish.org, YaBasta! ÊdîBese!, DSabahi1,Joan #RiseUp4Rojava @joanenciam.

Tra i tanti, anche il sito di Binxet: «A causa dell’oscuramento della pagina del film Binxset – Sotto il confine, il documentario del regista Luigi D’Alife, da parte di Facebook, abbiamo deciso di aprire questa sezione per continuare il puntuale e prezioso lavoro di informazione su quanto sta avvenendo nella Siria del Nord a causa dell’attacco della Turchia». Dopo pochi minuti, l’annuncio dell’uccisione di Heval Dilovan di YPJ Media. Uccisa durante la battaglia a Tal Abyad – Gire Spi. E i funerali di un’altro giovane giornalista, Mohammed Resho, uno dei due cronisti uccisi durante il bombardamento di un convoglio civile a Serekaniye il 13 ottobre.

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