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Nielsen, cosa cambierà nel giornalismo dopo l’emergenza: i conti e le opportunità

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In un intervento sul sito del Reuters Institute, il direttore e docente a Oxford di comunicazione politica Rasmus Nielsen ha spiegato quali potrebbero essere le conseguenze, sul breve e sul lungo termine, dell’emergenza pandemica  sul mondo dei media. «Se è vero che le conseguenze del coronavirus potrebbero prolungarsi anche per 18 mesi o anche più», ha scritto, «e sia i siti di informazione sia i canali televisivi sono protagonisti di boom di ascolti e di audience perché la gente cerca di capire l’andamento della pandemia, cosa si sta facendo cosa ciascuno può fare», le prospettive sono comunque preoccupanti e certe considerazioni sul futuro del mondo dell’informazione non si possono accantonare. In questa situazione, infatti, in cui il pubblico di giornali e televisioni aumenta notevolmente, per contro gli investimenti pubblicitari stanno già scendendo e sono destinati a crollare insieme ai consumi delle persone: difatti, dice, «c’è già chi parla del coronavirus come di un evento che causerà l’estinzione dei media come li abbiamo sempre conosciuti».

Nel breve termine, prosegue Nielsen, «ci saranno brutte novità per i media che si occupano di notizie. La risposta cambierà da nazione a nazione, e da editore a editore. Facendo alcune stime sommarie, però, basate sui dati della Gran Bretagna, possiamo avere un quadro più chiaro dell’impatto immediato sui ricavi e sull’occupazione. I giornali valgono circa due terzi degli investimenti nazionali per la fornitura di notizie e, a oggi, le edizioni cartacee raccolgono l’80% dei profitti, quelle digitali solo il 20%. Gli ultimi dati Wan-Ifra sull’andamento mondiale della stampa parlano di un’industria che ricava il 90% del sul denaro dalla carta e solo il 10% dal digitale. Gli investimenti pubblicitari stanno ricevendo una botta notevole. Alcuni editori locali sono già sotto del 50%, alcune testate nazionali del 30%. E certi investitori di pubblicità online chiedono espressamente di non investire sulle notizie legate al coronavirus, lo stanno mettendo nella black list. Se i giornali britannici perdessero il 30% dei loro ricavi pubblicitari, la perdita varrebbe più del 15% del loro fatturato totale. Per i piccoli editori, con scarso accesso al credito e poche riserve, la freepress e altre pubblicazioni che vivono quasi solo di pubblicità sarà davvero dura. Lo stesso vale per editori più grandi con molti debiti e obblighi contributivi significativi.

Anche il comportamento dei lettori, dice Nielsen, sarà difficile da prevedere perché da un lato ci sono testate affermate che potrebbero ottenere nuovi abbonati digitali in questo periodo in cui si è chiusi in casa e i cittadini cercano informazioni affidabili, anche se molte testate stanno facendo promozioni a prezzi stracciati o, addirittura, stanno regalando il loro lavoro a copertura dell’epidemia. Per cui si tratta di traffico e di utenti che non generano reddito e che, una volta esaurita l’onda anomala dell’emergenza, ritorneranno sempre più alle loro abitudini scarsamente affezionate alle testate tradizionali. Per quanto riguarda le copie cartacee, poi, «stampa e distribuzione sono ancora una larga fetta dell’industria e questo periodo di chiusure e distanziamento sociale metterà tutto il comparto cartaceo sotto una fortissima pressione». Quindi, nel breve termine, sicuramente si assisterà a fatturati pubblicitari in declino e a ricavi da lettori in calo – con rare eccezioni, che magari addirittura aumenteranno i guadagni – e questo porterà, inevitabilmente, alla riduzione della forza lavoro giornalistica.

«Nel lungo termine», continua, «una depressione o recessione economica prolungata significheranno anni di vacche magre per i news media, specialmente quelli cartacei. Anche i consumatori potrebbero decidere di sospendere le spese discrezionali, compresi i giornali. In una ricerca del nostro istituto del 2019, abbiamo chiesto quale abbonamento sceglierebbero le persone se potessero averne soltanto uno. Solo il 12% ha risposto citando un giornale, mentre il 28% ha preferito un servizio di streaming come Netflix».

Infine, le ricadute del virus stanno accelerando il cambiamento di abitudini verso una quotidianità più digitale, più vissuta sui dispositivi mobili, con – dice Nielsen – una contemporanea distruzione della creatività nel campo dell’informazione. I lavori di qualità costano e vanno sostenuti, pagando professionisti. Gli editori che vorranno sopravvivere non dovranno, una volta ripartita la vita “normale”, tornare al business del passato, perché il passato è davvero passato, oggi più che mai. Dovranno dimostrare che i soldi spesi dalle aziende sulle loro testate fruttano almeno come quelli spesi su Google, Facebook eccetera. Cosa che ora, quasi invariabilmente, non succede. Altrimenti, saranno guai seri.

Un aiuto potrebbe arrivare dal settore pubblico, che però non sembra così interessato al giornalismo come parte, anche, della cultura. Altri aiuti potrebbero arrivare da atti di filantropia, ma «se devo essere brutalmente onesto, penso che molti giornali non ce la faranno. Le vecchie testate proveranno a gestire il declino, quelle nuove faticheranno a restare in piedi, alcune start-up scompariranno del tutto. Altre verranno comprate da ricchi rapaci che ne faranno il loro trofeo, svuotandole di contenuto. Ma alcuni ce la faranno: realtà non-profit e comunità di iscritti, con un chiaro intento di servire la comunità con notizie curate, potrebbero ricevere supporto da vecchi e nuovi iscritti, che stanno cercando di inglobare; chi già vive di abbonamenti, sta dimostrando che fa del giornalismo che qualcuno pensa valga la pena finanziare. La pandemia globale ha sovralimentato la parte distruttiva della distruzione creativa che è già in atto nell’industria delle notizie e nella professione del giornalismo. Ciò rende molto più importante lavorare insieme per realizzare la sopravvivenza della parte creativa di questo mestiere. Le persone hanno bisogno di noi, quindi facciamolo».

 

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