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Forum donne a Torino: africane, ma anche italiane

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«La rappresentazione dell’Africa data dall’informazione è molto mediata. Le fiction, la televisione, la stampa e i social raccontano un’Africa falsata. Sarebbe necessario rappresentarla in modo più onesto».

Questo è uno dei punti affrontati al Forum delle donne africane che si è tenuto a Torino alla Regione Piemonte.

«Non Africa, ma Afriche – prosegue Suzanne Diku Mbiye, di Tam Tam D’Afrique, onlus di Roma – una narrazione vera, la restituzione della verità. Spesso l’Africa è stereotipata, è una caricatura, è colorata, falsata, e rappresentarla così è una perdita per tutti. Restituiamole dignità e realtà. In Africa ci sono 54 Stati, e la stampa non ci dedica quasi mai lo spazio che meriteremmo».

Al tavolo, le africane sono elegantissime: vestiti variopinti e dai toni accesi, copricapi originali: un bel contrasto con la sobrietà torinese. Esprimono fisicità e forza: sono donne che si sono associate e hanno cambiato il modo di approcciarsi con la città che le ha accolte. Le donne africane quante sono, e chi sono? Il diritto di contare vuole dire avere strumenti, sapere quante sono: gli immigrati residenti in Italia sono 5 milioni, a cui si aggiungono 450mila regolari non residenti, 170mila richiedenti asilo, 530mila irregolari. Per un totale di 6,1 milioni, ovvero il 10% della popolazione.

Il 51% delle donne migranti straniere soggiornanti in Italia sono europee: 23% Romania, Albania. Africane meno del 22% della popolazione immigrata: Marocco 8,5%, Egitto 2,4%, Tunisia 1%, Nigeria 2,2%. 

In Italia, la prima migrazione femminile fa data all’inizio degli anni ’70, ed è di donne provenienti da Capo verde, dall’Eritrea, Filippine, America Latina. Sono state apripista, catene migratorie dalle aree rurali, spesso si trattava di famiglie cristiane con ingressi regolari. Erano collaboratrici domestiche, studentesse, spesso entravano con la mediazione di un istituto religioso. Nel corso degli anni, si è assistito a una presenza molto accentuata di donne: ricongiungimenti familiari, motivi di lavoro, le donne migravano per la propria autonomia o per ragioni economiche.

«La migrazione per la donna nera non è facile», sottolinea Marie Jeanne Balagizi del Collettivo Donne africane Torino. Per questo, dai primi anni delle migrazioni nascono associazioni a carattere sociale «come sostegno e punto di riferimento delle nuove arrivate: per trovare lavoro, alloggio, imparare l’italiano e far conoscere ai loro figli il paese d’origine». «Oggi la donna africana, superate le prime difficoltà, si confronta con le italiane, si incontra con altre donne immigrate sul territorio, e rispetto all’integrazione si chiede: cosa possiamo dare? Quindi non c’è solo il bisogno, ma anche il desiderio di portare qualcosa. In una migrazione che, tra l’altro, non è più solo giovane: c’è chi è qui da quarant’anni».

«Oggi le donne promuovono cooperative, attività: fanno rete, studiano, lavorano. Sono protagoniste del proprio bisogno di autonomia, sono consapevoli delle proprie capacità», dice ancora Balagizi.

Le associazioni negoziano con le istituzioni, le donne si incontrano e si confrontano. Non più immigrate, quindi, ma italiane africane che vivono in questa società e vogliono offrire una dimensione diversa. Si mettono in rete e offrono un contributo all’Italia. Sono 188 le associazioni di donne immigrate in Italia. Di queste, 95 di tipo multietnico (soprattutto Marocco e Capo Verde); le prime sono sorte negli anni 2000, tranne per la Somalia e Capo Verde, per cui erano già presenti piccole realtà negli anni ‘80. Di queste associazioni, se ne trovano 61 in Emilia Romagna (Senegal, Marocco), 28 in Lombardia (Cina, Somalia), 27 Lazio (Somalia e Capo Verde), 14 in Piemonte.

Rachel Okunbowa, Collettivo donne Africane, Torino: «Il forum è la nostra vetrina, e questo è il secondo anno che lo organizziamo. Nel 2018 abbiamo gettato le basi per costruire qualcosa insieme. I nostri temi sono associazionismo, immigrazione e integrazione». «All’inizio abbiamo vissuto difficoltà enormi: un senso di vuoto, spaesamento, il bisogno di accoglienza, di inserimento sociale, la difficoltà di comunicazione, la mancanza di confronto. Perché va bene il corso di italiano e l’apprendimento della lingua, ma poi c’è il problema del lavoro, della discriminazione di chi è nera, ha il velo, è nigeriana. Sulle donne migranti c’è una doppia discriminazione. L’equilibrio fra la vita lavorativa e familiare non è facile, tante donne non hanno una rete familiare pronta a sostenerle, chi ha i figli a scuola e lavora: difficile pensare a un progetto importante. Sono tutte aree su cui intendiamo migliorarci».  

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