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Giornalisti e dibattiti social, da #BlackLivesMatter a #Montanelli

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Sostengo una tesi perché mi colloca in una certa area di pensiero, di cui voglio fare parte, e voglio che sia ben chiaro che ne faccio parte: è quella che mi definisce, che il mio pubblico si aspetta da me, e dev’essere chiaro a quale segmento si rivolge il mio brand.
Forse è questo, in fondo, il nodo della questione da cui è partito tutto il dibattito dopo alcune violenze nate dall’onda del #BlackLivesMatter e soprattutto dopo l’editoriale della discordia costato le dimissioni a James Bennet, firma di punta del New York Times che aveva stigmatizzato le manifestazioni dopo la morte di George Floyd. Dibattito che in Italia abbiamo trasformato in un accapigliarsi via Twitter sulla statua di un giornalista molto osannato e molto odiato (ci arriviamo meglio tra poco), ma che, come Vox ha spiegato bene, è prima di tutto il frutto di una valutazione – che si è sempre fatta e si fa costantemente nei giornali – su quali notizie/opinioni si ritengono “accettabili”, “controverse” e quali vengono collocate in un’area di “devianza” e pertanto non ritenute degne di pubblicazione. Secondo Vox, oggi i criteri di quella valutazione sono cambiati perché c’è stato un ricambio generazionale e, quindi, di sensibilità all’interno delle redazioni stesse. In parte è accaduto anche in Italia, sebbene nelle realtà più grandi i 30-40enni che contano siano ancora numericamente minoranza, e questo spiega (solo in parte) perché sulla questione “statue e altre rimozioni” abbiamo visto un allineamento tra testate che hanno spesso posizioni diverse: Corriere, Repubblica, Foglio, Il Fatto, che hanno schierato tutti i pezzi da 90 (quasi tutti non giovani, oppure giovani vecchi) delle rispettive testate. Ci sarebbe da chiedersi quando nei giornali italiani ci saranno 30-40enni abbastanza “forti” da poter scatenare analogo pandemonio interno, e anche se questo sia un bene o un male (detto da chi si è presa una serie di porte in faccia perché ha preferito non  tacere, quindi astenersi schienadrittisti: le gerarchie esistono anche perché sono funzionali al prendere decisioni).

Poi esistono i social. Il luogo dove il singolo giornalista si comporta oggi spesso da “attivista”. Lo ha fatto notare Paola Peduzzi sul Foglio, partendo da una domanda posta in questo articolo da Margaret Sullivan sul Washington Post ricordando che lo scontro interno al New York Times si è consumato molto a mezzo Twitter (basta andarsi a leggere la discussione sull’account di James Bennet, il 4 giugno). Da qualche anno è così anche da noi: i giornalisti la cui fama è nata, cresciuta e si è consolidata più che altro grazie a una sapiente presenza su Twitter e Facebook non mancano. Su Twitter si ragiona per hashtag e così, senza che ce ne si rendesse conto, si è scivolati dal razzismo di cui la nostra società è permeata a: #Montanelli (lo dico subito, e lo metto volutamente tra parentesi perché rileva poco: ho una mia opinione, coincide quasi in toto con quella già espressa in modo semplice e diretto dalla scrittrice Ester Viola qui, per la versione complessa c’è sempre Massa e Potere di Elias Canetti).
Indro Montanelli era divisivo da vivo e lo è da morto perché era un giornalista di destra, polemista attaccabrighe e rompiscatole: tutte cose che, in Italia, sono difetti e basta. E come ha scritto Nicola Mirenzi, ovviamente su Twitter, se non fosse stato elevato a icona antiberlusconiana da una certa parte di (sedicente) sinistra avrebbero deposto la sua statua dai Giardini di Porta Venezia da un bel po’. Ma è stata l’occasione per prendere posizione, ovviamente quella opposta a quella già presa dalle testate tradizionali di cui sopra, in modo tale da distinguersi di fronte al proprio pubblico: è stato tutto uno sfoggiare di vere o presunte conoscenze storiche (non so se ci avete fatto caso: a un certo punto erano tutti dottorati in storia del ‘900, anche chi – come la sottoscritta, in gran buona compagnia – ha fatto generici “studi umanistici” che vadano un po’ oltre scienze delle merendine). In tutto il ciarlare, mi pare che uno dei pochi che abbia sposato una posizione, problematizzandola più che “brandizzandola” sia stato Ferdinando Cotugno

Poi, per fortuna e purtroppo, è arrivata la Realtà, quella che dovrebbe farci raddrizzare la barra: non ci sono solo gli afroamericani uccisi dalla polizia Usa, ci sono anche i rider arrestati per aver tentato di salire con una bici su un treno dopo ore di lavoro. A Milano. Di questo, quando ne parliamo? 

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