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Spinoland (16) – Verità ma nessuna giustizia per Jamal Khashoggi

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Jamal Khashoggi (1958-2018), scrittore e giornalista saudita

Conosciamo le ultime parole dette da Jamal Khashoggi prima di morire, nel consolato saudita di Istanbul, il 2 ottobre del 2018. Sono le stesse pronunciate un anno e mezzo dopo da George Floyd a Minneapolis: “Non riesco a respirare”, parole ripetute tre volte, con un filo di voce che poi si spezza. Nel caso del columnist saudita manca il video dell’omicidio, ma l’audio c’è, registrato dall’intelligence turca e condiviso con i servizi francesi, britannici, tedeschi e statunitensi.

Conosciamo anche i nomi e le facce di esecutori e pianificatori, nonché del mandante  dell’omicidio. Lo squadrone della morte inviato da Riyad è stato filmato all’arrivo a Istanbul, dove è atterrato su un aereo del governo saudita. Erano in quindici. Tanti ce ne volevano evidentemente per far sparire un giornalista sessantenne, sovrappeso e mite, che pungeva solo con la penna.

Uno di loro, Maher Mutreb – un uomo della sicurezza del principe ereditario e de facto leader della petromonarchia Mohammed bin Salman (MbS) – è stato fotografato il giorno della morte di Khashoggi, mentre entrava nel consolato. E da lì quel giorno Mutreb ha chiamato Saud al-Qahtani, al tempo uno degli uomini più vicini a MbS, per informarlo che “l’operazione è stata completata”. Khashoggi è stato ucciso poco dopo il suo ingresso al consolato, dove era andato, su suggerimento di Khalid bin Salman – fratello di MbS e ambasciatore saudita a Washington – per ritirare i documenti necessari per sposare la sua fidanzata, Hatice Cengiz, che l’aspetterà a lungo fuori dall’edificio. Le cose sono andate come dovevano andare, se non fosse per il disappunto espresso dal Console Generale saudita Mohammed al-Otaibi: ora bisogna far sparire il corpo e pulire tutto, una seccatura

Non c’è nulla di misterioso nella morte del dissidente saudita Jamal Khashoggi. Questi elementi sono stati messi in fila e documentati nell’arco delle settimana successive alla sua scomparsa, tant’è che già il 16 novembre 2018, la CIA fa sapere di aver ricostruito la dinamica dell’omicidio, e di poter identificare oltre ogni ragionevole dubbio anche il mandante: a volere la morte del giornalista che lo attaccava con le sue column sul Washington Post è stato Mohammed bin Salman, alleato di ferro del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Perfino i sauditi, seppur a fatica, di fronte all’evidenza poco a poco vuotano il sacco, o quasi. L’indignata professione d’innocenza dura alcuni giorni, ma già il 20 ottobre l’Arabia Saudita ammette, che sì, in effetti Khashoggi è morto nel consolato, ma non era quello il piano. La squadra inviata da Riyad doveva convincerlo a tornare a casa, mettendo fine all’autoesilio che l’intellettuale aveva scelto nel 2017 e agli articoli che imbarazzavano il principe davanti agli amici americani.  Il giornalista è morto durante la colluttazione, al termine di un’operazione andata male. Poi un’ulteriore rettifica: l’omicidio era premeditato, vero, ma voluto ed eseguito da una squadra impazzita dei servizi di sicurezza, senza alcuna complicità delle autorità, fa sapere Saud al-Mojeb, il procuratore capo di Riyad.

Su questa verità ufficiale, che neanche ambisce a essere verosimile, l’Arabia Saudita si è attestata, arrivando a processare undici uomini e a condannarne a morte cinque lo scorso dicembre  – bassa manovalanza criminale, di cui neanche sono stati rivelati i nomi – uomini poi di fatto graziati dal perdono estorto a Salah Khashoggi, figlio di Jamal. Tutto formalmente ineccepibile, e limpidamente falso, appunto.

Il perdono però è stato negato da Hatice Cengiz, la fidanzata di Jamal, perché “nessuno ha il diritto di perdonare assassini e mandanti”, almeno fino a quando tutta la verità non sarà emersa e giustizia sarà fatta. E Hatice Cengiz continua a cercarle, verità e giustizia, dal banco dei testimoni di un’aula del tribunale di Istanbul, dove venerdì scorso si è aperto il processo in contumacia a venti uomini – quindici esecutori, cinque pianificatori,(tra questi l’ex vicecapo dell’intelligence saudita Ahmed al-Asiri e il già citato Saud al-Qahtani, entrambi molto vicini a MbS) – accusati di aver “ucciso Jamal Khashoggi in modo premeditato, facendo uso di metodi barbari”.

Alcuni frammenti ancora mancanti della verità sono già emersi dal procedimento. Il più atteso riguarda ciò che è stato fatto con il corpo della vittima. Jamal Khashoggi sarebbe stato fatto a pezzi, su questo non ci sono molti dubbi, ma la testimonianza di un impiegato del consolato fa pensare che sia stato poi bruciato in una fornace nel giardino della residenza del console. “Mi hanno chiamato per accenderla – ha raccontato Zeki Demir – perché c’erano cinque-sei ospiti che non ci riuscivano. Ho fatto una battuta sul pericolo di finirci dentro e diventare dei kebab, ma non ha riso nessuno, anzi, mi hanno chiesto di andare via”. Pochi giorni dopo, quando è tornato in residenza, Demir ha trovato forno e ambiente circostante disinfettati e candeggiati.

A Istanbul, insomma, si è aperto un altro capitolo della ricerca angosciante ma necessaria della verità, tutta la verità, sull’omicidio di Jamal Khashoggi. Ma c’è anche qualcosa in più, secondo Agnès Callamard, lo special rapporteur dell’Onu per le esecuzioni extragiudiziali, che nel suo rapporto presentato a giugno 2019 ha definito l’omicidio “un brutale assassinio premeditato (…) la cui responsabilità ricade sui più alti esponenti della corte saudita” chiedendo l’apertura di un’inchiesta su di essi, e in primis, sul principe Mohammed bin Salman. “Il processo turco è un passo formale importante”, spiega Callamard, perché “per la prima volta sono state incriminate alcune delle persone che hanno effettivamente commissionato ed eseguito l’omicidio, anche se non tutte”. Non basta.

Manca Mohammed bin Salman, e il banco degli imputati in ogni caso rimarrà deserto, perché Riyad, com’era scontato, ha rifiutato la richiesta di estradizione. Qualora fossero trovati colpevoli, nessuno dei venti imputati sconterà la pena. Ma non è l’unico limite del procedimento avviato venerdì. È un processo importante, quello che si svolge a Istanbul, ma il Paese che da anni è il più grande carceriere di giornalisti al mondo – superato solo di recente dalla Cina – non è il luogo ideale per cercare giustizia per un giornalista barbaramente ucciso. Nel giorno in cui è iniziato il processo per l’omicidio Khashoggi, annota con amarezza il corrispondente del Guardian, nello stesso tribunale sono stati condannati “per terrorismo” due ex dirigenti della sezione turca di Amnesty International. La partita per Erdogan è geopolitica, il processo rientra tra gli strumenti di pressione che può esercitare nei confronti dell’arcinemico saudita, poco o nulla c’entra con la giustizia.

Altri Stati in realtà potrebbero attivarsi per ottenere giustizia, ha sottolineato la stessa Agnès Callamard, sorpresa che nessun governo abbia inviato un delegato a seguire l’apertura del processo. A essere chiamati in causa sono innanzitutto gli Stati Uniti, il Paese nel quale Jamal Khashoggi aveva preso la residenza, e la cui intelligence ha fatto sapere di avere prove schiaccianti riguardo alle responsabilità di MbS. Il governo statunitense sarebbe anche l’unico in grado di esercitare una pressione davvero efficace sull’establishment saudita, qualora volesse farlo.

Malgrado le continue, insistenti richieste del Congresso, però, Donald Trump si è rifiutato formalmente di consegnare un rapporto ufficiale sulla base delle informazioni raccolte dalle agenzie di intelligence sull’uccisione di Jamal Khashoggi e il successivo insabbiamento del caso. La ricerca della verità continua, e dal processo che si svolge a Istanbul, potrebbero arrivare ulteriori, devastanti dettagli in grado di comporre un quadro ancora più preciso della morte del dissidente saudita. La giustizia invece è rimandata a tempo indeterminato. 

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