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Spinoland (15) – È ora di raddrizzare la schiena con al-Sisi

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L’ultima a finire dentro è stata Nora Younis, prelevata mercoledì scorso da otto agenti in borghese che hanno fatto irruzione nella redazione della testata indipendente al-Manassa, al Cairo. Blogger e giornalista, Nora Younis ha scritto a lungo per il Washington Post oltre che per il quotidiano egiziano a-Masry al-Youm, prima di fondare nel 2015 al-Manassa, uno dei migliori siti di notizie dell’opposizione, costretto come altri ad acrobazie tecnologiche per sopravvivere al black out informativo imposto dal regime. In teoria Nora Younis è quindi uno dei bersagli più scomodi per il regime da colpire, per via della sua notorietà anche presso le opinioni pubbliche dell’occidente amico del presidente al-Sisi. Del resto, per il Post scriveva anche il giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi, ma neanche i suoi lettori e colleghi statunitensi sono riusciti a salvarlo da una morte atroce nel consolato saudita di Istanbul. Se non arriva a tanto, al-Sisi certo sente di avere le mani libere per far sparire, colpire o tentare di intimidire – come ha fatto con Nora Younis, liberata dopo il pagamento di un’ammenda all’indomani dell’arresto – critici e oppositori senza subire censure o rappresaglie. E nelle ultime settimane, ha impresso alla stretta repressiva, l’ennesimo, micidiale giro di vite. 

Il giorno prima del fermo di Nora Younis, un gruppo di energumeni ha portato via in pieno giorno Sanaa Seif – la figlia più piccola di una storica, tenace famiglia di ribelli – gettandola in un camioncino mentre usciva dall’ufficio della procura di El Rehab, nella Nuova Cairo. La ventiseienne attivista si era intestardita a voler denunciare l’aggressione subita con la sorella maggiore Mona e la madre Leila pochi giorni prima, davanti al famigerato carcere di Tora, a sud della capitale. Le tre donne sono state pestate davanti all’occhio benevolo delle forze di sicurezza mentre aspettavano di ricevere una lettera del fratello Alaa Abdel Fattah – uno degli attivisti più influenti della rivoluzione del 2011, detenuto arbitrariamente da oltre cinque anni, con pochi sprazzi di libertà – di cui non riescono ad avere notizie da quando in Egitto è scattata l’emergenza Covid-19, se non, appunto, appostandosi giorno e notte davanti alla galera in attesa di una sua missiva.

Tutto secondo copione. Inclusa la breve sparizione forzata e la riemersione due giorni dopo di Sanaa Seif con un ordine di carcerazione preventiva di quindici giorni nella sezione femminile della prigione di Qanater con altre decine di attiviste, misura che nella maggior parte di questi casi viene ripetuta a oltranza in attesa di processi che non si svolgeranno mai. Rientra nella normalità anche la punizione collettiva che colpisce la famiglia, più o meno allargata, del dissidente nel mirino. Lo scorso 15 giugno sono stati vittime di una sparizione forzata anche cinque cugini di Mohammed Soltan, con l’obiettivo di indurre l’attivista esule negli USA a ritirare la causa intentata davanti a un tribunale statunitense all’ex primo ministro egiziano Hazem el-Beblawi, per aver approvato i ventuno mesi di detenzione costellati da torture subiti da Soltan dopo aver documentato il massacro di Rabaa, il più letale della storia recente egiziana.

Anche le accuse mosse a Sanaa Seif rientrano nelle recenti ossessioni del regime, scosso dagli effetti politici, oltre che economici e sanitari, della pandemia, diventata per questo un altro argomento tabù. Oltre alla denuncia d‘ordinanza di “incitamento al terrorismo”, Sanaa Seif è accusata di aver “fatto circolare (ndr via Facebook) voci e notizie false riguardo al deterioramento delle condizioni sanitarie nel paese e alla diffusione del coronavirus nelle prigioni”. Anche Nora Younis sarebbe finita nei guai per la “controversa copertura dell’emergenza coronavirus”, stando a quanto affermato dall’editore di al-Manassa Sayyid Turki alla testata egiziana indipendente Mada Masr, E come già riportato dal Caffè dei Giornalisti, davanti al carcere di Tora è stata ammanettata lo scorso 17 maggio Lina Attalah – altro rispettato nome del giornalismo egiziano indipendente – mentre tentava di intervistare proprio Leila Seif, la madre di Sanaa. La direttrice di Mada Masr sarebbe finita nuovamente nel mirino per aver pubblicato un’inchiesta che mette in luce l’immeritata ascesa professionale del figlio del presidente, Mahmoud al-Sisi, ma di certo era sgradita la diffusione delle accuse dalla famiglia Seif, poi rilanciate da Mona Seif, in un’intervista al Guardian

“Da quando le visite sono state vietate a marzo, la situazione è andata fuori controllo nel carcere di Tora”, ha detto la sorella maggiore di Sanaa al quotidiano britannico. “Sappiamo che una parte del braccio di massima sicurezza viene usata per tenere i prigionieri contagiati in quarantena, ma i detenuti non hanno nessun modo per proteggersi, le autorità hanno tagliato anche la fornitura del sapone portato dalle famiglie”. L’allarme è cresciuto da quando è filtrata la notizia della morte per coronavirus di Sayed Ahmed Hegazy, un impiegato della prigione, deceduto in macchina dopo aver cercato invano una struttura medica dove curarsi. Pochi giorni dopo sono morti anche due detenuti.

Il timore è che sia emersa solo la punta dell’iceberg di quanto sta accadendo nell’inaccessibile universo carcerario egiziano, oggetto negli ultimi anni di un’impressionante espansione. Benché almeno diciannove prigioni siano state costruite dal 2011, molte di questo sono sovraffollate – nelle celle di Tora vivono ammassati fino a 30-40 prigionieri – per via dell’impennata del numero di arresti. Dal punto di vista sanitario, l’emergenza carceri è la parte più opaca è preoccupante di una più ampia e nascosta emergenza coronavirus. Mentre la pandemia andava fuori controllo in Egitto – la stima ufficiale è di 50 mila persone contagiate, ma i casi sarebbero fino a dieci volte di più secondo anonime fonti governative – il governo ha rafforzato l’unico controllo che è in grado di esercitare: quello sull’informazione. Così il famigerato “fascicolo 558”, di cui ci siamo già occupati, in cui rientrano tutti coloro che “diffondono notizie false sulla pandemia”, continua a gonfiarsi.

L’impressione però è che il giro di vite sia qualcosa di più dell’ennesima stretta censoria: il segnale di una crescente insicurezza del regime, che teme l’impatto combinato della crisi sanitaria e di quella economica. “I servizi di sicurezza sanno che molti egiziani sono arrabbiati e che la situazione è propizia per una nuova stagione di proteste. Stanno provando a prevenire le minime critiche prima che crescano e si diffondano”, spiega a Deutsche Welle Amr Magdi, ricercatore egiziano di Human Rights Watch. Sono attacchi preventivi, insomma, per evitare il contagio dello scontento e tenere i cittadini egiziani a casa. 

Al-Sisi usa liberamente la mano pesante perché sa di muoversi in un contesto internazionale favorevole: gli amici gli condonano tutto o quasi, sia le minacce di guerra contro i nemici stranieri, dall’Etiopia alla Turchia, che la guerra dichiarata ai suoi concittadini dissidenti. Ha suscitato clamore, proteste e un tentativo di bloccare l’affare (la mobilitazione #StopArmiEgitto) il recente via libero del governo Conte alla vendita di due fregate militari al Cairo, ma non è un caso unico. La Germania da gennaio ha venduto armi all’Egitto per 300 milioni di euro, e la vendita di armi – incluse quelle usate dal sistema repressivo in piazza – è stata per anni al centro del partenariato tra Parigi e il Cairo. Ora il giro d’affari sarebbe calato, lamenta la stampa francese perché Macron si è azzardato a fare la predica ad al-Sisi sui diritti umani. Segno che il regime, abituato all’impunità, è pronto anche a rappresaglie di fronte a critiche pur blande sulle questioni interne. Alla luce di una corretta lettura dei rapporti di forza, comunque, non è nulla che possa davvero impensierire un governo con la schiena dritta.

Una prima opportunità di raddrizzarla si è presentata in questi giorni, segnala un appello lanciato da Amnesty International Italia. Il presidente al-Sisi ha annunciato il rilascio di 530 detenuti come misura di contrasto del Covid-19, ma il rischio è che, come già accaduto in Turchia e in Marocco, l’amnistia escluda per principio tutti i prigionieri politici.

Il governo italiano chieda in modo chiaro la liberazione di Patrick Zaky, Alaa Abdel Fattah, Sanaa Seif e di altri prigionieri di coscienza. È solo l’inizio, certo. Il regime non cambierà natura da un giorno all’indomani. E se anche l’iniziativa dovesse andare in porto, l’universo carcerario egiziano rimarrebbe affollato di prigionieri di coscienza. Ma liberare anche uno solo di loro avrebbe un valore umanitario incalcolabile. Oltre a quello – politico e diplomatico –  di avvertire il regime egiziano che qualcosa è cambiato.

 

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