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Predrag Matvejević: la ricerca di parole, oggetti, storie

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Breviario Mediterraneo

Le vecchie civiltà mediterranee hanno lascito ai posteri i loro alfabeti. Da nessun’altra parte del mondo ne abbiamo tanti. Si scriveva sulle pareti rocciose delle grotte e sulle lastre dei monumenti, su pietra, creta, bronzo, su rotoli di papiro e fascicoli degli incunaboli, con geroglifici e simboli, linee rette e curve, lettere tonde, angolari o cuneiformi, righe che scorrono da sinistra a destra o da destra a sinistra, dalla cima la fondo della pagina o dal fondo alla cima. Le antiche scritture somigliavano ai contorni delle coste, delle isole, delle rupi, delle onde. Servivano per prolungare la memoria o la conoscenza, segnare la nascita o la morte, esprimere amore od odio, annotare le vittorie o le sconfitte, onorare il sovrano o pregare Iddio. I messaggi venivano mandati anche in altro modo, con diversi strumenti, materiali, segnali – intagli sugli alberi, nodi sulle corde, vessillo sull’albero della nave, la resina e l’olio che si accendono e si spengono nei fari. Ma nulla era in grado di sostituire la scrittura. Essa ha trasformato il passato del Mediterraneo in storia, collegando la caducità della vita con l’eternità.


Predrag Matvejević
Breviario Mediterraneo, Garzanti (2020)

C‘è l’orologiaio catalano che cerca di ricostruire il catalogo dell’antica biblioteca di Alessandria d’Egitto andata in fumo e ci sono sirene, naufragi, coste, porti, venti. È un catalogo infinito di suoni, odori, rumori, voci che parlano dialetti diversi, che si ritrovano nei porti dopo aver sfidato venti e correnti. È Breviario mediterraneo, il libro-simbolo di Predrag Matvejević, un’ininterrotta traversata da una costa all’altra del Mediterraneo, da est a ovest, da sud a nord e viceversa, per raccontare ciò che ci unisce e ciò che ci divide.

Pregrag Matvejević, nato a Mostar nel 1932 e morto nel 2017, è stato docente di letteratura francese all’università di Zagabria e di letterature slave comparate alla Sorbona di Parigi. Dal 1994 al 2007 ha insegnato alla Sapienza di Roma. Ha vinto innumerevoli premi ed è stato candidato al Nobel per la letteratura. Il suo Breviario mediterraneo, pubblicato per la prima volta nel 1987, poi ampliato in varie riedizioni, è stato tradotto in oltre venti lingue ed è stato definito dallo stesso autore «un saggio poetico» e «un diario di bordo».
Alla sua morte, nel 2017, Giacomo Scotti sul manifesto lo ricordò così: «Era arrivato in Italia per sfuggire all’odio di coloro che, non perdonandogli di essere figlio di un cristiano ortodosso russo e di una cattolica bosniaca di Mostar, spararono una raffica sulla sua porta di casa nel cuore di Zagabria. Scelse allora l’Italia e una vita tra asilo ed esilio. Tornato in patria parecchi anni dopo la fine della guerra cosiddetta patriottica, ha vissuto il resto della vita isolato. L’odio che aveva acceso la guerra non era mai sparito nella ex Jugoslavia, e ha finito per consumarlo lentamente».

Partiamo da un assioma: il Mediterraneo è la culla della nostra cultura e della nostra storia. Da Ulisse in avanti è tutto un andare e tornare, incontrare, scoprire, capire e non capire, conquistare, perdere e trovare. Che si tratti di greci, romani, arabi o normanni, storia, lingua e tradizioni del Mare Nostrum si sono sedimentate come pietre nel nostro DNA. Da questa storia fatta di legami secolari si arriva all’oggi, a noi. Ognuno di noi, nelle lunghe enumerazioni del Breviario, ritrova il suo mare, i suoi ricordi, fatti di odori e di suoni. Chi di noi non associa un ricordo al frinire delle cicale nei pomeriggi assolati, il profumo della macchia mediterranea, il frusciare della brezza tra i pini marittimi? Ed è così che, nel suo incedere per flussi di parole, per elenchi e concatenamenti di immagini, Breviario Mediterraneo entra nel personale di ognuno di noi, portandoci a essere parte della corrente, cullati e appagati dal viaggio, senza bisogno di arrivare in porto.
Come scrive Claudio Magris – altro appassionato cantore di mari, fiumi e intrecci tra culture e genti diverse – nella prefazione al libro, Matvejevic «non legge più solo i libri, ma legge il mondo, la realtà, i gesti e il vociare delle persone, lo stile delle capitanerie, l’indefinibile trapassare della natura nella storia e nell’arte, il prolungarsi della forma delle coste nella forma dell’architettura, i confini tracciati dalla cultura dell’ulivo, dall’espandersi di una religione o dalla migrazione delle anguille i destini e le storie custodite nei dizionari nautici e nelle lingue scomparse, i linguaggi delle onde e dei moli, i gerghi e le parlate che mutano impercettibilmente nello spazio e nel tempo».
E in questo impercettibile mutare di coste e di persone, di lingue e di oggetti si può vedere un filo che si dipana nelle due direzioni – del tempo e dello spazio – e che tiene uniti i popoli del Mediterraneo.

Ma si può, oggi, parlare di unità del Mediterraneo? Oggi che la questione migratoria contrappone il Nord e il Sud del Mare Nostrum? E che solo ieri contrapponeva la migrazione albanese alla ricchezza e alle luci televisive che dal nostro Paese, richiamavamo, come sirene, a cercare una vita migliore?
Cosa direbbe oggi Matvejević dei naufragi, delle navi sequestrate, del rincorrersi di Guardia Costiera, ONG e trafficanti? Cosa direbbe dei tanti migranti che fuggono da guerre, miseria, orrore? Lui, russo/croato per discendenza paterna e materna e cittadino europeo – francese e italiano – modello dell’intellettuale europeo che si pone al là delle divisioni e ideologie nazionaliste e/o religiose, per cercare le radici e gli orizzonti comuni del Continente.
Dissidente nel regime dell’ex Jugoslavia per difendere i diritti dell’uomo e degli intellettuali e oppositore di tutte le “democrature”, secondo la definizione che lui dava di quei paesi che proclamano la democrazia senza attuarla. In un’intervista del 1991, quando era consulente della Commissione europea per i problemi del Mediterraneo, constatava che «esiste un abisso tra le due sponde del Mediterraneo. L’Europa deve unirsi in se stessa, senza privarsi delle sue particolarità culturali».

Come leggere, quindi, la migrazione?
«Alla Sapienza proponevo un dibattito diverso, non solo quantitativo – spiegava. C’è un discorso quantitativo: quanti sono sbarcati stanotte? Quanti devono rimanere? Quanti devono andarsene? Quanti ne possono accogliere gli altri Paesi? Quanti, quanti, sempre quanti? Io proponevo un dibattito diverso, non quantitativo: come si sta in una zattera con tante persone tutte insieme? Come si organizza questo viaggio? Come fa una donna musulmana, educata al riserbo, ad affrontare questo viaggio, a fare i suoi bisogni su una zattera in mezzo ai maschi che la guardano? Cosa si porta nel proprio fagotto, nel proprio piccolo bagaglio? Con che cosa era partita l’immigrazione italiana, l’immigrazione russa? Si è fatta una ricerca così in America, vedendo che la prima generazione di immigrati non imparava l’inglese, mentre la terza ormai dimenticava l’italiano. Borges definiva l’Argentina era un “paese italiano di lingua spagnola”, e noi rimaniamo a questo discorso quantitativo che non riesce a darci risposte».

 
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