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Raccontare l’emergenza covid-19: il mestiere antico dell’inviato nel 2020

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Marco Imarisio (1967), al Corriere della sera dal 1997

Tutto è iniziato, come talora accade alla valanga della tragedia quando parte impercettibilmente e dall’alto, da un fatto minimo. Un rametto che si spezza, un dispaccio di agenzia notturno del 20 febbraio 2020: «Paziente positivo all’ospedale di Codogno». Qualche quotidiano fece la cosiddetta ribattuta, e mise una notizia breve; altri, neanche quella. L’emergenza nazionale da covid-19 in Italia, evento tra i più clamorosi dal secondo dopoguerra, i giornali la registrarono inizialmente così.

Il Caffè dei giornalisti ha raccolto, in una conversazione con Marco Imarisio, noto inviato del Corriere della sera per cui ha raccontato alcuni tra i fatti di cronaca più significativi del Paese degli ultimi vent’anni, la storia della copertura giornalistica della pandemia da parte del maggiore quotidiano generalista italiano. Non per celebrarne il protagonista e i suoi colleghi, né per santificare i giornali e il loro ruolo nella società, o per giustificarne l’esistenza e la necessità. La ragione è un’altra: l’emergenza sanitaria, che ha costretto a un assoluto e repentino stravolgimento della quotidianità decine di milioni di italiani,  ha avuto tra i suoi effetti quello di far tornare l’opinione pubblica a desiderare informazioni attendibili. E la popolazione, nel mare delle fonti ufficiali e non, antiche e nuove, digitali e analogiche, ha ancora scelto in massa i giornali. Per un paio di mesi sono spariti dalla circolazione non solo gli argomenti frivoli ma anche i sostenitori dei complotti, delle teorie più irragionevoli e strampalate, i fautori delle posizioni più antiscientifiche e fondate sulla più bieca credulità, i sedicenti esperti da social network.

Nonostante la digitalizzazione dilagante, l’unica soluzione adottata dai giornali per restituire alla popolazione un’informazione affidabile è stata l’antica ricetta di inviare. Mandare fisicamente sul posto una persona, farla stare lì dove accadevano le cose, permetterle di parlare con i personaggi di questa storia così dolorosa e spaventosa, captare i sentimenti e le paure, provare a interpretare la direzione degli eventi. Cercare di capire con fonti di prima mano, correggere la mira se del caso: in una parola, informare.

«Dell’inizio – spiega Imarisio – ricordo, anzitutto, il clima di grande mobilitazione, di quelli che si vivono forse una volta al decennio per accadimenti in tutto il mondo. Il Corriere mi spedì immediatamente, senza neanche farmi finire un trasloco, nell’area dei primi contagi. Nella notte, a Vo’ Euganeo, morì il primo malato di coronavirus, Adriano Trevisan. Parlai con i parenti, distrutti dal dolore: nessuno osava supporre che ne sarebbero arrivate altre 34.000, di vittime. Quando successe la tragedia del ponte Morandi, che fu un qualcosa di straziante, morirono 43 persone e, giustamente, ne parlammo per mesi. Nel giro di poche settimane abbiamo dovuto adottare un’economia e una contabilità di guerra tanto che, ultimamente, non è stato raro sentire che “oggi sono morte solo 200 persone”. E nessuno obiettava perché eravamo tutti concordi».

Non si era ancora capito, neppure vagamente immaginato cosa si stava per abbattere sull’Italia: la sensazione dei più era di incredulità per le ipotesi catastrofiste, legata a una sensazione viva e poco rassicurante: che quel morbo esotico, da notiziola della sezione esteri, fosse improvvisamente piombato sulle nostre teste e diventato, in una qualche misura, una cosa nostra. «Nella piazza del municipio a Vo’ Euganeo, con il collega di Repubblica Fabio Tonacci, fermavamo le persone e provavamo a chiedere notizie, urlando le domande da metri di distanza. Ricordo che mi avvicinai un po’ troppo a una signora col girello, lui mi tirò indietro. Mancava ancora la coscienza della portata dell’epidemia. Quando riuscii a intervistare – e la storia uscì prima sul Corriere che altrove – la prima donna guarita di quel paesino, la sensazione generale era che, in quella prima settimana, un po’ tutti avessero esagerato con l’allarmismo. E non fu un errore solo dei giornali, dei Sala e dei Fontana: per qualche giorno, quasi tutti volevano riaprire e ripartire. La signora, difatti, mi disse di essere stata curata con la tachipirina e che era stata una banale influenza; che tanto rumore per una cosa del genere lo trovava insensato. L’articolo fu molto letto e condiviso perché rispondeva a un sentimento generale, alla volontà di conferma che tutto sarebbe passato in fretta».

In un’èra di generalizzata sfiducia nei confronti delle informazioni ufficiali, di continuo dimagrimento delle vendite e della forza lavoro dei giornali, del proliferare di contenuti veicolati via social network, di no vax e di complottisti assortiti, per mesi la società italiana ha riscoperto la lettura del giornale e ha chiesto ai giornalisti di dare risposte. «A Padova alloggiavo in un bell’hotel in zona Fiera. Mi resi conto, dall’assenza di rumori vitali a qualunque ora del giorno e della notte, di avere poca compagnia, in un albergo da 210 camere. Quando alla reception mi offrirono, senza che lo avessi chiesto, di servirmi la colazione in camera, feci un paio di domande e capii: nessuno voleva ammetterlo ma i “pochi clienti” che denunciavano significavano nessun cliente, a parte me. Ero l’unica persona ospite in quell’albergo. In quel momento mi resi conto, se non del tutto, che davvero stesse succedendo qualcosa di ab-normale».

Eppure a Padova, raccontava Imarisio nei suoi report, nel primo weekend di marzo i ragazzi erano ancora beatamente chiassosi e ammassati per lo spritz in piazza delle Erbe. Intanto, a Bergamo già si moriva in serie.  «Quelli successivi sono stati i giorni dello scivolamento dell’opinione pubblica, dal “ma non sarà che stiamo tutti esagerando?” alla coscienza diffusa delle proporzioni dell’epidemia. Non solo: si aveva consapevolezza, per la prima volta, che la stampa e l’informazione rivestissero un ruolo centrale, nell’emergenza nazionale. Successe con l’intervista all’anestesista di Bergamo Christian Salaroli, in cui c’era un medico che parlava con un lessico fino a quel momento sconosciuto: raccontava di assalto al pronto soccorso, di terapia intensiva che esplodeva e soprattutto, benché con parole lievi, di una scelta orribile, su chi far vivere e chi lasciar morire. Quell’intervista fu come uno sparo nel buio, e pubblicarla non fu una scelta scontata: perché dodici giorni dopo si vedevano dappertutto le foto agghiaccianti delle bare e delle camionette in fila, sì. Ma in quei momenti ancora no, non c’era assolutamente la percezione del disastro in atto: anzi, molti lo negavano risolutamente».

L’articolo, nato anche dal coraggio di un medico che si era convinto a parlare chiaro in un momento di grandi incertezze e di spinte informative uguali e contrarie, ha avuto qualche milione di visualizzazioni ed è stato tradotto in quattro lingue.

Di lì, la prima intervista a Giuseppe Remuzzi, il medico italiano forse più stimato al mondo, oltretutto bergamasco, che raccontava dei suoi amici medici che cadevano come mosche, morti o ammalati sul fronte. «Entrammo in questo tunnel, due mesi in cui tutti noi che ci siamo occupati della pandemia eravamo in una cappa: fisicamente ci trovavamo costretti in casa ma pensavamo, respiravamo e vivevamo coronavirus. Null’altro sembrava avere senso. Mi sento di dire che l’emergenza ha generato buoni frutti giornalistici. Ci sono stati lavori che hanno colpito, prodotti con un’intensità oserei dire innaturale: non ci voleva Alessandro Baricco per spiegare che, in un periodo in cui si pensava che avremmo letto di più e visto tanti bei film, in realtà non si leggeva altro che aggiornamenti sui morti e sui contagiati. Tutto era ridotto all’essenziale. C’era un sentimento generale di malessere e di urgenza che ammorbava tutto e rendeva ogni cosa men che essenziale assolutamente stupida. La stampa italiana, certo, ha fatto errori ma ha dato un contributo fondamentale in questa storia: buona parte dei quotidiani, della televisione, dei siti di notizie hanno fatto informazione vera, hanno scavato, hanno spiegato. Sulla mancata chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo – dal quale è partito il focolaio più micidiale di tutta Europa – e sulla mancata istituzione della zona rossa là e a Nembro, il solo Corriere ha fatto un’inchiesta di tre puntate, senza sconti a nessuno, ed è stato in ottima compagnia». 

I mesi di lockdown hanno anche rinfocolato un dibattito mai sopito, soprattutto tra cronisti e lavoratori di tutto il mondo della comunicazione, sul futuro dei giornali e dei giornalisti. C’è chi ne ha decretato l’estinzione imminente, soprattutto per le versioni cartacee, insieme al definitivo addio alle mondo delle edicole. La pandemia, però, ha prodotto un effetto straniante, perché ha fatto schizzare alle stelle il pubblico dei siti e delle trasmissioni di informazione. E, forse, fatto capire a qualche deluso o rassegnato, o a qualche ragazzo cresciuto nell’era del web e dell’informazione via social, che il giornalista ha ancora un ruolo e un’utilità pubblica, che poco c’entra con la retorica dei “giornaloni” e della (ormai molto più immaginaria che reale) casta dei giornalisti.

Nel contempo, lo stop all’economia ha sottratto ulteriori risorse agli editori sicché, a emergenza conclusa, l’opinione generale è che si farà un’altra conta: quella delle testate e dei lavoratori dell’informazione vittime della crisi indotta dal coronavirus. «Tutte le considerazioni hanno cittadinanza: personalmente, non gioisco quando ci viene indicato col ditino alzato di guardare al New York Times, o al Guardian per imparare come si fanno i giornali. Da un lato abbiamo vissuto con forza la sensazione di essere seguìti con un’attenzione senza precedenti: nelle settimane di crisi più nera, il Corriere avrebbe venduto milioni di copie; peccato che in Italia ci fossero migliaia di edicole chiuse.  Il sito ha fatto numeri mostruosi e, in tutta la vita, non ho mai ricevuto tanti riscontri né tante domande cui, spesso, dovevo rispondere che non ero un medico e non potevo offrire soluzioni. Non sono un esperto: al massimo, con gli esperti ci parlavo e comunicavo i loro contenuti al pubblico. Comunque sì, la sensazione di una ritrovata centralità dell’informazione era forte: la gente chiedeva di attingere a fonti affidabili. Per contro, devo dire che non appena il clima di urgenza e di paura si è alleggerito e la tensione si è allentata, mi sono ritrovato a discutere con persone – anche di buon senso – che maneggiavano teorie cospirazioniste sull’origine del virus. Insomma: non era destinata a durare, questa condizione in cui le persone ritenevano assolutamente fondamentale la qualità delle notizie di cui si servivano quotidianamente. Ho anche letto pensieri sulla fine prossima dei giornali, spesso da parte di colleghi ed ex colleghi: non è che le loro considerazioni non contengano elementi di verità, ma mi sembrano oggettivamente premature. Soprattutto in un momento in cui un virus che ci ha sconvolto le esistenze ha ribadito la necessità di fonti di informazione serie: che siano su carta, ancora per un po’, o sul web a tempo indeterminato, chi se ne importa. Dopodiché andiamo incontro a un periodo brutto, indubbiamente, mica solo per le aziende editoriali: ci saranno ricadute pesanti. Del resto, per due mesi si sono prodotti giornali con redazioni deserte, e sono usciti ugualmente. Qualcuno lo utilizzerà come argomento a suo favore».

«Quello che è certo è che abbiamo passato tre mesi in cui si sono attraversati tutti gli stati d’animo: dall’irritazione alla depressione più profonda, all’abbattimento, fino a una eccessiva esaltazione per la possibile fine del tutto. Ho conosciuto persone straordinarie: infermieri, professori illuminati che piangevano disperati. Raccontare le vite degli altri, sebbene in circostanze così drammatiche, è un’esperienza che segna ma, in qualche modo, arricchisce».

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