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Storie di giornalisti cinesi perseguitati: siamo in estinzione come i panda

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Si chiama Zhan Wenmin e, per parecchio tempo, è stata una delle giornaliste più temute in Cina. Il New York Times ha raccontato la sua storia, una vicenda che parte da una carriera lanciata: a 45 anni era diventata una delle reporter investigative più brave del Paese, capace di scovare storie di abusi da parte delle forze dell’ordine, disastri ecologici, condanne ingiuste a danno di dissidenti del regime. «Ma le cose sono cambiate parecchio», ha raccontato Zhang al quotidiano statunitense, «tanto che oggi è pericoloso anche solo dire che si è giornalisti d’inchiesta». La polizia locale ha iniziato a riconoscere, individuare e minacciare le sue fonti, per farle mancare la terra sotto i piedi.

Stessa cosa è capitata al reporter Liu Hu, 43 anni, giornalista della provincia di Sichuan che ha pagato con quasi un anno di carcere una inchiesta sulla corruzione politica. «I giornalisti che fanno il mio lavoro sono praticamente estinti», ha raccontatoLiu al NYT, «e a raccontare la verità non è praticamente rimasto più nessuno». L’ultima generazione di governo cinese, guidata dal 2012 da Xi Jinping, ha di fatto eliminato tutte le voci scomode, rendendo il giornalismo cinese poco più di un megafono della voce del potere. «Il governo di Xi ha reso tutti i cittadini tecnicamente ignoranti», ha spiegato ancora Liu, «non ci sono più dibattiti, né servizi scomodi o critici verso il sistema, tutta la stampa difende il socialismo cinese e i cittadini sono ciechi e sordi, perché manca una stampa libera che racconti le cose. Invece di trattare quelli come me come pungoli per stimolare la discussione e la libertà di opinione, veniamo visti come mali della società e come persone che destabilizzano il sistema». Per continuare a fare il suo lavoro, Liu scrive spesso sotto pseudonimo.

Il NYT porta un esempio piuttosto recente, per spiegare quanto la censura e la propaganda siano ormai penetrate nei gangli del sistema cinese: nel 2015 una nave affondò nello Yangtze, uccidendo 442 persone. Il giornalista Zhan Caiqiang e alcuni suoi colleghi scrissero un reportage critico sulla tragedia, accusando apertamente gli ufficiali in comando che furono responsabili dell’accaduto. «Ma il governo intervenne e proibì al mio giornale, il Southern Metropolis Daily, di pubblicare la storia. Non uscì nulla». Dopo poco tempo, Zhan lasciò il giornalismo e andò a lavorare in una società di comunicazione, così come molti suoi omologhi che sono stati più o meno esplicitamente spinti a smettere di investigare e a dedicarsi a forme di comunicazione innocue. 

Tra gli esempi citati da NYT c’è anche la storia del portale Q Daily, una pubblicazione digitale con base a Shanghai che si era fatta una reputazione di testata libera e professionale, capace di scandagliare la società per far emergere storie interessanti. Ebbene, il Q Daily è stato preso di mira dal partito comunista cinese che, nell’ultimo anno, lo ha più volte oscurato, accusandolo genericamente di allarmare l’opinione pubblica e di non lavorare secondo le regole deontologiche. Il caporedattore, Yang Ying, ha raccontato che la direzione ha cercato di evitare, dopo aver ricevuto questi avvertimenti, gli argomenti più caldi, eppure i provvedimenti censori non sono terminati. «Il fatto è – ha detto – che non sappiamo neanche quali siano, i temi che danno più fastidio al potere. Di certo c’è che, in questa maniera, noi giornalisti perdiamo la nostra dignità».

La Cina è uno degli ultimi Paese al mondo per la libertà di stampa, 177esimo nel ramking di RSF. Attualmente ci sono 48 giornalisti cinesi in prigione e un’altra dozzina tra blogger e citizen journalist. La legge cinese permette allo Stato di condannare alla reclusione chiunque condivida contenuti sul web, o posti un commento sotto una notizia, o esprima un parere ritenuto lesivo delle prerogative della società e del suo governo.

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