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Spinoland (17) – Liberate Khaled Drareni dalla “giustizia del telefono”

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In Algeria la chiamano “la giustizia del telefono”, e il riferimento non è a qualche innovativa forma processuale sperimentata ai tempi del Coronavirus, ma alla tenace abitudine di pronunciare sentenze dettate dal potere politico. Una pratica che l’Hirak, il grande movimento della società civile algerina che quasi un anno e mezzo fa ha costretto al ritiro l’eterno presidente Bouteflika, sembrava capace di rottamare. Ma l’emergenza pandemia e il conseguente ritorno dei manifestanti a casa dopo cinquantasei settimane di contestazione, già la scorsa primavera ha dato il via alla controffensiva della Issaba,  “la banda” di militari e notabili che ha conservato tutti i poteri de facto. Incluso, appunto, quello di ordinare sentenze contro le voci libere e dissenzienti, come quella di Khaled Drareni, uno dei più stimati giornalisti algerini, fondatore di Casbah Tribune e collaboratore di Reporters sans Frontières e dell’emittente francese TV5 Monde, del cui caso Il Caffè dei Giornalisti si è già occupato.

Khaled Drareni è finito dentro lo scorso sette marzo, al termine di una delle ultime manifestazioni prima del lockdown, accusato di “istigazione a manifestazione non armata” e “danno all’integrità territoriale della nazione” per aver raccontato in modo trasparente la mobilitazione della società algerina, che non ha nessuna intenzione di accontentarsi dell’uscita di scena di Bouteflika. L’arresto di Drareni rientra in una più ampia stretta repressiva, che ha colpito colleghi come Sofiane Merakchi, corrispondente della TV libanese al Mayadeen, giovani vignettisti come Mohamed Latreche, attivisti come Malik Riahi, reo di ave pubblicato su Facebook qualche commento scomodo e un video, oltre a intere testate, come il sito satirico El Manchar, costretto a chiudere per tre mesi. Un giro di vite che ad aprile si è tradotto anche in una legge sedicente anti-fake news, strumento in gran voga oggi nei regimi repressivi sotto tutte le latitudini, che prevede fino a cinque anni di galera e cinquecento mila dinari di multa se l’inchiesta è fatta così bene da creare seri imbarazzi al potere.

Di questa svolta inquietante, la vicenda Drareni è considerata il caso più esemplare, il simbolo della reazione che da mesi si abbatte sui media e la società civile algerina. A luglio, la prima condanna a tre anni di galera è “la prova che il regime vuole finirla con la libertà di espressione”, scrive Algérie Part, e suscita forti proteste. Lo scorso 15 settembre, la mobilitazione entra nell’aula di tribunale, che esplode alla lettura della sentenza d’appello: condanna confermata, con la sola riduzione della pena detentiva a due anni. 

Non c’è nulla nell’impianto accusatorio che giustifichi una condanna. Drareni è vittima della “giustizia del telefono”, colpito da un’accusa che nelle carte non c’è, formulata dal presidente della Repubblica Abdelmadjid Tebboune lo scorso 5 maggio, quando in un’intervista televisiva si è riferito al giornalista, senza nominarlo, come a un khbarji, un informatore al soldo degli stranieri.

È questo il vero capo d’accusa: Khaled Drareni è un traditore perché via Reporter sans Frontières denuncia all’estero le storture del sistema e le pressioni contro i colleghi. Lava i panni algerini in pubblico e così infanga la reputazione del Paese. E poiché collabora con i media francesi, è anche un venduto. È l’accusa più logora, usata in ogni tempo e luogo dai regimi autoritari in affanno, la declinazione più vile del sedicente patriottismo come “rifugio delle canaglie” (Samuel Johnson), ma è quella più minacciosa, per chi se la vede scaricare addosso.

L’accusa pronunciata in televisione dal presidente è la stessa che fanno circolare i propagandisti del regime, come può testimoniare chi scrive, sulla base degli sgradevoli messaggi ricevuti dopo aver chiesto con tanti colleghi la liberazione di Khaled Drareni. “Drareni non è un giornalista, è un provocatore al soldo degli stranieri”, dicono, “un traditore”, o peggio “un harki”, termine che indica chi ha servito come ausiliario dell’esercito francese durante la guerra d’Algeria”.

È il peggior marchio d’infamia possibile in Algeria, ma non basta a screditare Drareni, anzi, molti sono convinti che pressato dai militari, l’inesperto presidente Tebbouna abbia fatto un passo falso. La società civile ha reagito con forza, a casa e all’estero, dove la condanna ha riacceso l’attenzione sul caso algerino. Tra le tante voci che denunciano la parodia della giustizia andata in scena ad Algeri risalta quella di un gruppo di esperti indipendenti dell’Onu, che chiede la liberazione immediata di Drareni,  apparso peraltro in cattive condizioni di salute in tribunale, e degli altri 47 prigionieri di coscienza ancora rinchiusi nelle carceri d’Algeria.

Soprattutto, ha ripreso vigore l’Hirak, che oggi si esprime con la voce del collettivo di trentanove avvocati che difendono Drareni e i suoi “complici” e con quella dei tanti giornalisti e attivisti tornati nelle piazze virtuali e non, per rilanciare la battaglia per la liberazione di Khaled Drareni e del popolo algerino. 

Di fronte al rischio di un’escalation della crisi, gli analisti non escludono che il capo di Stato possa intervenire prima della sentenza della Cassazione con un atto di clemenza, come ha già fatto a inizio luglio, concedendo l’amnistia al detenuto più noto del movimento, Karim Tabou, e a cinque suoi compagni di lotta. Ma se anche Khaled Drareni fosse “liberato dai suoi sequestratori”, come ha scritto il fondatore della dissidente Radio Corona Internationale Abdallah Benadoufa dopo l’uscita di galera di Tabou, “rimangono tutti gli altri. E rimarrebbe poi da liberare la giustizia stessa”.  

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