Home»Sponde del Mediterraneo»Spinoland (11) – Le rovine del Teatro di Tirana e dello Stato di diritto albanese

Spinoland (11) – Le rovine del Teatro di Tirana e dello Stato di diritto albanese

3
Shares
Pinterest Google+

Tra le vittime collaterali del Coronavirus ora c’è anche un teatro nazionale: quello dell’Albania. Espressione della scuola razionalista italiana, in cima alla lista dei siti culturali a rischio stilata dall’associazione Europa Nostra, il Teatri Kombëtar era amatissimo dai cittadini di Tirana. “Quando è stato aperto, alla fine degli anni trenta, tutta la nostra vita culturale era racchiusa in quel palazzo: Il teatro, il cinema, la musica – anche la nostra Orchestra Filarmonica è nata lì”, ha raccontato lunedì Andy Tepelena alla trasmissione Radio3Mondo di RadioRai3. Artista e attivista culturale, Tepelena è stato uno dei fondatori dell’Alleanza per la protezione del Teatro Nazionale, il movimento della società civile che per due anni si è opposto alla volontà del governo cittadino e nazionale di radere al suolo l’edificio, nel quadro di un ridisegno urbanistico della capitale, che ne deforma il profilo generando però un pingue giro d’affari.

Se n’è andato alle prime ore di domenica scorsa il Teatri Kombëtar. Le ruspe sono entrate in azione intorno alle quattro e mezzo. Quando Tepelena è arrivato a pochi passi di piazza Skandeberg, dove tra qualche anno dovrebbe sorgere la nuova struttura progettata dall’archistar danese Bjarke Ingels – del Teatro nazionale disegnato da Giulio Bertè erano rimaste solo le rovine, e l’agitazione dell’ultima battaglia combattuta da poche decine di persone, piegate “con una durezza, un accanimento orribile”. Centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa hanno prima accerchiato l’edificio occupato da un sit-in permanente, poi trascinato via i pochi attivisti che avevano resistito a un precedente ordine di sgombero, motivato con lo stato d’emergenza dovuto al coronavirus.

Durante l’intervento, le autorità hanno fatto saltare anche la rete mobile per impedire agli attivisti di chiedere manforte ai compagni rimasti a casa, come Andy Tepelena, nell’incertezza generata dalle voci contraddittorie che parlavano di un intervento imminente e di dubbia legalità. Perché il vero blitz non è stato quello della polizia a cavallo dei bulldozer, ma dei politici locali legati al capo del governo ed ex sindaco di Tirana Edi Rama. Il decreto di demolizione è stato votato a porte chiuse, senza aspettare il pronunciamento della Corte Costituzionale riguardo alla competenza giurisdizionale del comune a decidere sulla sorte del teatro, tanto più sulla base dell’opaca valutazione tecnica che ne ha certificato la pericolosità.

Il problema non è (solo) la difesa del patrimonio culturale di fronte all’offensiva degli speculatori, ha spiegato Albi Cela sulla testata giornalistica indipendente Exit. Il potere ha preso di mira quello che era diventato il simbolo della resistenza civica, per “spaventare gli albanesi” e rivendicare il diritto di esercitare un potere arbitrario.

Non ha dubbi, Cela: “Il governo ha sfruttato la pandemia per rafforzare la propria posizione, e (…) ha prolungato lo stato d’emergenza mentre gli altri Paesi europei si riaprivano anche per impedire le proteste popolari”. Per questo, scrive, “oggi non abbiamo tempo per pensare al teatro, i muri si possono ricostruire, i nostri diritti no”. E la pressione nei confronti della società civile, giornalisti in testa, “sotto costante minaccia”, è ulteriormente cresciuta in questa stagione d’emergenza.

Qualche settimana fa, i cittadini albanesi hanno ricevuto un messaggio registrato dal primo ministro Edi Rama, che ordinava: “Lavatevi le mani, non uscite di casa, aprite le finestre e proteggetevi dei media”. Non è una novità. Da tempo, il presunto alfiere della primavera albanese ha messo nel mirino la stampa indipendente. La campagna di denigrazione di singoli giornalisti, portata avanti anche a colpi di querele temerarie per diffamazione si è tradotta a dicembre in una riforma sistematica varata – afferma il premier – per contrastare la presunta epidemia di fake news. Il pacchetto anti-diffamazione è dedicato alle testate online, le più libere in un paesaggio mediatico segnato da una forte concentrazione del settore in poche mani: in Albania due proprietari controllano da soli il 71.7% del mercato mediatico,  stando allo studio  Media Ownership Monitor del Balkan Investigative Reporting Network.

La riforma ha introdotto un controllo amministrativo sui media online affidato a un organismo espressione della maggioranza politica, un regime senza precedenti nei sistemi democratici secondo Reporters sans Frontieres. La nuova Autorità ha il potere di colpire rapidamente i presunti diffamatori con multe da capogiro, esercitando così una pressione formidabile che costringe i siti d’informazione più fragili a dover scegliere tra l’autocensura a scopo di sopravvivenza e la morte per collasso economico, denuncia il Consiglio albanese dei Media.

Già branditi durante il terremoto del novembre scorso, quando il capo del governo aveva minacciato di chiudere i media che “diffondevano il panico” (leggi: criticavano la gestione governativa dell’emergenza) usando poteri straordinari, ora che di quei poteri straordinari si è formalmente dotato, Edi Rama ha trovato nell’emergenza coronavirus il banco di prova per poterne verificare l’efficacia, dispiegando contro la cittadinanza attiva albanese tutta la forza dissuasiva delle ruspe e quella dei censori.  

Previous post

Wajdi Mouawad: l'apologia dell'incontro per raggiungere (e comprendere) l'Altro

Next post

This is the most recent story.