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Spinoland (12) – L’affaire Traoré e la lezione di giornalismo dall’America

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«I media hanno criminalizzato la figura di mio fratello», denunciava quasi quattro anni fa Assa Traoré. «Lo hanno fatto passare per un delinquente, un drogato, un alcolizzato”,  (…) ma è lui la vittima». Ucciso da quel famigerato “placcaggio ventrale” che si è portato via tanti ragazzi di banlieue come Adama, morto per asfissia a soli ventiquattro anni, in un cortile della gendarmeria di Persan, 60 km a nord di Parigi, il 19 luglio del 2016.

I media, diceva allora Assa, ascoltano prima la versione del procuratore e delle forze di polizia. Soltanto dopo può capitare che alcuni giornalisti più tenaci vadano in cerca della verità. Lo fanno se c’è una sorella come Assa, testarda come Ilaria Cucchi e Lucia Uva, che chiede verità e giustizia. Lo fanno se una fonte limpida e inattaccabile trasforma questa richiesta in un’ondata di proteste capace di scuotere un intero Paese, come sta accadendo in questi giorni negli Stati Uniti.

Per questo la rivolta Black Lives Matter, oltre a essere una storia di razzismo e di violenza della polizia è anche una potente storia sul giornalismo di oggi.

Sulla straordinaria combinazione tra citizen journalism e giornalismo professionista, esemplificata da quel video girato da Darnella Frazier – la passante che documenta la morte per asfissia di George Floyd – e dagli otto minuti e 43 secondi montati dal New York Times, cronaca inconfutabile dell’assassinio di George Floyd da parte dell’ex agente della polizia di Minneapolis Derek Chauvin.

Sulla capacità di diffusione quasi istantanea e su scala globale di quella notizia, e di tutto ciò che ha scatenato, grazie alla distribuzione di reti sociali come Tik Tok – la piattaforma decisiva in questa rivolta, 6 miliardi di visualizzazioni al 7 di giugno per l’hashtag #BlackLivesMatter – e di network televisivi globali. Contando sia sulla forza di persuasione dei vituperati influencer, che sul coraggio e la cura di giornalisti della vecchia scuola, come Omar Jimenez, cronista della Cnn, ammanettato in diretta a Minneapolis quando le proteste erano ancora un fenomeno locale, perché filma ciò che non deve filmare: il popolo in piazza e la polizia che fa scattare le manette.

Ed è una storia classica di giornalismo, perché tutto – anche Darnella Frazier che passa e filma e i 17 secondi del video dell’influencer afro-americana @moumou, visto 475 mila volte su Tik Tok – rientra nella definizione più semplice del giornalismo, quella del maestro argentino Horacio Verbitzky: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda”.

Viaggiando sulle reti sociali e su quelle televisive, Black Lives Matter è arrivato ovunque, spesso portando per la prima volta le persone in strada dopo il lockdown. I più hanno manifestato in segno di solidarietà, una forma di partecipazione al lutto e alla rabbia collettiva per la morte per asfissia di un uomo. Ma in diversi Paesi, dall’Australia al Regno Unito fino alla Nigeria, la spinta arrivata dagli USA ha indotto i cittadini a scendere in strada a protestare per i casi di violenza, discriminazione e giustizia negata che riguardano la loro vita, contro il razzismo che pervade il loro Paese.

In Francia, ispirati dalla mobilitazione statunitense per George Floyd, lo scorso 2 giugno oltre venti mila persone sono state riportate da Assa Traoré in piazza a Parigi, ma anche a Marsiglia, Lilla, Lione, e da allora ci sono proteste ogni giorno, anche molto lontano da Beaumont-sur-Oise, la banlieue dei Traoré che si rivoltò per alcune notti, quattro anni fa, dopo la morte di Adama.

In questi quattro anni, Assa Traoré ha tenuto testa alle procure e ai gendarmi, smascherando perizie fantasiose e resoconti omertosi su quel 19 luglio. Ed è riuscita a farlo anche perché ha ribaltato i rapporti con i media, scoprendo nel miglior giornalismo francese la determinazione di portare avanti fino al raggiungimento della verità e della giustizia una sorta d’inchiesta collettiva sulla morte di Adama.

È un lavoro cui hanno contribuito giornali storici come Le Monde, che per primo ha denunciato  “le comunicazioni selettive” della procura, che ometteva di includere l’asfissia accertata durante l’autopsia come causa della morte di Adama Traoré e portali investigativi come Mediapart, finito – a forza di inchieste – nel mirino di una causa per diffamazione della gendarmeria.

Alla denuncia del razzismo che ci soffoca, come ha scritto il direttore di Mediapart Edwy Plenel – mito del giornalismo d’oltralpe – e alla ricerca della verità sulle sue vittime, partecipano anche attivisti, giornalisti occasionali, rapper come i ragazzi della band “La Rumeur”, che sta producendo un documentario su Adama,  e anche gli influencer francesi, seppur più lenti a mettersi in moto di quegli americani.

«Ora ci siamo», ha detto Assa Traoré in piazza martedì scorso, «questo è solo l’inizio, perché adesso siamo tutti testimoni e portavoce di ciò che accade in Francia». E accanto a quello di Adama Traoré, i francesi hanno iniziato a pronunciare i nomi di altre persone che hanno perso la vita in circostanze opache o fin troppo chiare, confrontandosi con uomini in divisa: Zyed Benna, Bouna Traoré, Amadou Koumé, Lahoucine Ait Omghar, Abdoulaye Camara, Amine Bentounsi, Ali Ziri, Hocine Bouras, Mourad Touat, Babacar Gueye, Rémi Fraisse, Wissam El Yamni, Lamine Dieng, Aboubakar, Fofana, Angelo Garand, Karim Taghbalout, Ibrahima Bah, Shaoyo Liu, Romain Chenevat, Gaye Camara, Allan Lambin, Steve Maia Caniço, Zineb Redouane, Cédric Chouviat, Mohamed Habsi.

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