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Spinoland (13) – Se in Siria si torna in piazza contro “il vincitore” Assad

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Le voci e le immagini che arrivano da qualche giorno dalle strade di Suwayda (Siria sud-occidentale) somigliano a quelle che accompagnarono il risveglio politico del popolo siriano nei primi giorni di primavera di nove anni, prima che l’ondata di proteste, in seguito alla repressione militare del regime, sfociasse in autunno in una devastante guerra civile.

Non abbiamo quasi parlato e scritto di altro da allora, del conflitto militare e para-militare, dei suoi carnefici e delle sue vittime: torturate, uccise, sfollate o in cerca di rifugio. I cittadini siriani come attori di un cambiamento possibile sono scomparsi dalla scena, tranne che per quei rari momenti in cui, video sgranati che a fatica arrivavano da un Paese teatro anche di un grande conflitto politico-mediatico ma disertato dai giornalisti, li riportavano brevemente in primo piano.

È successo ad esempio quattro fa anni fa, nel marzo 2016, quando una temporanea tregua nei combattimenti aveva riportato l’opposizione democratica per le strade con le bandiere a tre stelle, da Maarrat al-Numan nella provincia di Idlib ad Azaz vicino Aleppo.  Gli slogan erano quelli del 2011, quelli che oggi arrivano da Suwayda: “Il popolo vuole la caduta del regime” in primo luogo – che nel 2011, scritto sui muri di Deraa, valse la tortura a quindici giovani studenti – mescolati a invettive contro i jihadisti che avevano sequestrato la rivolta. Dove erano egemoni, i salafiti di Jabhat al-Nuṣra – oggi Hayat Tahrir al-Sham – repressero quelle voci, con la stessa spietatezza degli agenti del regime.

A Suwayda però quelle voci non si erano mai sentite, né fino a poco fa sono arrivati gli orrori della guerra e della repressione, perché la cittadinanza locale, perlopiù drusa, in buona parte ha sostenuto il regime. Suwayda in un certo senso riparte da nove anni fa, con meno cicatrici e terrore degli altri, perché le ragioni che portarono i siriani a protestare non sono sparite, anzi. Si sono aggravate fino a fare insorgere una cittadina lealista, rimasta fin qui tranquilla, e a riportare i cittadini in piazza anche nella vicina Deraa, il grande borgo agricolo che fu, in quel 2011 segnato dalla siccità, la culla della rivoluzione.

Oggi la Siria è scossa da una profonda crisi economica, che né le armi del regime né quelle dei suoi partner stranieri possono eliminare. Secondo il Programma Alimentare Mondiale dell’ONU, al momento quasi dieci milioni di siriani non riescono a soddisfare i loro bisogni alimentari. Lo scorso mese, il prezzo del paniere alimentare medio è salito del 111 % rispetto a un anno prima. La caduta libera della Lira siriana da allora si è accelerata, facendo ulteriormente impennare il costo della vita. Ormai per acquistare un dollaro al mercato nero ci vogliono 3000 Lire – a fronte del tasso di cambio ufficiale di 700 a 1 – prima della guerra ne bastavano 50. Inoltre manca la farina perché il regime non ha fatto le scorte e tra poco, quindi, mancherà anche il pane.

Le cause della crisi sono tante, vi rientrano anche l’effetto delle sanzioni contro il regime, che secondo le Ong che operano sul campo, non sono “smart” come vorrebbero Stati Uniti e UE. E non c’è dubbio che il nuovo Caesar Syria Civilian Protection Act statunitense, che entrerà in vigore il 17 giugno, stringerà ulteriormente la morsa. Ma i fattori determinanti sono altri, pesa molto la crisi del sistema finanziario libanese ormai sull’orlo della bancarotta, che ha tagliato di netto il flusso di dollari verso la Siria mandando il prezzo della valuta alle stelle. Soprattutto, oggi come ieri, la Siria paga la strutturale incapacità di un regime corrotto e disfunzionale di gestire l’economia e metterla in cima alle priorità governative.

Quando la guerra era ormai quasi conclusa, con buona parte del territorio recuperato grazie all’intervento decisivo della Russia, Bashar al-Assad ha continuato a investire lo scarseggiante denaro nell’offensiva di Idlib (provincia nord-occidentale), l’ultima roccaforte in mano ai ribelli e terra di approdo degli sfollati delle altre battaglie. Nell’ottusa convinzione che la crisi non avesse altra soluzione che quella militare.

Anche i media di mezzo mondo peraltro, nelle sempre più rare finestre aperte sulla Siria, hanno tenuto lo sguardo puntato sugli ultimi campi di battaglia, tuttalpiù allargandolo al rapporto di forze tra le potenze straniere pronte a spartirsi il territorio in zone d’influenza: Turchia da una parte, Russia e Iran dall’altra. E anche a loro i cittadini incolleriti hanno riservato pensieri e slogan in questi giorni, chiedendo il ritiro della Russia e delle milizie filo-iraniane dal Paese.

Non è detto che non siano accontentati, o che gli amici stranieri che hanno aiutato Assad a rimanere in sella non tentino ora di disarcionarlo. Stando a fonti russe, a Mosca c’è una irritazione crescente nei confronti di Bashar al-Assad, contrario a sedersi al tavolo del negoziato per trovare un compromesso politico e avviare la fase post-bellica. E anche riguardo a Teheran, arrivano voci di un possibile disimpegno. In entrambi i Paesi, la combinazione tra Covid-19 e crollo dei prezzi del petrolio sconsiglia di prolungare oltre misura costosi impegni all’estero.

La realtà della crisi economica si è insinuata anche a Damasco, dove il raìs ha risposto a modo suo: andando a prendere soldi nelle casse dell’imprenditore più ricco del Paese, suo cugino Rami Makhlouf, principale finanziatore del regime durante i nove anni di guerra civile. Makhlouf non l’ha presa bene. Il tycoon della telefonia siriana ha denunciato i torti subiti con clamorosi messaggi via Facebook, muovendo dall’interno del sistema di potere accuse inaudite al capo. Ufficialmente, Makhlouf, evasore fiscale seriale, è solo la preda più importante di una nuova campagna anti-corruzione. Certo è che il via alla resa dei conti interna con il ripudio delle vecchie regole scuote l’establishment economico-finanziario fin qui legato a doppio filo al regime.

Intanto, come ogni presidente in difficoltà di fronte alla piazza, Bashar al-Assad la scorsa settimana ha liquidato il primo ministro Imad Khamis, in carica dal 2016. È improbabile che sia sufficiente a calmare la crisi innescata dallo stato comatoso in cui versa l’economia. Tanto meno può funzionare la soluzione militare, anche se a Suwayda da tempo il regime ha iniziato a usare il bastone , sequestrando uomini delle milizie locali senza riuscire a sedare le proteste. Notizie fin qui non pervenute, nella certezza mediatica che nulla di nuovo potesse arrivare dalle piazze siriane.

Ora la notizia c’è, e anche i media più distratti dovrebbero riuscire a metterla a fuoco: dei cittadini siriani sono usciti di casa per chiedere la caduta di Assad.  

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