Home»Professione giornalista»Il grande equivoco del giornalismo e la dignità del prezzo

Il grande equivoco del giornalismo e la dignità del prezzo

0
Shares
Pinterest Google+

«Interessante. Me lo mandi?» Chiunque, per mestiere o anche solo come attività accessoria al proprio lavoro, si occupi di giornalismo, informazione o comunicazione è assai difficile non si sia mai imbattuto in un amico o parente che non gli abbia rivolto una richiesta simile. Che gli venisse “girato” un articolo, un’intervista, se non un giornale o una rivista interi. Perché mai comprarli, quando tutto si può “mandare”?

Non si tratta di un fenomeno che riguarda le fasce meno istruite della popolazione, peraltro: anzi, chi è interessato a giornali e riviste, solitamente, si porta da casa il suo valigino di cultura e di  interessi qualificati. Sono persone che non si sognerebbero mai di entrare in un bar chiedendo in regalo un caffè, magari con la giustificazione che uno più, uno meno non fanno chissà quale differenza per l’esercente. Il fatto è che è del tutto latitante la sensibilità nei confronti del testo scritto per mestiere come di un prodotto, costato lavoro a chi lo ha fatto e denaro a chi lo ha pagato per ottenerne i diritti (e altro denaro per pubblicarlo). Non c’è un danno percepito: se si tira una pietra nella vetrina e si sottrae un oggetto, o se si esce dal negozio senza pagare, la percezione dell’illiceità del comportamento è palese. Nella grande distribuzione si assiste quotidianamente a fenomeni di taccheggio, anche – anzi, soprattutto – da parte di chi è comunemente percepito come onesto cittadino, ma che magari aggiunge un paio di melanzane al sacchetto dopo averle pesate, o si “dimentica” nel carrello un branzino senza appoggiarlo sul nastro trasportatore della cassa: molto spesso la ragione risiede nella spersonalizzazione della vittima del reato. La stessa persona che si intasca un cacciavite al supermercato, non ruberebbe mai lo stesso oggetto nel negozietto sotto casa, tirato avanti da un negoziante conosciuto, che ha nome, cognome, voce e interessi immediatamente percepibili, come vendere la sua merce senza che gli venga sottratta.

Ecco: con i giornali, in specie da quando si sono diffuse le copie digitali, tutte le istanze autoassolutorie sono ai massimi livelli immaginabili: c’è, anzitutto, l’agio tecnologico (con un clic dal proprio telefono, magari in casa, in una situazione in cui tutto ci si sente eccetto che ladri, si copia e incolla un quotidiano, e se ne creano infinite copie). Poi: non esiste una vittima facilmente identificabile dell’azione appena compiuta: forse lo sono i nomi dei giornalisti che hanno firmato quell’edizione? Forse la SpA o Srl che lo edita? Per carità. Né esiste un vero danno percepito: cosa mai succederà, se un amico mi manda un Pdf via Whatsapp? Qualcuno forse non mangerà, stasera? Un negozio chiuderà? Una famiglia finirà in mezzo a una strada? Non è certo come sottrarre una copia all’edicolante, ma ormai l’edicola non è più un veicolo di diffusione dei giornali. Spesso, chi usa copie piratate sostiene che si tratti di pratiche tollerate anche perché – dicono – molti di coloro che sfogliano Pdf illegalmente ottenuti non leggerebbero mai i giornali, se avessero l’unica opzione di doverli acquistare. Per cui il ragionamento viene ribaltato, in una (il)logica irragionevole: io non rubo, perché se dovessi pagare non comprerei.

La coscienza del giornalismo come qualcosa non assimilabile a una “merce”, da comprare e pagare come qualunque altro bene di consumo, è radicatissima. Quotidianamente ci sono politici che, dopo aver concesso interviste ai quotidiani, le pubblicano per intero sui loro siti, o sulle loro pagine social. In barba alla legge sulla protezione del diritto d’autore, che peraltro stanno votando in Parlamento. E sottraendo soldi a chi ha retribuito un giornalista per lavorare alle domande, registrare e confezionare le risposte, un grafico per impaginare, un fotografo per illustrare. La catena di vittime, tuttavia, è troppo elaborata e fumosa, perché il pubblico ci possa prestare attenzione o possa rendersi conto del danno che provoca con abitudini simili.

La lotta alla pirateria è una delle armi che si possono utilizzare, certo: la recente azione giudiziaria contro Telegram e il suo centinaio e più di canali che distribuiscono contenuti rubati è sacrosanta, ma non è solo con la repressione che si possono cambiare le cose. Il calo consistente di copie e di affezione del pubblico nei confronti dei giornali è una questione almeno decennale, ha a che fare con cambiamenti sociali e tecnologici, una conseguente crisi del modello tradizionale di informazione (copie di carta, inserzioni pubblicitarie) che la pandemia ha ulteriormente accelerato. E con precise responsabilità del giornalismo e dell’editoria. Il giornalismo non si salverà chiedendo unicamente aiuto alla polizia, certo. 

Quello che si può sperare accada è, da un lato, che le iniziative “di forza” sortiscano un qualche effetto deterrente, e sensibilizzino una parte dei cittadini. Dall’altra, che la nuova legge sulla protezione dei contenuti venga al più presto recepita e che si possa ottenere dai giganti del web una minima parte di tutti gli articoli e le fotografie di proprietà degli editori, usati per anni da Google e soci per generare profitti. La Francia sta facendo da apripista: già da ora, i francesi non tollerano più che i motori di ricerca rubino contenuti ai giornali.

La terza, e più importante battaglia che si deve condurre è quella per la sopravvivenza di un giornalismo di qualità, nelle forme che spesso raccontiamo: iniziative editoriali piccole e più articolate, che non puntano più indiscriminatamente ai grandi numeri ma a una comunità ristretta e affezionata di lettori, che danno valore al prodotto che “consumano” e, quindi, sono disposti a pagarlo. Come Slow News, per esempio. O le ricette di Ross Settles. O i consigli per i giovani dati da Tim Cook, Ceo di Apple: meno smartphone, più informazione. 

 

Previous post

Spinoland (9) - Il caso 558 e i nuovi desaparecidos egiziani del Covid-19

Next post

Spinoland (10) - Il nuovo lockdown e i cenni di rivoluzione in Libano