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Spinoland #2 – Prove tecniche di tregua da Coronavirus

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Capita che i disastri e le calamità naturali attenuino i conflitti e avvicinino Stati nemici, specie se accomunati dalla disgrazia. Si parla, ad esempio, di “diplomazia dei terremoti”, da quando i sismi del 1999 diedero il via a uno storico disgelo tra Grecia e Turchia. Con il Coronavirus, almeno finora, questo non è accaduto. Anzi. La pandemia oltre a irrigidire quasi tutte le frontiere del mondo, dall’Oceania all’America Latina, nel tentativo di fermare il virus “straniero” (copyright Donald Trump, che oltre a prendersela con i cinesi, ha colto l’occasione per rilanciare il progetto del muro in funzione anti-contagio) ha reso ancora più tesi rapporti già conflittuali, trasformando il nemico in untore, con effetti a tratti grotteschi.

Nella regione del Golfo Persico, l’Arabia Saudita ha concentrato le sue critiche sull’arcinemico iraniano, uno dei Paesi più colpiti, accusando Teheran di aver fatto arrivare il virus fino a La Mecca, a causa dei suoi negligenti controlli. Una delle columnist più seguite del Regno, Noura al-Moteari, ha alzato il tiro, ipotizzando un complotto dell’odiato Qatar. Doha avrebbe ricoperto di soldi i cinesi affinché diffondessero il virus, con l’obiettivo di oscurare il lancio della strombazzata Visione 2030 del principe Mohammed bin Salman, il presunto piano di riforme dell’uomo forte di casa Saud, e rovinare en passant l’Expo 2020 organizzata da Dubai (la signora scrive sia per il quotidiano di Dubai al Bayan, sia per quello saudita Okaz).

Al netto della guerra delle parole, preoccupa l’impatto del virus sui fronti caldi del Medio Oriente. La strage compiuta dall’influenza spagnola oltre un secolo fa nelle trincee della Grande Guerra è un fosco promemoria sugli effetti micidiali della combinazione guerra-epidemia. Di certo il virus preoccupa, e molto, anche comandanti in capo a casa e vertici militari sul campo, riluttanti a dispiegare truppe fresche o far navigare portaerei cariche di uomini, qualora fosse necessario flettere i muscoli o colpire. La deterrenza, insomma, si affievolisce. Ed è un fattore di debolezza che avrebbe ad esempio convinto le milizie filo-iraniane in Iraq a moltiplicare gli attacchi contro bersagli USA, in assenza di una dura rappresaglia. Al Pentagono si monitorano con trepidazione anche le condizioni di salute dei tanti soldati impegnati in Afghanistan, nei pressi della frontiera con l’Iran. I tamponi per ora mancano, non sarà il caso di accelerare il ritiro già iniziato?

Ma sono soprattutto i tre grandi teatri di conflitto del mondo arabo a destare inquietudine. Siria, Yemen e Libia sono anche gli unici tre Paesi arabi che non hanno ancora denunciato casi di contagio. Sarà che a Damasco è sconsigliato lanciare l’allarme: alcuni medici dell’ospedale al-Mujtahid sarebbero finiti nei guai dopo aver fatto filtrare informazioni sui pazienti, pellegrini e miliziani che avrebbero portato il Coronavirus dall’Iran. Il regime in ogni caso assicura di aver adottato misure di prevenzione, o perlomeno quelle che si possono immaginare in un Paese entrato pochi giorni fa nel decimo anno di guerra e dove centinaia di migliaia di sfollati vivono in tendopoli sovrappopolate.

Sorte perfino peggiore attenderebbe in caso di contagio lo Yemen, teatro della più grave crisi umanitaria al mondo, con un sistema sanitario polverizzato da cinque anni di conflitto e da decenni di sottosviluppo. A Sana’a è stata aperta in fretta e furia una fabbrica di mascherine, le autorità hanno chiuso le scuole e sospeso tutti i voli da fuori. Servirebbe di più, perlomeno anche la sospensione dei voli dei cacciabombardieri sauditi e degli Emirati, e dell’offensiva dei ribelli Houthi.
In Libia i centri di potere in competizione, Tripoli e Tobruk, hanno entrambi promesso di aumentare i fondi alla sanità, ma nella capitale per curare eventuali malattie infettive sono in servizio in tutto due medici. E in tutto l’est del Paese si trovano solo otto posti in terapia intensiva e dieci ventilatori. Serve un piano di prevenzione. E un cessate il fuoco per applicarlo. Così l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ONU e nove governi occidentali e arabi lo scorso 18 marzo hanno chiesto formalmente ai contendenti di deporre le armi per “consentire di contrastare la possibile diffusione del Coronavirus nel Paese”. Poco dopo un portavoce delle forze del Governo di accordo nazionale libico, Mohamed Qanunu, ha fatto sapere che Tripoli è pronta ad accettare la tregua imposta dall’epidemia.

È un’esile speranza, poco più. Dovesse reggere, magari la tregua da Coronavirus potrebbe essere replicata anche negli altri campi di battaglia del mondo arabo. Se svanisse, ai libici rimarrebbe la speranza, confidata con amarezza da molti, che a proteggerli dal virus sia la devastante guerra che li isola dal resto del mondo.

 

Per approfondire, i video e i dossier di VociScomode

Voci Scomode – Raccontare lo Yemen 

Voci Scomode – Free Iran? Raccontare la rivoluzione

Voci Scomode – Quante guerre si combattono in Siria?

Voci Scomode – Turchia, censura di Stato

 

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