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Ferhat Parlak: storia di un cronista vittima della repressione

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Il giornalista curdo Ferhat Parlak è stato scarcerato (con la condizionale) il 9 luglio 2019, dopo 15 mesi di detenzione. L’accusa contestava al cronista di “appartenere a un’organizzazione terroristica”. L’11 aprile del 2018 la polizia turca fece irruzione presso la sua abitazione nel municipio di Silvan: Parlak venne portato al commissariato. Nel mentre, i poliziotti gli confiscarono libri, il computer,l’attrezzatura professionale e varie schede di memoria. Dopo tre giorni di detenzione provvisoria, Parlak fu fermato e mandato in carcere a Diyarbakir. Dopo 450 giorni di detenzione, nella prima udienza, il giudice ha deciso di proseguire con il procedimento penale nei suoi confronti ma, nel contempo, di interrompere la sua reclusione.

Un processo kafkiano
In realtà non è la prima volta che Parlak si trova di fronte a un magistrato a rispondere del suo lavoro. “Sono circa 40 i procedimenti aperti contro di me, tra denunce e processi che ho dovuto affrontare in merito alle mie attività giornalistiche, in più di 15 anni di carriera”. Infatti era già stato denunciato e processato, sempre con la stessa accusa, nel 2016. Dopo un paio di udienze, Parlak era stato assolto. La polizia ha utilizzato esattamente le stesse “prove” anche in quest’ultimo processo ma, questa volta, sono stati portati a suo carico nuovi elementi di prova.
Uno di questi era il libro che suo padre scrisse nel 2004. Giornalista come il figlio, Yasar Parlak documentò circa 250 casi di omicidio, 45 di ferimento, 111 di tortura, 13 di sparizioni e 316 casi di emigrazione forzata. “Io e mio padre, dal 1991 al 1999, abbiamo lavorato giorno e notte per denunciare numerose violazioni dei diritti umani in Turchia. Erano gli anni del grande conflitto tra lo Stato e le guerriglie del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Oltre i corpi speciali delle forze armate c’erano anche paramilitari che agivano sul territorio nostro, a Silvan”. Ne scaturì un libro dal titolo “Silvan, la città dei martiri” (“Sehitler sehri Silvan”): un testo di successo, che è stato ristampato per tre volte. Tuttora, curiosamente, si trova nella biblioteca del Parlamento della Repubblica di Turchia ad Ankara. Tre mesi dopo la sua prima pubblicazione, il 15 agosto del 2004, il padre di Ferhat Parlak, Yasar, è stato assassinato. Tuttora non si sa chi sia stato a ucciderlo. Nonostante tutto, questo libro è stato presentato, nelle carte del processo di Ferhat, come una “prova di appartenenza a un’organizzazione terroristica” perché il figlio lo ha ristampato cinque anni fa.

Al di là del libro scritto dal padre di Ferhat, nel fascicolo si trovano dichiarazioni di una serie di testimoni anonimi, che accusano il giornalista di svolgere attività terroristica: c’è chi dice di averlo visto prendere dei soldi dai terroristi, chi di essere sicuro che Ferhat agisca “agli ordini di un’organizzazione terroristica”. Il fatto è che, dietro queste dichiarazioni, non esiste alcun elemento di fatto, neanche un indizio che le possa sostenere. Uno dei cosiddetti testimoni, le cui generalità sono state rese pubbliche nella prima udienza, ha dichiarato totalmente il contrario di quello che ebbe a dire all’inizio del procedimento, facilitando la scarcerazione del giornalista. “In questa zona, la polizia in borghese oppure i militari minacciano i giovani, magari coinvolti nella microcriminalità. Dicono loro di firmare delle carte per evitare la galera. Io penso che questi testimoni anonimi neanche sappiano chi io sia. E credo che quel ragazzo che ha modificato la sua dichiarazione in aula si sia pentito di avermi calunniato”. Durante la sua detenzione, Ferhat si è preparato, come avrebbe fatto un avvocato, per affrontare la prima udienza. “Ero accusato di aver reclutato una persona per conto del PKK e di averla fatta diventare un membro della guerriglia. Sono riuscito a dimostrare che quella persona ancora oggi vive e lavora a Silvan”.

Ferhat Parlak si è ritrovato accusato di aver intervistato alcuni vertici del PKK nel 2014 e 2015, durante la tregua storica che durò due anni, tra le guerriglie e lo Stato. “Secondo il giudice questo lavoro giornalistico, che io ho fatto diventare anche un libro, è una prova della mia attività terroristica. Tuttavia, facendo così, ignorano il fatto che numerosi giornalisti sono andati, in quello stesso periodo, nelle montagne di Kandil in Iraq, per intervistare i vertici del PKK, tra cui anche diversi giornalisti dell’agenzia di Stato, la Anadolu Ajansi”.

Ferhat ha uno spirito resistente e non ama molto parlare della sua esperienza dietro i muri del carcere di Diyarbakir. In compenso, ripete spesso quanto siano dannose le politiche repressive del potere contro il mondo del giornalismo. “Io non penso che mi abbiano denunciato o processato perché sono sicuri che io abbia sbagliato. Al contrario, penso che i giudici (ma anche il governo) sappiano che io e mio padre abbiamo sempre lavorato correttamente per mettere luce su numerosi casi di ingiustizia”. Ferhat sottolinea che la sua vicenda ha fatto sì che alcuni giornalisti in zona abbiano rinunciato al loro lavoro, in questi anni. Per paura. Oggi Parlak si mantiene facendo il fotografo nei matrimoni e stampando le partecipazioni presso la sua tipografia che ha ereditato dal padre. “Questa situazione, tra l’altro, mi crea anche un grosso disagio economico. Penso che uno degli obiettivi di coloro che ci vogliono impedire di svolgere il nostro lavoro è anche quello di renderci la vita difficile dal punto di vista finanziario”. Infatti, in questi anni, la famiglia Parlak ha dovuto chiudere il giornale cartaceo, passando sul web; nel 2015, con la decisione del tribunale locale, ha dovuto smettere di lavorare anche in Rete. “Tuttavia, oggi, riesco a fare piccoli lavori alternativi in città, perché gli abitanti si sono dimostrati solidali con me, sostenendomi. Questo mi fa capire che il mio lavoro è stato sempre apprezzato”.

Ferhat Parlak rimane comunque sotto processo. L’accusa ha chiesto 27 anni di reclusione. “Nonostante tutte queste difficoltà, in qualche modo farò sempre il giornalista. Voglio portare avanti il lavoro di mio padre, ossia mantenere la memoria collettiva. Conoscendo il passato possiamo avere la possibilità di non ripetere gli stessi errori in futuro. I governatori non vogliono che la gente conosca ciò che è successo e succede. Io invece insisto a fare il contrario e penso che lo farò fino alla fine della mia vita”. Nell’udienza in cui è stato scarcerato, rivolgendosi al giudice Parlak ha pronunciato queste parole: “Per favore lasciatemi libero, vorrei fare colazione con le mie figlie”. Il famoso poeta turco Cemal Sureyya, in una sua poesia diceva: “Non so perché, ma la colazione deve avere a che fare con la felicità”. Si chiamano Zerya (2 anni) e Rayna (6), le figlie di Ferhat. Zerya vuol dire “oceano”, Rayna vuol dire “sguardo sottile” in lingua curda. “Non era facile sopportare il carcere sapendo che la mia figlia grande non credeva più che fossi rinchiuso qui per lavoro. Auguro a tutti i detenuti di essere liberi prima possibile per riabbracciare i loro cari, credo che sia solo la solidarietà a tenere in piedi un sistema di resistenza contro coloro che vogliono impedirci di fare il nostro lavoro”.

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