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Spinoland (14) – Quei rumori dissidenti contro la trionfante democratura serba

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Il partito del presidente della Serbia Aleksandar Vucic ha stravinto ieri le elezioni parlamentari meno incerte che si sono svolte nel Paese dalla fine del regime di Slobodan Milosevic. Elezioni che – qualora fosse stata necessaria una conferma – certificano il ritorno della Serbia a un’autocrazia de facto (democratura, per usare il neologismo coniato del compianto intellettuale jugoslavo Predrag Matvejevic) che conserva della democrazia soltanto l’abito buono, da indossare per dialogare senza creare imbarazzi con i partner della UE.

Senza aspettare il voto, lo scontro che è andato in scena tra i tetti, le finestre e i balconi delle città serbe nella primavera del lockdown ha offerto una plastica rappresentazione dello stato della democrazia nel Paese. Costretti a casa da uno dei confinamenti più duri d’Europa, legittimato da un’incostituzionale dichiarazione di stato d’emergenza e puntellato da ripetuti coprifuochi, privati di ogni informazione credibile sull’emergenza sanitaria, ogni sera alle otto e cinque minuti molti cittadini serbi hanno iniziato a far sentire il loro dissenso contro il potere, armati di pentole, fischietti, musica sparata a tutto volume.

La mobilitazione “Alza la voce: Rumori contro la dittatura” (Digni Glas: Bukom protive dikatature), lanciata dai movimenti della società civile Ne Davimo Beograd e Gradanski Fronti il 26 aprile, pochi giorni dopo la data prevista per le elezioni poi rinviate per il coronavirus, non è stata una semplice imitazione serba dei tradizionali cacerolazo latinoamericani. La protesta richiama esplicitamente le manifestazioni del movimento democratico degli anni novanta contro Slobodan Milosevic, quando gli studenti ugualmente armati di pentole, fischietti e sveglie protestavano contro un regime che truccava le elezioni e manipolava le informazioni. La cacofonia democratica era allora come oggi un tentativo di sovrastare e sbeffeggiare il rumore continuo della propaganda di Stato.

Quei rumori di pentolacce e di servizi della TV di stato, l’onnipotente presidente Aleksandar Vucic di certo li ricorda bene. A quel tempo era lui, l’enfant prodige del regime, a gestire la macchina propagandistica del potere. Nel mirino della contestazione oggi come ieri, il presidente della Serbia democratica Vucic ha reagito più o meno come ha fatto allora il ministro dell’informazione di Milosevic.  Tre giorni dopo l’inizio delle proteste – il 29 aprile – degli hooligans vicini al Partito cosiddetto Progressista al potere (nato nell’ottobre 2008 da una scissione dell’ultranazionalista Partito Radicale), periodicamente assoldati dal potere per intimidire i cittadini dissidenti, hanno iniziato a occupare i tetti delle città. Liberi dai rigidi vincoli imposti a tutti gli altri cittadini serbi, i tifosi-bravacci si sono mossi da un edificio all’altro con torce, fumogeni e megafoni, prendendo di mira in particolare Dragan Djilas, ex sindaco di Belgrado e leader della coalizione dell’opposizione Alleanza per la Serbia, ricoperto d’insulti e minacce scanditi a pochi metri da casa sua. Nulla di nuovo neanche per lui, visto che negli anni novanta, più o meno nel periodo in cui Vucic gestiva la propaganda governativa, il leader del movimento studentesco e fondatore dell’allora radio di opposizione B92 Djilas guidava le rumorose manifestazioni contro il regime.

Le intimidazioni contro Djilas sono peraltro espressione dell’eccesso di zelo tipico di un regime autoritario. Per imbavagliare Djilas e proteggere il vozhd Vucic basta il controllo quasi assoluto del potere sui sistema mediatico, televisioni in testa, che secondo uno studio condotto del Centro per le Ricerche Sociali di Belgrado (Birodi), nelle due settimane successive all’introduzione del lockdown, avrebbero regalato al presidente circa 63 volte il tempo concesso al leader dell’opposizione. Inoltre, sono stati severamente puniti i tentativi di incrinare la narrazione trasmessa a megafoni unificati sull’esemplare gestione dell’emergenza Covid-19 da parte delle autorità. Il governo alla fine di marzo ha tentato perfino di reintrodurre formalmente la censura, decretando che solo i soggetti autorizzati potevano rendere note le informazioni sull’emergenza sanitaria. In nome della “lotta contro le fake news”, espressione che ormai legittima gli attacchi alla stampa libera su entrambe le sponde del Mediterraneo, il potere ha dato così il via a un ulteriore giro di vite che ha portato anche all’arresto della giornalista del portale Nova Ana Lalić , rea di aver denunciato in un articolo  le condizioni pericolose in cui lavorano gli operatori sanitari nel centro clinico di Novi Sad. Ana Lalić è stata rilasciata dopo 48 ore e il provvedimento ritirato su richiesta del magnanimo Vucic, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro.

Il triste déjà-vu serbo ha avuto un esito scontato. Pochi giorni dopo l’asimmetrica sfida sui tetti della Serbia, il presidente Vucic ha fatto saltare tutte le regole del distanziamento sociale, passando direttamente dal confinamento più duro d’Europa alla normalità. Poco importa che i contagi si siano rapidamente impennati, passando da un caso al giorno a oltre cento, complice anche il via libera alle partite di calcio a porte aperte. Il derby tra Partizan Belgrado e Stella Rossa (1-0) dello scorso dieci giugno è stato il primo grande raduno di massa nell’Europa del post-lockdown con 25.000 spettatori presenti. Del resto, anche gli hooligans vanno ricompensati per i loro servizi.

La priorità per il presidente era andare al più presto alle urne, puntando sugli effetti politici positivi del lockdown, un incubatore che ha permesso a Vucic di portare al parossismo il suo monologo, prima che i serbi ne potessero misurare l’impatto reale in termini economici e sociali.  La richiesta del leader dell’opposizione Dragan Djilas di posticipare le elezioni, perché senza media liberi e in piena pandemia il voto costituiva un attentato alla salute dei cittadini e a quella della democrazia, ha avuto l’effetto di un altro rumore contro la dittatura, e poco più.

Così l’Alleanza per la Serbia ha deciso di boicottare il voto per delegittimare formalmente il vecchio-nuovo regime autocratico, con un risultato in chiaroscuro: l’affluenza alle urne ieri è stata del 48%, più bassa rispetto a quattro anni fa (56,7%) e sotto la soglia simbolica del 50%, ma non abbastanza bassa da poter gridare vittoria.  Il Partito Progressista di Vucic stando alle proiezioni avrebbe preso oltre il 60% dei voti, distaccando di cinquanta punti gli alleati socialisti. Un esito scontato, che lascia libero il capo di fare più o meno ciò che vuole con l’ormai inutile parlamento.

 

 

 

 

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