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Reporter a Tahrir

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Giornalisti in egittoFare il giornalista in luoghi di conflitto è complesso, richiede esperienza e competenze; ma essere una donna giornalista in piazza Tahrir può porre in una situazione di maggior vulnerabilità.
É in quest’ottica, che l’Insi (International News Safety Institute) sta organizzando per l’autunno – ma, viste le ultime esplosioni di violenza, potrebbe anticipare – un corso al Cairo, in Egitto, per le reporter donne.

L’Insi è un’organizzazione non profit, una coalizione di organi di informazione, gruppi di supporto a giornalisti e singoli, dedicata esclusivamente alla sicurezza degli operatori media che lavorando in ambienti pericolosi. L’obiettivo di Insi è quello di creare un network mondiale per la consulenza e l’assistenza dei giornalisti, che si trovano a lavorare in situazioni di crisi internazionali o nel proprio paese.

“Abbiamo organizzato un corso l’anno scorso al Cairo con donne giornaliste” – ha dichiarato Hannah Storm, direttrice dell’Insi a Journalism.co.uk – “consapevoli del fatto che su piazza Tahrir ci sono state molte chiacchiere e discussioni e molte denunce di aggressioni a sfondo sessuale. Questo per le donne in generale, non solo giornaliste o straniere. Succede alle donne egiziane e succede anche agli uomini, ma sembra ci sia stato un aumento recente”.

I due giorni di corso, finanziato dall’Insi, con il supporto di alcune organizzazioni come BBC e Al-Jazeera, forniranno un mix di preparazione teorica e pratica e sul primo soccorso: equipaggiamento adeguato, consapevolezza del rischio, gestione delle crisi, conoscenze linguistiche e del posto sono alcuni degli strumenti necessari per le giornaliste.

“Giornalista di guerra” non ci si improvvisa mai, e per gli inviati diretti o già in Egitto, una lista di suggerimenti e norme di comportamento è già disponibile sul sito dell’Insi.

“A volte non c’è niente che possa essere fatto per prevenire un’aggressione o un attacco – continua Hannah Storm – ma l’obiettivo del corso (e delle linee guida) è far sì che i giornalisti si fermino e pensino prima, durante e dopo aver raccolto le proprie informazioni a come mettersi in sicurezza”.

Innanzitutto, “non andare in Egitto” se non sei consapevole della pericolosità e dell’ambiente ostile in cui si è diretti, se non hai una preparazione medica, se sei un giornalista inesperto, se non hai un fixer (ossia un contatto e guida locale) o non parli arabo, se non hai un piano di comunicazione o di emergenza e se non hai capito la modalità con cui avvengono le manifestazioni e le armi usate dalle forse di sicurezza.

Se si “superano” questi primi punti, allora si può continuare a leggere le indicazioni dell’Insi, dalla preparazione, all’equipaggiamento e all’abbigliamento adatto.

Alcune indicazioni sono basilari per qualsiasi lavoro giornalistico e reportage, in patria o in luoghi non ostili, come avere ben chiaro l’obiettivo e il tipo di storia che si vuole raccontare (e se è necessario andare in piazza Tahrir per trovarla). Nel caso si voglia andare allora è necessario avere un piano di emergenza e persone di cui ci si possa fidare, come il fixer.

Poi seguono indicazioni per l’equipaggiamento, l’abbigliamento per le donne, le indicazioni per il trasporto e le aree protette.

Merita un’attenta lettura, il lungo elenco d’indicazioni, anche per comprendere più a fondo il lavoro dei giornalisti inviati in zone di guerra.
“Donne, dimenticate gli ideali femministi e pensate alla sicurezza. Sia le donne egiziane che quelle straniere sono state aggredite in piazza Tahrir e in altre aree dell’Egitto. Se il vostro fixer o la guida locale ti dice che è tempo di andare, fidati.”

Info: www.newssafety.org

 

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