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Media e “rivoluzione del Nilo”

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Tutto è cominciato il 25 gennaio 2011, la “giornata della collera”, quando il centro del Cairo è stato scosso dalla protesta dei manifestanti contrari al regime del presidente Hosni Mubarak, che, denunciata la corruzione e i privilegi del governo, invocavano la liberazione dei detenuti politici e la liberalizzazione dei media. Inizia così la “rivoluzione del Nilo”, che coinvolge molte altre città egiziane e porta alle dimissioni del rais.
Il desiderio di rinnovamento politico e sociale si è dapprima espresso con atti di disobbedienza civile e contestazioni pacifiche, ispirate alle proteste organizzate della rivoluzione dei gelsomini in Tunisia, poi ha avuto sviluppi violenti ed è sfociato in aspri scontri che hanno provocato numerose vittime.

La rivolta popolare è proseguita poi con alcune piccole e medie ondate rivoluzionarie tra il 2011e il 2012, fino alla sollevazione di massa del luglio del 2013, il “tamarrud”, la ribellione, che chiedeva la destituzione del presidente Morsi ed elezioni anticipate. Per alcuni la coda della rivoluzione, in linea di continuità con quella che due anni prima aveva deposto Mubarak, per altri un vero e proprio golpe con cui i militari, pretendendo di interpretare la volontà popolare, hanno di fatto rovesciato un presidente eletto democraticamente.
Il politologo algerino Hasni Abidi lo ha definito “il colpo di Stato più twittato e più connesso della storia”.
media egitto

Dall’inizio del processo rivoluzionario, i media in Egitto hanno avuto un ruolo fondamentale. Per Dalia Abdel-Salam, giornalista egiziana del settimanale “Al Ahram Hebdo”, hanno talvolta addirittura “abusato ” della libertà di espressione. “I mezzi di comunicazione erano lo specchio in cui la società vedeva riflessa la sua brutta faccia. Ma questo specchio era a volte ‘reale’, a volte ‘distorto’. I media non fanno la storia, ma rinviano ciò che i loro lettori o ascoltatori vogliono, liberali, islamici o comunisti che siano”.
Difficile dunque veicolare informazioni in modo imparziale, senza timori, né condizionamenti. Allora qual è ad oggi la situazione della stampa in Egitto e quali le sfide?
“Il bilancio è drammatico. Dal 2011 a oggi, nove giornalisti sono stati uccisi, decine di altri sono rimasti feriti o sono stati arrestati. Molti sono stati picchiati, hanno ricevuto lettere minatorie, le schede di memoria delle telecamere dei reporter distrutte. Sono stati messi in atto anche tentativi di rapimento dei loro figli. Tre giornalisti egiziani sono stati giudicati da tribunali militari: due sono stati condannati a sei mesi di pene detentive e il terzo a un anno.
Mentre coprivano il processo a carico dell’ex presidente Mohamed Morsi, molte troupe hanno dovuto affrontare pesanti attacchi da parte di manifestanti. Il canale egiziano CBC ha sospeso il popolare talk show satirico ‘Al- Bernameg’ (Il programma), condotto dal comico Bassem Youssef, poiché aveva deriso gli ambienti militari del paese. Cinque canali satellitari sono stati sospesi. Il tribunale amministrativo egiziano ha vietato e chiuso gli uffici dei canali Al Hafez, Al Jazeera Mubasher Egitto, Al Yarmuk, Al Quds e Ahrar 25. La motivazione? Disturbo della quiete pubblica e diffusione di false informazioni dannose per la sicurezza pubblica“.

Secondo l’Anhri, la Rete araba per i diritti umani, tra il 26 giugno e il 26 agosto di quest’anno sarebbero state commesse 112 violazioni contro la libertà di stampa in Egitto da parte delle forze di sicurezza egiziane e dei manifestanti.
Nella classifica delle libertà di stampa stilata dall’organizzazione “Reporter senza frontiere”, che valuta lo stato della libertà di stampa in un paese, l’Egitto è retrocesso al rango più basso ed è ora al 158° posto su 179 paesi.

 

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