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Bahrain, aperture al dialogo tra le religioni ma stretta sui giornalisti liberi

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Il 4 giugno, a Roma, Amnesty International e l’organizzazione Americans For Democracy and Human Rights Bahrain si riuniscono a convegno all’università Sapienza per parlare di intolleranza religiosa e di Bahrain.
La vicenda chiave riguarda il denaro proveniente proprio dal Bahrain, un paese che viola costantemente la libertà religiosa e che si distingue per la intolleranza del regime al dissenso, denaro che finanzierà una cattedra dedicata proprio al “dialogo tra le religioni”.
In questo periodo, che si distingue per la alta tensione nel Golfo Persico, gli attentati a navi cargo saudite, accuse, smentite e colpi di artiglieria pesante su aeroporti e basi militari in Arabia Saudita, il Bahrain ha appena emanato una nuova legge per “sorvegliare” i social media e i giornalisti presenti nel regno. Si tratta, secondo il Ministero degli Interni bahrenita, di una rete
costruita in Europa da Yousuf Al Muhafaza, noto attivista politico filosofo-informatico e Hassan Abdul Naby, entrambi ricercati dal Bahrain per reati di terrorismo e già condannati in contumacia, residenti rispettivamente in Germania e in Australia, ma con una rete di “fiancheggiatori” (secondo la versione del governo) tra i giornalisti in Francia e in altri paesi europei. Nel Medio Oriente, questa rete vedrebbe coinvolti Iran, Iraq e Qatar. Le indagini coinvolgono direttamente i paesi europei, le
organizzazioni giornalistiche e  attivisti politici. Il ministero bahrenita sostiene che questi account
siano gestiti dall’Iran, dal Qatar e dall’Iraq e da un certo numero di paesi europei, tra i quali Francia e Germania, oltre che Australia. I funzionari locali affermano che all’interno del Bahrein esistono “cellule” che forniscono informazioni false, diffondono sospetti e sono in continuo contatto con i paesi europei dove la rete è ancora più vasta e capillare. Il governo ha avvertito che verranno intraprese azioni
legali contro i siti web di social media con contenuti illegali e false notizie giornalistiche.

Nel contempo, giungono brutte notizie anche dall’Arabia Saudita: Reporters senza frontiere (RSF) ha denunciato la scomparsa di due giornalisti detenuti in Saudi, il cronista yemenita Marwan al-Muraisi e il giordano Abdel Rahman Farhaneh, entrambi scomparsi rispettivamente dal giugno 2018 e dal febbraio 2019. Farhaneh, un cronista giordano di 60 anni, è scomparso il 22 febbraio da
Dammam, una città nella parte orientale dell’Arabia Saudita, dove ha vissuto per più di tre decenni. È stato corrispondente di Al Jazeera, almeno fino a quando Riad non ha interrotto le relazioni diplomatiche con Doha; si è spesso occupato del conflitto israelo-palestinese, della crisi in Golfo Persico e del caso di Jamal Khashoggi.
Il giornalista yemenita al-Muraisi è riuscito, soltanto di recente, a parlare al telefono con la moglie, a 11 mesi dalla sua scomparsa. È la prima volta che ad al-Muraisi è stato consentito di contattare un
familiare; il reporter ha confermato di stare bene, pur non potendo indicare dove si trovasse e dove fosse detenuto.
Tutto ciò accade mentre l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani pare voglia partecipare, dopo aver ricevuto l’invito ufficiale, al vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo di Emergenza (GCC) in Arabia Saudita e mentre il presidente Donald Trump si prepara al meeting del 25 e 26 giugno proprio a Manama, la capitale del Bahrain. Un conferenza economica, per incoraggiare gli investimenti nei territori palestinesi occupati “che potrebbero essere resi possibili da un accordo di pace”, ha detto la Casa Bianca. Naturalmente, però, i palestinesi non siederanno a quel tavolo.

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