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Parole in libertà

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Le parole in libertà sono quelle per cui i paesi della sponda sud del Mediterraneo hanno lottato, in piazza e in rete. E alla settima edizione del Festival di Internazionale, a raccontare il ruolo dei media e la lotta alla censura durante le Rivoluzioni arabe sono due due giovani giornalisti e blogger e un avvocato e attivista per i diritti umani.
L’incontro, tenutosi venerdì 4 ottobre nella piazza del Municipio della cittadina emiliana, è stato organizzato dalle Ong Cospe e Cefa e moderato da Jacopo Granci di Osservatorio Iraq.

Co-fondatore del blog di citizen journalism tunisino Le Capsien, Kais Zriba lavora come reporter per Nawaat, blog indipendente collettivo che si batte per la libertà d’informazione e contro la censura del governo e che ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali.
“Non si può chiamare rivoluzione 2.0 – spiega raccontando il ruolo dei social media in quella che è stata la prima delle primavere arabe – sono state le persone che sono scese in piazza dopo il 2008 a fare la rivoluzione. I social media hanno aiutato a raggruppare le persone, a informare il mondo esterno, a fare rassegna stampa di quello che veniva prodotto, grazie ai video e ai blogger. Ma il merito è delle persone in strada che hanno affrontato la polizia. Molte delle persone che ha lottato, non lo sapeva usare internet”.
Ora in Tunisia la lotta è per l’accesso a tutti i dibattiti della costituente. “Abbiamo vinto la battaglia contro la libertà di espressione, ora dobbiamo vincere la battaglia per il diritto di informazione, per permettere a tutti di sapere cosa realmente succede nel paese”.

La voce dall’Egitto è quella di Gamal Eid, uno dei fondatori dei principali movimenti rivoluzionari dell’Egitto, giurista e attivista dei diritti umani e membro dell’Anhri, l’Arabic network for human right information, che si batte per la difesa della libertà di opinione ed espressione nel mondo arabo. “Internet è stato l’unico strumento di supporto alla democrazia. Perché tutti gli altri media erano sotto il controllo del regime. Ha dato maggiori possibilità di combattere. Quando ho fondato un’organizzazione, l’ho fatto in rete. I media principali erano controllati dal regime e risiedevano tutti in un unico edificio in cui lavoravano 41mila persone. C’ era una lista nera di persone alle quali era precluso l’ accesso”
Gamal racconta come non fosse strano incontrare gente in strada che chiedeva che cosa si dicesse su Facebook, perchè non si fidava delle fonti governative. Ma non parliamo di rivoluzione dei social. Uno strumento utile, sopratutto quando si è scoperto che per soli 20 euro si poteva avere un telefono cinese collegabile ad internet. Ci sono stati più di un milione di acquisti e questi telefoni venivano usati per organizzare le manifestazioni e per comunicare su Twitter di usare cipolla e coca cola in caso di attacchi con lacrimogeni.

La situazione marocchina è differente. “Sul Marocco le informazioni sono scarse. Viene solitamente rappresentato come esempio di democrazia nei paesi arabi, perché ha una vecchia tradizione di lotta sindacale e politica. Ma in realtà non è così e il Regime ha giocato molto la carta mediatica”. È Omar Radi a parlare, giovane blogger e giornalista freelance marocchino, non riconosciuto come tale dal Governo. Il blogger dichiara che, nel suo paese, “non c’è censura diretta e internet ha un’ampia diffusione. Il governo usa due strumenti di repressione, uno ‘sovietico’, arrestando i giornalisti scomodi, l’altro di tipo ‘statunitense’, creando sovrainformazione e diffondendo notizie false con i suoi blog. Usa censure soft, bloccando ad esempio la fonte finanziaria principale per sostenere un giornale, ossia la pubblicità. E così i giornalisti si spostano in rete”.
Omar approfitta di questi giorni in Italia per raccontare dell’arresto del giornalista marocchino Ali Anouzla, direttore del sito Lakome, a cui lui stesso lavora. Secondo il blogger l’arresto sarebbe stato eseguito lo scorso 17 settembre a seguito della pubblicazione di un video non gradito al Governo:”Un pretesto e un bavaglio all’informazione libera ed indipendente. Ali Anouzla è un giornalista brillante e coraggioso, arrestato solo per aver fatto il suo lavoro. Il suo arresto ha scioccato il mondo intero, tutti i computer della redazione sono stati confiscati e analizzati”.
E’ Omar a concludere l’incontro chiedendo al pubblico di esprimere la propria solidarietà per fare pressione sul governo marocchino per liberare il collega Ali Anouzla.

 

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