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Gli Stati generali dell’informazione e il futuro del giornalismo

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Vito Crimi, sottosegretario all’editoria

«Oggi esiste un’altissima domanda di informazione da parte dei cittadini», dice il sottosegretario all’editoria Vito Crimi. Che ha anche annunciato l’intenzione di organizzare, ai primi di marzo, gli Stati Generali dell’informazione e dell’editoria. Crimi, rappresentante del Movimento 5 stelle, negli anni non ha mai lesinato opinioni – tendenzialmente negative – sul mondo del giornalismo, sull’editoria italiana e sul finanziamento pubblico (ormai pressoché scomparso) concesso dallo Stato a un settore oggetto di una rivoluzione economica rapidissima, dal momento in cui Internet è entrata nella quotidianità dei cittadini. Al di là dei pareri politici, nella sua veste istituzionale sembra che Crimi abbia sviluppato una certa sensibilità nei confronti di chi fa informazione: recentemente, infatti, ha dichiarato di non essere contrario ad aiutare chi svolge la professione giornalistica, ma al metodo di finanziamento utilizzato in passato che (in effetti è difficile dargli torto) non è stato a beneficio dei giornalisti ma, quasi sempre, degli editori, che hanno approfittato degli aiuti per ripianare bilanci in rosso e prepensionare lavoratori nelle redazioni. Sempre dalla bocca del sottosegretario, sono giunte dichiarazioni che fanno intendere un ravvedimento sul ruolo sociale del giornalista o, come lui preferisce chiamarlo, il professionista dell’informazione: «Un tema sarà quello della remunerazione: è fondamentale superare il precariato, il sottocosto con i pezzi pagati un euro a pezzo. Sicuramente si deve prevedere una base di partenza per il compenso del giornalista professionista: questo non può essere lasciato alla libera decisione dell’editore, del direttore o dell’amministratore delegato. E bisogna superare il concetto di sostenere l’editoria solo sostenendo gli editori, bisogna sostenere il pluralismo sostenendo l’intero sistema editoriale. Ci sono i giornalisti, che sono l’elemento chiave di tutta la filiera».

«Fra i temi principali degli Stati Generali  – di cui Crimi ha parlato anche al Festival del Giornalismo alimentare di Torino – ci saranno i cittadini e il loro diritto di essere informati, la tutela contro le fake news, l’informazione primaria, il ruolo delle agenzie», ha detto ancora Crimi, parlando anche del ruolo dell’Ordine dei Giornalisti. «Personalmente ritengo che la professione del giornalista debba essere liberata e non vada imbrigliata da un Ordine. Ma questa è la mia opinione: il tema sarà oggetto di una discussione ampia», ha aggiunto. Anche se, secondo alcuni, gli Stati Generali dell’informazione non si faranno mai (in effetti è difficile capire chi sarà rappresentato e da chi) è utile cercare di capire come si declina questa “domanda di informazione”.

Per quanto riguarda i giornali italiani, gli andamenti di vendita dei quotidiani nel 2018 (dati ADS), se confrontati con gli anni precedenti, mostrano una tendenza inequivocabile: se nel 2008 si vendevano, in un anno, 1,8 miliardi di copie, nel 2018 questo valore è sceso a 836 mila copie: il 53% in meno. Il declino, negli anni, è stato costante: anche se, a guardare il bicchiere mezzo pieno, lo scorso anno non è andato poi così male, visto che la flessione si è contenuta sotto il 7%. Insomma, secondo l’osservatorio sulle vendite dei quotidiani di Data Media Hub, i numeri parlano di un leggero miglioramento rispetto agli ultimi tre o quattro anni, di un rallentamento del declino che dovrà, però, essere confermato nei prossimi anni.
Quale sarà il futuro della stampa cartacea? Secondo Crimi «continuerà a esistere; si piazzerà in una nicchia di mercato e forse ne aumenterà il costo ma anche la qualità, dedicandosi all’approfondimento». Molto, però, dipenderà da come lavoreranno gli editori e e i giornali. Certamente oggi non ci si informa più come in passato, e questo fa parte della natura delle cose. Come la società in generale, così anche l’editoria sta prendendo atto dei cambiamenti in corso. Da una “lettura di massa” dei quotidiani, intesi come fonte prima di informazione per tutti, per così dire generalista, si sta passando a una fruizione più personalizzata e trasversale dell’informazione, che comprende canali, strumenti, tempi e modi diversi per ognuno. Il web ha contribuito più di ogni altra cosa a mutare abitudini radicate da un secolo nelle famiglie italiane.

Come possono intervenire, gli editori, per cavalcare il cambiamento in atto? Ad esempio, gestendo meglio il rapporto tra testata e social network che, al momento, presenta grandi criticità. Una recente ricerca, svolta sempre da Data Media Hub, sulle fanpage di venti testate nazionali, monitorate tra settembre e ottobre scorso, ha messo in luce le lacune principali nella gestione dei nuovi media, spiegando come si potrebbe migliorare il loro utilizzo per aumentare il numero dei lettori (e, perché no, dei guadagni) alle aziende editoriali.

Il problema è che viene postata una quantità impressionante di contenuti (Il Giornale pubblica una media di 170,4 post al giorno, Fanpage 109,3 e Il Fatto Quotidiano 90,4). Ma questa fiumana di contenuti viene riversata sui social senza quasi nessuna attenzione alla gestione della community o a un vero un dialogo con i lettori. La Stampa, in un mese, fornisce solo 55 risposte ai commenti, e pensare che è il quotidiano che interagisce di più con i lettori. Il Sole24Ore si limita a dare 38 risposte, Il Corriere della Sera 35. Ciò a fronte dell’infinità di commenti ricevuti (in un mese, complessivamente, i post caricati dalle venti testate in esame hanno ricevuto 2,6 milioni di commenti, 4,1 milioni di condivisioni e 8,4 milioni di like). Appare chiaro un problema di comunicazione. La situazione è dovuta anche al fatto che non si investe sulla figura del social media editor, che il più delle volte è lo stesso giornalista che si trova a dover fare il “doppio lavoro”, tradizionale e digitale insieme.

Il panorama non è tutto nero, comunque: segnali positivi vengono dall’informazione locale. Secondo l’indagine conoscitiva dell’Agcom il settore locale è quello che regge meglio la crisi del sistema ed è lì che bisogna puntare, sempre secondo Crimi, perché è quello più vicino ai cittadini, «a quello che le persone vogliono sentirsi raccontare. Ormai molti sono stufi di quell’inflazione di informazione sulla politica che molto spesso è autoreferenziale, con giornalisti che intervistano giornalisti. L’informazione locale ti racconta i fatti che avvengono fuori dalla tua porta di casa, eleva a notizia fatti che non lo sono per altri e spesso, con le proprie inchieste, fornisce spunti all’informazione nazionale».

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