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Giornalisti uccisi dalle mafie

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giornalisti uccisi dalle mafie
Sono almeno 26: 11 in Italia e 15 all’estero. Non sono solo numeri, né un elenco asettico: sono volti e storie, quelle dei giornalisti uccisi da mafie e terrorismo a partire dagli anni Sessanta. A cominciare da Cosimo Cristina, ucciso nel 1960 a Termini Imerese per aver denunciato le infiltrazioni mafiose nella sua città, per proseguire con nomi che ci sono più familiari, come Peppino Impastato, Carlo Casalegno, Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni, altri che abbiamo riposto in qualche angolo della memoria e infine chiudere con Vittorio Arrigoni, blogger ucciso a Gaza nel 2011 durante l’embargo imposto da Israele, mentre era impegnato a raccontare le condizioni di vita impossibili lungo la Striscia.

Voci coraggiose, invise ai poteri mafiosi che proprio sul buio informativo fondano il loro successo.
Tra queste quella di Giuseppe Fava, Pippo per chi lo conosceva bene, cronista e scrittore siciliano, di cui il 5 gennaio scorso si è ricordato il trentesimo anniversario della morte. O meglio dell’omicidio. Era il1984 quando fu raggiunto da cinque colpi di pistola davanti al Teatro Verga di Catania. Lo stesso dove quest’anno è andato in scena in suo onore lo spettacolo “Tutti in scena – Giuseppe Fava, l’uomo, il suo teatro”, nella via che oggi porta il suo nome.
Sulle pagine del libero giornale da lui fondato nel 1982, “I Siciliani“, che sarebbe più adeguato definire un laboratorio giornalistico, aveva denunciato i rapporti fra mafia, imprenditoria e poteri politici, aveva fatto nomi e pubblicato fotografie di quelli che aveva chiamato “i quattro Cavalieri dell’apocalisse mafiosa”. Le sue parole avevano inceppato il meccanismo, avevano rotto il silenzio e rischiavano di compromettere collaborazioni e sinergie. Non c’era altra scelta, doveva essere fermato.

Etichettato come delitto passionale, sollevato poi il movente economico, solo dopo quattordici anni di processi è stata confermata la matrice mafiosa del delitto, rendendo giustizia, così, alle intuizioni e all’inchiesta di Fava: Benedetto Santapaola e Aldo Ercolano sono stati condannati in via definitiva all’ergastolo in qualità di mandanti e Maurizio Avola, quale esecutore materiale, a sette anni dopo un patteggiamento.
L’impegno antimafia del giornalista, ricordato quest’anno anche con la docu-fiction “I ragazzi di Pippo Fava”che Rai Tre ha messo in onda la sera del 5 gennaio, è fatto rivivere dalla redazione de “I siciliani giovani”, che sulla scia del suo esempio difendono un giornalismo onesto e intransigente.

Giuseppe Fava e gli altri 25 suoi colleghi uccisi in attentati mafiosi o terroristici sono ricordati dal 2008 in una giornata dedicata alla loro memoria, promossa dall’Unci. “Bisogna dire che molti di loro erano precari malpagati e sono stati riconosciuti come giornalisti solo dopo la morte“, ha ricordato Alberto Spampinato, direttore e fondatore di Ossigeno per l’informazione, l’Osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia, promosso da Fnsi e Ordine dei giornalisti, e fratello di Giovanni, corrispondente de L’Ora da Ragusa, ucciso a seguito di un’inchiesta su eversione, malavita e mafia. “Bisogna dire che molti di loro si sono spinti avanti senza avere al fianco i loro colleghi; bisogna dire queste cose ed indicare il filo comune che lega le loro storie e fa di loro dei martiri, delle figure esemplari di riferimento per il giornalismo”.
E prosegue citando i “giornalisti invisibili”, quelli che quotidianamente subiscono intimidazioni, violenze e censure, non sul fronte di guerra, ma in Italia: “Pensate ai cronisti a cui bruciano la macchina, ripuliscono la casa, rubano gli strumenti di lavoro, non rinnovano il contratto e alla facilità con cui si possono crocifiggere i cronisti scomodi e i loro giornali con querele pretestuose e richieste di danni infondate!”
Negli ultimi sei anni, almeno 1400 giornalisti sono stati minacciati, ma si stima che per ogni minaccia documentata almeno altre dieci rimangano segrete.

La mafia pretende il silenzio e mal digerisce i giornalisti scomodi” ha ribadito il Presidente del Senato Piero Grasso, ex Procuratore nazionale antimafia. “I mafiosi non sono certamente eroi. Raccontare la mafia, la criminalità organizzata significa metterli a nudo, smascherarli per quello che sono: piccoli uomini che nascondono la loro incapacità di vivere con l’uso della violenza e della paura”.
È un faro potente quello del giornalismo ma per essere puntato ha bisogno che chi ha a cuore la verità non sia frenato da una legislazione carente, di cui le “leggi bavaglio” riproposte dalle istituzioni sono espressione.
Non bastano le 4 posizioni che l’Italia ha guadagnato rispetto all’anno passato nella classifica stilata nel 2013 da Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa, salendo al 57° posto. Si può e si deve fare molto di più.

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