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Ugo Mattei: «Lo diceva Rodotà 50 anni fa: la tecnologia toglie libertà, viviamo uno Stato di sorveglianza»

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Si intitola Elaboratori elettronici e controllo sociale l’opera orwelliana e assai lungimirante scritta da Stefano Rodotà nel 1973, edita dal Mulino. Aveva già colto, quasi 50 anni fa, la questione che sta distruggendo la scena politica, non solo in Italia ma anche a livello internazionale. Ugo Mattei, professore di Diritto Civile all’Università di Torino e di Diritto Internazionale e comparato all’Hastings College of the Law di San Francisco, non si perde in chiacchiere: «Stefano metteva in guardia i lettori e, in generale, i cittadini dai rischi delle nuove tecnologie. Spiegava come avrebbero condizionato la stessa vita sociale, i media, l’ informazione, lo status delle persone, la loro aggregazione, i loro orientamenti politici, religiosi, sindacali. Quindi, direttamente le loro libertà costituzionali. Lo stato di sorveglianza – continua Mattei – è palpabile: magari non è formalizzato ma c’è. L’emergenza per il Covid-19 ha creato eccezioni, velocizzato i tempi, e noi siamo in ritardo nel reagire».

Quella trascorsa è stata una  settimana speciale: lunedì 20 luglio è iniziata con la presentazione, al Centro Sereno Regis di Torino, della “prima” nazionale del documentario Soggetti Pericolosi delle registe Stefania Pusateri e Valentina Salvi di fronte a una sala molto interessata.



 La giornata è proseguita con repliche e una conferenza stampa (purtroppo, va detto, andata quasi deserta). Spiega Stefania Pusateri: «Soggetti pericolosi è un’autoproduzione, un documentario indipendente completamente autofinanziato. Non ha ricevuto nessun contributo economico o patrocinio da enti e istituzioni. Il crowdfunding è l’unico strumento di sostentamento del documentario ed è stato e, continua ad essere, un gran lavoro di squadra». Il documentario parla delle storie di Davide Grasso, Maria Edgarda Marcucci, Fabrizio Maniero, Jacopo Bindi e Paolo Andolina, sotto processo per aver supportato l’attività delle forze siriane curdo-arabe contro lo Stato islamico nel nord della Siria tra il 2016 e il 2018 e di aver svolto un ruolo di sostegno all’esperienza rivoluzionaria.
La settimana è terminata venerdì 24 luglio a sera, in una affollatissima e sentita sala, per la presentazione del libro di Roberta Lena Dove sei?, edito da People di Giuseppe Civati a San Salvario, quartiere multietnico di Torino. Roberta, attrice e regista, ha raccontato la storia di una madre che ha avuto una figlia in guerra nel Rajava combattente con le Unità di Protezione delle Donne Curde (Ypj) nel 2018 ad Afrin, della sua difficoltà a comprenderne la scelta e a gestire la paura del non ritorno. La figlia è Maria Edgarda Marcucci, una delle persone sottoposte a sorveglianza speciale per decisione del dal tribunale di Torino dal 17 marzo 2020, in pieno lockdown, perché considerata appunto soggetto pericoloso.

Nel documentario, Edgarda Marcucci spiega le ragioni della sua scelta così fuori dal coro: «Il motivo per cui ho scelto di dare quel poco che avevo e fare la mia parte per difendere la rivoluzione della Confederazione è perché ne condivido i valori. L’autogoverno di chi vive su un territorio sa di cosa ha bisogno la società per evolvere. Siamo per l’ecologia, noi facciamo parte di questa terra e la nostra sopravvivenza è interdipendente dalla sua. Lotto per l’autonomia delle donne, la solidarietà tra persone; vorrei che la mia società e anche il mio popolo vivesse così. Quando hanno letto il dispositivo ero arrabbiata, perché stavano usando una tragedia enorme, come quella siriana, come pretesto. Mi chiedo perché la procura di Torino  non si occupi dei 6 miliardi di euro garantiti da Bruxelles ad Ankara per la gestione dei rifugiati: c’è una grande indagine sul tema da parte dello EIC, mentre noi vendiamo armi alla Turchia. Noi siamo ritenuti socialmente pericolosi: ma di quale società parla il provvedimento contro di noi? Non penso che sia la società di cui faccio parte io».

Ugo Mattei ha conosciuto e valutato il lavoro delle registe: «Una storia di grande attualità, di grande potenza evocativa, di quella Siria che non trova pace e del popolo curdo che, invece, sullo stesso terreno la cerca civilmente e disperatamente». Mattei ha aderito al progetto e lo sostiene come giurista; tra le sue molte attività, è stato tra i consulenti giuridici del Teatro Valle occupato a Roma, del movimento NO TAV in Val di Susa, e di molte altre iniziative dei movimenti che si oppongono al neoliberismo.

Unica a sottostare al regime di sorveglianza è Edgarda; per gli altri, tutti uomini, nessuna rilevanza di stato di pericolosità. La donna rappresenta il primo caso di sorveglianza speciale applicata in Italia per chi va a combattere in territori di guerra. Un precedente che, siccome la stampa nazionale non sta prestando la dovuta attenzione al caso, promette di “fare storia” per altre vicende simili, sia sul nostro territorio italiano sia all’estero.

«Le misure di prevenzione hanno origine in epoca fascista, con un testo unico di Pubblica Sicurezza del 1926 e quello successivo del 1931. La sorveglianza speciale di pubblica sicurezza è una misura di prevenzione il cui contenuto è in buona parte rimesso al giudizio del tribunale, che fissa le prescrizioni: l’art. 8 del decreto legislativo 159 del 2011 – commenta il professor Marco Pelissero, che insegna Diritto Penale all’Università di Torino – ne indica alcune più specifiche, quali la ricerca di un lavoro, il fissare la dimora e darne conoscenza all’autorità di pubblica sicurezza; non allontanarsi dalla dimora senza preventivo avviso, varie limitazioni negli orari di uscita e rientro a casa. Mentre ampi e generici sono gli obblighi di “vivere onestamente” e “rispettare le leggi”». Pelissero continua con una definizione netta: «Questa misura, e la sua valutazione, è applicata e fatta dal tribunale e normalmente è molto ponderata, ma resta fortemente indiziaria e con efficacia bassissima».

La Corte Costituzionale e la Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo hanno già espresso tutti i dubbi su questa misura, che limita i diritti civili come la libertà di espressione.

«Forti sono anche le critiche sulla motivi di legittimità costituzionale e sulla genericità del decreto 159/2011», sostiene Mattei. «Stiamo cercando una via per un ricorso al Tribunale dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo, però dobbiamo parlare chiaro e anche i media devono essere sensibili. Con il Comitato Rodotà, nato a novembre del 2018, abbiamo raccolto più di 50.000 firme, ed è nata la prima definizione dei beni comuni e il suo grande impatto sulla cultura giuridica italiana. Dobbiamo, insomma, abbandonare i diritti individuali e iniziare a ragionare come “specie” se vogliamo davvero risolvere i problemi del nostro pianeta e offrire ai giovani altre opportunità e garanzie di vita».

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