Alessandro Leogrande: narrare è informare


di Federico Ferrero
Alessandro Leogrande

Alessandro Leogrande è un brillante esponente del giornalismo narrativo, una forma di comunicazione adottata anche dal web (con la formula del longform journalism) che utilizza gli strumenti della letteratura al servizio del reportage e dell’informazione. Nato a Taranto nel 1977, è vicedirettore del mensile Lo straniero, cura una rubrica settimanale sul Corriere del Mezzogiorno e il Fuoribordo, vale a dire le pagine dedicate al longform dal settimanale pagina99. Tra i suoi reportage narrativi segnaliamo Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Mondadori 2008), libro Il naufragio (Feltrinelli 2011), dedicato alla tragedia della motovedetta albanese Kater i Rades del 1997, e infine La frontiera (Feltrinelli 2015).

Tra i suoi riferimenti culturali c’è Ryszard Kapuściński, un totem del giornalismo “sul campo”. C’è ancora spazio per figure del genere?
«Credo sia soprattutto una questione di tempo: i lavori dei grandi reporter del passato, come Tiziano Terzani o lo stesso Kapuściński, sono sicuramente il prodotto dell’intelligenza di chi scrive, del saper odorare la realtà che ti circonda e le sue trasformazioni, della capacità di trovare le persone giuste con cui entrare in empatia e approfondire le cose. Ma è senz’altro vero che tutto ciò è stato fatto in un contesto di giornalismo novecentesco: c’erano molti inviati, i pezzi venivano ben pagati, esistevano uffici di corrispondenza. Ora siamo in un’epoca di trasformazioni radicali, i canali all news, Internet, la riduzione della componente del viaggio nella scrittura. Ciononostante, siamo anche in un periodo in cui, prima negli Stati Uniti, poi in Francia, poi in Germania e finalmente anche in Italia, c’è stato un forte ritorno al longform, al passo lungo della narrazione, sia nel racconto dei fatti di casa nostra sia nei reportage esteri».

Il problema, semmai, è come farlo sopravvivere economicamente.
«C’è una situazione particolare: questo ritorno al testo lungo ed elaborato non è stato accolto tanto dai quotidiani né dai settimanali, se non eccezionalmente. Curiosamente, invece, ha assunto per certi versi la dimensione della Rete: anche in una sua versione “dal basso”, con eccessi come quelli del turismo giornalistico di alcuni freelance. Ma anche l’editoria ha mostrato interesse per questa forma di comunicazione, che in alcuni casi è diventata di… very long form e si è strutturata in libri. A mio avviso c’è un fenomeno epocale, che tiene insieme alcuni libri usciti in Italia tra cui anche i miei, ma posso citare il grande reportage di David Eggers sull’uragano Katrina, Zeitoun. In Italia, grandi e piccoli editori si sono orientati sul giornalismo narrativo e certi editori ti possono ancora riconoscere anticipi interessanti per lavori che, magari, portano via più di un anno . Sui giornali è diverso: al di là dell’esperienza con pagina99, gli spazi per pezzi di 20-25mila battute sono pochi».

Lei ha lavorato con il cesello per raccontare il naufragio della motovedetta albanese di vent’anni fa e per raccogliere storie di immigrazione vissute quasi personalmente. Non la scoraggia pensare che con un fotomontaggio su Facebook si raccolgono consensi a milioni per “gli africani che vengono a mangiare e dormire gratis mentre gli italiani fanno la fame”? Che ruolo ha, in tutto ciò, un uomo di cultura oggi?
«Indubbiamente questa dimensione di informazione fai-da-te c’è: i video su Facebook, su Instagram e Twitter hanno organizzato un discorso maggioritario che è difficile da scalfire. E non è certo un libro che può cancellare pregiudizi, abbattere luoghi comuni e falsità. Ma, innanzitutto, si scrive per rispondere a una propria urgenza interiore di curiosità, di racconto, di passione; dopodiché, posso dire di essermi reso conto, scrivendo per esempio La frontiera, che anche gli addetti ai lavori non conoscevano molte cose. Non è solo un discorso di ignoranza da bar: il 3 ottobre 2013 si rovescia un barcone davanti a Lampedusa, muoiono 368 persone e i media, per qualche giorno, raccontano bene i fatti, col giusto approccio e approfondimento. La molla del mio racconto è proprio lì: la macchina dell’informazione racconta la cronaca ma non spiega mai perché praticamente tutti i morti fossero eritrei. Un giornalista deve porsi la domanda che ad altri, magari, sfugge: ecco, per capire perché quei migranti fossero eritrei e non, genericamente, africani ho dedicato una parte del libro alla risposta: era necessario viaggiare in Eritrea, recuperare la memoria rimossa dei nostri rapporti con quel Paese ai tempi del colonialismo, informarsi sulla situazione contemporanea di quei territori. Tutte cose che, man mano, accumulavo e mi rendevo conto fossero assenti anche nel dibattito colto: l’ignoranza non è solo “bassa”, anzi, io ero quasi più interessato a smuovere il dibattito “alto” sui naufragi e sul fenomeno di migrazione».

Lei gira molto per l’Italia per incontrare i suoi lettori e per intervenire a dibattiti. Che tipo di pubblico la segue, tendenzialmente i colti?
«Non necessariamente: quando si gira molto e si parla di temi come l’immigrazione, col gruppo locale di Libera o di Medici senza frontiere, o nelle rassegne di giornalismo e letteratura, non è che si abbia solo a che fare con, chiamiamolo così, il ceto medio riflessivo o il pubblico degli addetti ai lavori dell’immigrazione o i frequentatori dei festival. C’è, sì, una grande differenza tra le grandi città e i piccoli posti: a Roma o a Milano incontri, magari, venti persone e sono tutte simili a te. In provincia, invece, la presentazione del libro è l’evento della giornata e trovi città con trentamila abitanti con duecento persone ad ascoltarti. Un esempio: sarò presto in un piccolo paese della Puglia, a mille metri d’altitudine, mille abitanti e il sindaco ha comprato cento copie del libro. Magari nei licei borghesi del centro, invece, ti dicono che non hanno soldi per sostenere i progetti di lettura. Questo per dire che le platee cambiano, e cento persone sono già uno spaccato della società: e parlando con loro non trovi solo la scorza della xenofobia, anzi, c’è un autentico desiderio di conoscenza. Dopodiché, spesso parlo nelle scuole e lì hai la percezione del sentimento della fascia tra i 16 e i 19 anni: tranne qualche caso, non mi sono mai scontrato con posizioni di chiusura o di palese razzismo; sia perché nelle classi ci sono le seconde generazioni degli immigrati e, magari, il tuo compagno di banco figlio di rumeni è il più forte della squadra di calcio, sia perché, secondo me, i ragazzi sono aperti e svegli nel porsi domande. Di apatici e menefreghisti ne ho incontrati pochi».

I giovani domandano ancora come si diventa giornalisti?
«Lo fanno, ed è molto difficile dare una risposta. La tentazione sarebbe quella di consigliare di lasciar perdere: è onesto dire quanto sia diventato difficile, c’è una oggettiva e radicale riduzione degli spazi. Io, solitamente, rispondo così: se sai tre lingue e, su uno o due fatti specifici su cui sei disposto a spendere per passione la tua vita, sai veramente tutto allora sì, hai una possibilità. Non è detto che tu possa farcela, ma rispetto a chi ha tre pezzulli nel cassetto, mastica male l’inglese e sogna di fare la Fallaci puoi sperare di fare questo lavoro».

C’è chi sostiene che il giornalismo sta per essere sostituito da una figura generica di “informatore” sulla Rete, valutato e classificato dagli utenti in base al successo, ai clic. Concorda e, soprattutto, le piace questa idea?
«Penso che, nel discorso sistemico, sia vero: anche il semplice fatto che i giornali migrino sempre più verso digitale e, in massa, verso Facebook è un fatto. Si va verso questo modello di sudditanza verso i social, dove i criteri di valore spesso vengono meno. Personalmente non uso Facebook ma Twitter, che è una nicchia più protetta, ma lo faccio per una scelta ben precisa: occupandomi spesso di questioni divisive, dovrei passare giornate intere a rispondere e ribattere a tutti gli utenti. Dopodiché, il mito della indispensabilità dei social network è discutibile ma non ho una posizione moralistica: non giudico chi li usa, né le testate che se ne servono per alimentare il traffico e i contatti. Sono mosse quasi sempre obbligate.

Tuttavia esiste anche una comunità di lettori, ed è su questo che sono ancora più interessato a interrogarmi. Non sappiamo quanto sia ampia ma c’è, e continua a volere cose specifiche: desidera i longform, vuole opinioni forti. In un tempo in cui tutto è comunicazione fintamente oggettivante o, peggio, opinione da bar, io credo che opinioni forti e ben argomentate facciano gola. Il successo di un giornale come Il Foglio, al di là del giudizio sulle singole posizioni, è basato sul fatto che offra opinioni forti e, talora, articoli lunghi se non addirittura saggi. Chi riesce a intercettare questa comunità, magari ristretta, può campare. Il Foglio era un secondo giornale, ma è una definizione ottocentesca: ormai siamo tutti “secondi”, ma c’è uno spazio per l’orizzonte critico e di scrittura. Piuttosto, bisogna interrogarsi sulla sostenibilità economica di questi progetti».

leo2Chi continuerà a pagare per leggere?
«Difficile a dirsi. Però le comunità di lettori funzionano: penso, per esempio, a realtà come Altreconomia, un giornale fatto da una cooperativa. Non va in edicola, eppure ha diecimila abbonati. Queste soluzioni credo saranno sempre più praticabili, anche se il rischio è che quanto è locale funzioni solo come stampa locale, che del resto non morirà mai: andare al bar e leggere dell’assessore che ha avuto un infarto, dell’ospedale o dell’amante del sindaco è e resterà un bisogno insopprimibile per molti cittadini. Ecco perché esistono tantissime pubblicazioni locali, anche trash, che non hanno sentito la crisi; sono i collettori nazionali, invece, a soffrire. Quello che sta finendo, insomma, non è il cartaceo locale, ma La Repubblica o Corriere della sera: che rimane il primo quotidiano generalista in Italia ma vende il 60-70% delle copie in Lombardia. Una rivista come Quaderni piacentini di Goffredo Fofi, un tempo, vendeva diecimila copie. Oggi Lo Straniero, che purtroppo si avvia a chiusura, arriva sì e no a duemila. Dopodiché il panorama è in grande mutamento, ci sono anche in corso fusioni, come quella di Rcs con Cairo, che potrebbe creare scenari interessanti. Il restringimento è innegabile: forse non sopravviveranno i quotidiani come li abbiamo visti noi da giovani e ci saranno, per dire, pubblicazioni locali affiancate a un numero maggiore di libri di reportage e non-fiction. E chi sarà abbastanza intelligente da capire quali sono le nicchie di pubblico ricettive a un certo tipo di prodotto a pagamento, saprà farlo funzionare. Ci sarà una modificazione dei format che terrà le cose separate, la cronaca spicciola dalla cultura e dall’approfondimento, ma le esigenze di essere informati e di leggere restano nell’animo umano: la tecnologia non può forzare e modificare i nostri bisogni».

Pubblicato: 28 luglio 2016