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Zehra Dogan, la rivoluzionaria della pittura prigioniera in Turchia

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Zehra Dogan è una pittrice e giornalista curda che vive in Turchia. Nel 2017 è stata trattenuta in carcere per 33 mesi con l’accusa di “propaganda per conto di organizzazioni terroristiche”. Il 5 aprile 2019, a Dogan è stato consegnato il premio internazionale Index on Censorship.

Classe 1989, cresciuta nella città di Mardin, la culla delle civiltà, al confine con la Siria, Zehra Dogan si è laureata all’Università di Dicle diventando poi insegnante di disegno. Oltre a dipingere, ha lavorato anche come giornalista, «perché era inevitabile denunciare ciò che accadeva» nella sua città. Ha lavorato per la prima agenzia di notizie del mondo fondata e gestita interamente dalle donne, la Jinha, un’esperienza giornalistica senza precedenti che l’ha portata a svolgere il ruolo di caporedattrice. Jinha è nata nel 2012 ed è stata chiusa nel 2016, con il decreto legge numero 657, emesso dal Presidente della Repubblica durante lo stato di emergenza. La motivazione della chiusura era stata la stessa poi rivolta a Dogan: apologia del terrorismo.

Negli ultimi mesi, Dogan ha pubblicato alcune pagine del diario di un ragazzo che è rimasto intrappolato nella città di Mardin durante gli scontri tra le forze armate dello Stato e le unità di difesa popolare, note come YPS. Queste ultime sono state identificate come “elementi terroristici” legati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), organizzazione armata definita eversiva dallo Stato. Quello che ha reso ancora più famosa la giovane giornalista-pittrice è l’opera realizzata ispirandosi a una fotografia scattata dalle forze armate, a Nusaybin. In questa imponente immagine, ripresa dall’alto, si vede la città sullo sfondo, ridotta in macerie. Su quel che resta dei palazzi svettano le bandiere della Repubblica di Turchia di fronte alle quali si trovano i carri armati. Ovviamente non manca un manipolo di soldati in missione speciale. Nel suo quadro, Dogan rappresenta in maniera mostruosa i mezzi blindati e i soldati. Sia per via di questo lavoro, sia in virtù del diario che ha pubblicato, la giovane curda è stata denunciata e successivamente trattenuta in carcere per circa tre anni.

«Quando ho visto quella foto ho avuto la sensazione di osservare la dimostrazione del potere di un esercito che ha occupato un territorio straniero, invece si trattava della mia stessa nazione. Quindi avrei dovuto denunciare questo atto di ingiustizia e di violenza con lo strumento che conosco, ovvero la pittura». Alcuni critici l’hanno paragonata al famoso lavoro di Picasso, ossia la Guernica.

Zehra Dogan ha sempre provato a denunciare le violazioni dei diritti umani nel sud est della Turchia facendo particolare attenzione alla vita delle donne curde schiacciate tra la violenza dello Stato e la cultura patriarcale. Anche durante la sua detenzione ha fatto la stessa cosa.

«Nel primo carcere, a Mardin, mi avevano permesso di dipingere; invece nel secondo centro di detenzione, a Diyarbakir, niente. Io, in ogni caso, ho dipinto; sulle magliette, sui giornali oppure sulla carta igienica. Ho utilizzato i residui del cibo, i miei capelli ma anche il mio sangue mestruale. Questa, per me, è una forma di resistenza contro questa cultura maschilista che maledice la donna da circa cinquemila anni. Penso di aver creato un buco nel muro della censura e della violenza che ha paura anche della pittura. Inoltre, le mie compagne di cella mi hanno aiutata a procurarmi i materiali, a nascondere i dipinti e a farli uscire fuori dal carcere, cosa che era vietata. Quindi si può parlare di una resistenza femminile collettiva che abbiamo organizzato dentro la prigione».

Dogan ricorda quel periodo produttivo in carcere anche sottolineando di aver sperimentato diverse nuove tecniche di pittura, quindi si tratta anche, in un certo modo, di una crescita artistica. Anche a livello quantitativo è stato un periodo molto fruttifero: Dogan dice di aver concluso più di trecento lavori ed è riuscita a farli uscire tutti fuori dalle mura del carcere. I suoi lavori, portati fuori dai centri di detenzione, hanno avuto un grande successo. Il famoso artista britannico Banksy, nel mese di marzo 2018, ha realizzato a New York, sullo storico muro consacrato alla street art della città, un murale che rappresenta Dogan dietro le sbarre. Sopra la sua opera ha proiettato sul muro bianco il quadro dipinto dalla collega curda e che le è costato la prigionia. «Questo ovviamente ha fatto sì che il mondo conoscesse quello che è successo a Nusaybin. Ma non solo questo gesto: in generale, tutto il sostegno che ho ricevuto, proveniente da diverse parti del mondo, mi ha aiutato molto durante la mia detenzione. Credo che il carcere sia una dura prova per un essere umano. Il detenuto si mette in discussione per diversi aspetti, quindi ricevere la solidarietà di coloro che sono fuori è una forte conferma che la detenzione sia ingiusta e che sia invece il detenuto a essere sulla strada giusta». Dogan specifica che ha ricevuto migliaia di lettere da tutti gli angoli del globo e questo ha rafforzato la sua fiducia in se stessa.

Zehra Dogan, prima del suo arresto aveva vinto due premi giornalistici importanti in Turchia: Musa Anter e Metin Goktepe. Due premi dedicati a due giornalisti assassinati. Quest’onda di riconoscimenti per il suo lavoro è andata avanti anche durante la sua detenzione. Inoltre Dogan si sta preparando per diverse mostre importanti in Italia, Francia e negli Stati Uniti d’America a partire dal mese di maggio. Nei mesi successivi andrà a Kobane per dipingere sui muri della città in collaborazione con un’associazione artistica che sta creando un museo a cielo aperto in questa zona colpita dal terrorismo internazionale. Tra i mille progetti di Dogan c’è anche quello di insegnare il disegno ai bambini del suo villaggio di nascita e pubblicare una graphic novel sulla tortura in carcere in Turchia e sulle storie delle detenute con le quali ha condiviso la cella.

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