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Woke o non woke? Le buone intenzioni e l’ideologia

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Se esiste un termine che si infila puntualmente nel dibattito pubblico in questi ultimi tempi, è ben il termine woke. Woke significa sveglio, e identifica la ricerca continua – qualcuno direbbe ossessiva – delle ingiustizie sociali «nascoste».  Le teorie woke scuotono l’America ormai da un po’. I campus universitari, in primis il celebre college Evergreen, si ritrovano investiti da nuove ideologie identitarie, dove concetti che sembravano messi da parte come la razza e l’appartenenza a una comunità, si rivelano essenziali.
Se tutto parte sempre da buone intenzioni – in particolare denunciare il razzismo contro le persone di colore – alcuni gruppi militanti estremizzano il discorso fino alla marginalizzazione e alla delegittimazione degli studenti e degli insegnanti bianchi, professori come Bret Weinstein ad esempio, che, colpevole di aver denunciato a Evergreen queste derive, si è ritrovato ostracizzato dai superiori e oggetto di minacce di morte.

Ma l’America, da sempre generatrice di nuove idee e movimenti, ha fatto pervenire ormai da tempo le teorie woke anche in Europa. E con esse, sono arrivate le polemiche che non mancano di infiammare l’opinione pubblica. La Francia, con le sue strette e talvolta conflittuali relazioni con le ex-colonie e la sua popolazione cosmopolita, è forse il più grande laboratorio europeo per elaborare questa nuova visione della società. Ne sa qualcosa la giornalista e rappresentante politica di sinistra Audrey Pulvar che, in questi giorni, si ritrova ad affrontare la tempesta scatenata da una sua opinione espressa sulla stampa.  L’UNEF, storico sindacato studentesco della Sorbona, avrebbe organizzato nel famoso ateneo delle riunioni «non-miste», vietate agli studenti bianchi, per discutere di tematiche legate al razzismo e alle discriminazioni.
Audrey Pulvar, in genere conosciuta per le sue posizioni progressiste moderate, si ritrova suo malgrado identificata come icona woke, dal momento che ha detto che in quelle riunioni, lei, non ci trovava nulla di male, e che se un bianco avesse voluto parteciparvi, avrebbe potuto farlo ma non avrebbe avuto il diritto di intervenire.
Apriti cielo.

La destra, nelle sue versioni più moderate e più estreme, ha fatto di questa opinione un cavallo di Troia per penetrare nella palude vischiosa del « razzismo anti-bianco », territorio minato dove se da un lato, si denunciano giustamente certe derive dei movimenti woke, dall’altro si fa di tutta l’erba un fascio e si tende a mettere sullo stesso piano secoli di segregazione al riflesso indentitario di gruppi militanti nati l’altro-ieri. Le teorie identitarie si sono rivelate un fendente che ha diviso la sinistra francese in due. Ormai esistono gli «universalistes» e i «racialistes».
Ognuno ha le sue icone.
Tra i primi c’è senza dubbio la regista e saggista Caroline Fourest che, nel suo libro Génération offensée (pubblicato in Francia dalle edizioni Grasset), denuncia una sinistra che rinuncia alla lotta per l’uguaglianza in nome di una sorta di clientelismo identitario che vorrebbe celebrare le diversità, ma invece crea nuovi separatismi e nuove esclusioni. Oltre alla Fourest, l’ex deputata socialista Céline Pina si muove sulla scena universalista, dopo aver abbandonato diversi anni fa il suo partito, a suo dire troppo compiacente verso il fondamentalismo islamico che tiene in ostaggio certe città e certe periferie francesi. Le due donne da anni si schierano contro la corrente identitaria che penetra le università.
«L’attuale portavoce dell’UNEF è Marion Pougetoux, una studentessa che ha scelto di indossare li velo integrale. Quale messaggio per le altre studentesse? L’UNEF è un sindacato nato dalle ceneri del ’68, dalle lotte studentesche per la libertà delle donne e della sessualità, trovo il tutto davvero contraddittorio», spiega Celine Pina. «Si sta promuovendo la separazione identitaria. Per qualcuno, certe tematiche possono solo essere affrontate se si appartiene a un  certo gruppo sociale, a una certa religione o a una certa etnia, altrimenti, parlarne non è legittimo » continua l’ex deputata.

Le vicende francesi ricordano da vicino le polemiche sulle traduzioni delle opere della poetessa di colore Amanda Gorman, polemiche accompagnate da una domanda impensabile fino a qualche anno fa: è legittimo o meno far tradurre le sue poesie da un traduttore bianco? Fra le teorie woke le più diffuse, c’è in effetti quella che contempla il delitto di «appropriazione culturale».
«Mi domando se i nuovi fanatici di questo concetto non sognino in realtà un mondo mono-culturale, dove tutti si dovrebbero vestire, pettinare, pensare e mangiare secondo le proprie origini», scrive Caroline Fourest nel suo saggio.

Ma c’é chi, verso le riunioni «non miste» e verso le critiche nei confronti delle diverse forme di appropriazione culturale, si mostra più comprensivo. Il leader della France Insoumise, Jean Luc Melenchon è stato lapidario: « Audrey Pulvar non è razzista, ha semplicemente preso atto di cos’è un gruppo di parola » ha dichiarato alla stampa. In effetti, i sostenitori di questi meeting universitari mettono avanti la necessità, per le persone vittime delle stesse discriminazioni, di ritrovarsi tra loro e potersi esprimere liberamente, senza influenze e sguardi esterni. La voce di questa nuova ideologia però, non si esprime solo nei gruppi di parola, ma evolve in tutta la società, usando come trampolino l’ambito universitario.
Due anni fa la Sorbona si trovava obbligata ad annullare lo spettacolo teatrale delle Supplici di Eschilo, perché gli attori facevano uso di maschere scure, interpretate dai movimenti woke come offensive blackface.

E sempre gli stessi movimenti stanno dietro ai tentativi di abbattere le statue di personaggi storici come Voltaire o Rimbaud, ricordando del primo il razzismo senza complessi e del secondo i legami coi mercati africani degli schiavi. Se ridurre la memoria di personaggi di un tale calibro al loro solo lato oscuro, può essere una pericolosa deriva che porterebbe alla messa al bando di una mole incalcolabile di artisti e pensatori del passato, più interessanti invece sono le iniziative che portano ad « aggiungere » cultura e non a toglierla. A Bordeaux, ad esempio, le vie della città dedicate a personaggi storici legati in qualche modo al traffico di schiavi che ha fatto prosperare la città atlantica per secoli, sono ormai accompagnate da targhe commemorative che raccontano la storia poco conosciuta delle vittime. Sempre a Bordeaux è stata inaugurata una nuova statua, quella di Toussaint Louverture, il Napoleone nero, generale haitiano che guidò la rivolta degli schiavi liberi per creare la prima repubblica nera al mondo.
Il mondo evolve e la cultura woke è a un bivio: si rivelerà un’opportunità per aprire gli occhi su ingiustizie storiche e sociali e susciterà tentativi di riscatto per i più deboli e i dimenticati? Oppure diventerà soltanto lo stendardo di un politicamente corretto portato all’estremo, fino a esprimere il volto di una nuova censura? È ancora presto per dirlo, ma è bene seguire questa nuova corrente da vicino, dal momento che i woke, non hanno nessuna intenzione di cedere al sonno. Speriamo nemmeno al sonno della ragione.

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