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Wajdi Mouawad: l’apologia dell’incontro per raggiungere (e comprendere) l’Altro

Incontro come la parola Curiosità. Come la parola Straniero. Come la parola Altro. Come la parola Inquietante come la parola Diverso. Destabilizzante. La parola Incontro include tutte queste parole perché Incontro richiede di andare oltre. L'incontro è scomodo poiché non incontriamo che ciò che ci è estraneo. Sconosciuto. L'incontro non è ritrovarsi e non si ritrova altro se non ciò che si è già conosciuto.

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Incontro.

Come la parola Curiosità. Come la parola Straniero. Come la parola Altro. Come la parola Inquietante come la parola Diverso. Destabilizzante. La parola Incontro include tutte queste parole perché Incontro richiede di andare oltre. L’incontro è scomodo poiché non incontriamo che ciò che ci è estraneo. Sconosciuto. L’incontro non è ritrovarsi e non si ritrova altro se non ciò che si è già conosciuto. Questa parola, Incontro, la metto lì, in mezzo a noi. Sta a ciascuno scegliere se vuole appropriarsene o no. Appropriarsene significa accettare di alzarsi dalla propria sedia, è accettare di fare uno sforzo. È dunque accettare di impegnarsi perché ci si sente responsabili, perché è proprio quello che possiamo provare a offrire ai giovani di oggi, mostrando loro come, una volta che l’incontro con ciò che ci spaventa è avvenuto, nell’impegno, nella responsabilità, c’è come un gesto-scala che conduce alla semplice gioia del volto di chi è diverso.”


Wajdi Mouawad
Dal discorso inaugurale della stagione 2016/2017 del Théatre de la Colline di Parigi, tenuto da Wajdi Mouawad il 30 maggio 2016, dopo esserne stato nominato direttore dal Presidente della Repubblica François Hollande 

Regista, drammaturgo, attore e scrittore libanese, Wajdi Mouawad è una delle figure più interessanti della nuova drammaturgia europea. Diplomato in interpretazione all’École nationale de théâtre di Montreal, fonda la compagnia teatrale Ô Parleur; con le sue opere, e grazie al suo talento, è riconosciuto come una rivelazione del teatro contemporaneo. Assume la direzione di diversi teatri e, nel 2009, la sua reputazione internazionale è consolidata dalla partecipazione al festival di Avignone.

La trasposizione cinematografica di Incendies per la regia di Denis Villeneuve (uscito in Italia con il titolo La donna che canta), ha ricevuto la candidatura come miglior film straniero ai premi Oscar 2011. Il suo esordio letterario è Il volto ritrovato (Fazi editore, 2002),  a cui è seguito Anima (sempre per Fazi, 2012).

L’INTERVISTA


Abbiamo chiesto a Simonetta Valenti, docente di Letteratura francese all’Università di Parma e autrice del volume Rencontre – Le nouvel humanisme de Wajdi Mouawad di introdurci alla sua opera e alla sua concezione del mondo.


Cosa troviamo nel cuore dell’arte di Mouawad?


L’idea centrale, nella produzione narrativa e nel teatro di Wajdi Mouawad, è la possibilità dell’incontro a tutti i livelli. La cifra dell’incontro non è solo un tema di carattere contenutistico: certo, ci sono incontri casuali che rivelano la ricchezza dell’umanità, resa possibile anche dalla differenza culturale e di percorsi, ma si tratta anche di un incontro tra strumenti artistici. Mouawad utilizza in modo funzionale gli strumenti drammaturgici che possiede, grazie alla sua educazione quebecchese. La scuola del teatro contemporaneo del Québec è una mescolanza di tecniche che esulano dal teatro per comprendere cinema, fotografia, flash mob, pittura. La prospettiva della contaminazione, della mescolanza è la cifra della riconciliazione. Nelle opere teatrali di Mouawad c’è una compresenza culturale e di credi religiosi, più lingue che coabitano e tutto ciò che fa parte della contemporaneità: televisione, computer, smartphone insieme alle arti, alla pittura, alla scultura.

Il Libano, la sua terra natale, ha radici profondamente multiculturali – per secoli, culture diverse hanno convissuto in maniera assolutamente pacifica. La sua terra si è trasformata a causa della guerra e Mouawad non è stato aiutato a promuovere questa mescolanza. Al contrario, egli prova a far convivere pacificamente le differenze in una modalità di dialogo e di arricchimento reciproco. Riesce a coniugare la visione della vita e il vivere: il suo approccio è rappresentativo di un modo di fare cultura che non si allontana dal mondo, ma è consapevolmente innestato nella complessità della realtà con una visione che la trascende: popoli, culture, lingue, religioni, provenienze diverse che, invece di distruggersi reciprocamente, imparano a leggere le differenze come una ricchezza.


Le “radici mobili” di Mouawad hanno segnato la sua opera, così come l’esperienza dell’esilio.


Certo. Mouawad è nato in un villaggio alla periferia di Beirut, da una famiglia di culto cristiano-maronita, appartenente quindi alla élite culturale e politico-economica libanese. Nel 1975, allo scoppiare della guerra in Libano, i genitori si trasferirono in Francia: la sua infanzia venne segnata dall’esilio e non desiderava altro che essere integrato. Voleva scrivere e parlare francese meglio dei francesi e si impegnò moltissimo, tanto da essere notato da uno dei suoi insegnanti per la sua straordinaria fantasia e capacità di narrare storie. Nella sua vita tornò nuovamente il tema dello sradicamento perché nel 1983, scaduto il permesso di soggiorno concesso dal governo francese ai cittadini libanesi, si trasferì in Québec. L’esperienza dell’esilio fu ancora più lacerante. Avvertì l’estraneità, si sentiva incompreso. Si rifugiò quindi nella letteratura e, tra i tanti, lesse un testo capitale nella sua formazione, Le metamorfosi di Kafka, che segnarono così profondamente la sua vita da decidere di tatuarsi uno scarabeo sulla mano destra. Quella con cui scrive.

La sua formazione in Québec gli consentì di acquisire gli strumenti linguistici e culturali per prendere la parola e dire la sua nel mondo. Tra il 1985 e il 1994 scrisse per sé, senza l’intento di rendere pubblici i suoi diari: furono dieci anni di formazione in cui la pratica teatrale si accompagnava alla scrittura e a una riflessione del drammaturgo sulla funzione del teatro.


E qual è, per lui, la funzione del teatro?


È l’estetica dello sconvolgimento interiore: andare a teatro è provocare interiormente. Ci fa avvertire la violenza con un colpo allo stomaco. La sua non è una pretesa didattica: vuole farci avvertire quasi fisicamente il dolore, farci provare il trauma.


L’esperienza del dolore è un altro tema ricorrente, anche questo è autobiografico?


Mouawad ha vissuto un’infanzia marcata dalla violenza della guerra. Ha sperimentato l’esilio. La morte della madre lo ha sconvolto, ha visto attorno a sé l’orrore. Una domanda lo assilla da sempre: come faccio io, individuo, a essere felice, quando nel mondo c’è tanto dolore? L’universo cupo e violento delle sue opere, tuttavia, rivela sempre figure di bellezza e di nobiltà d’animo: sono squarci di luce, e sono soprattutto figure femminili.


Qual è il suo rapporto con il tempo?


Nel teatro di Mouawad è centrale la coesistenza di momenti temporali. Il passato non può fare a meno del presente, e viceversa. Il presente è come una tela bucata attraverso la quale il passato irrompe.


La voce di Mouawad si può definire scomoda, come quella di giornalisti e scrittori che sfidano il potere?


Sì. Come scomoda è la verità, uno dei temi cruciali nella sua opera. A volte, come il sole, non si può guardare tanto è dolorosa. Una verità che non si vorrebbe riconoscere, ma che è necessaria per la scoperta di sé. Alla ricerca della verità si accompagna la denuncia di violenze, abusi, conflitti dimenticati. Ma la denuncia non si ferma lì, è il motore del coraggio e del possibile incontro: riconosciamo nell’altro una parte di noi stessi, ed è ciò che muove la capacità di perdonare. La ricerca della verità di Mouawad è un itinerario di riscoperta dolorosa delle proprie origini, in cui si intrecciano la storia personale e la storia con la “s” maiuscola; è un percorso che sfocia nella denuncia delle atrocità subite e dimenticate.

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