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Viaggi Perduti: i confini “fluidi” secondo Luciano Del Sette

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Non poter più andare in un posto non significa dimenticarlo. È questa l’idea sottesa a Viaggi Perduti, programma di Luciano Del Sette in dieci puntate in onda da luglio su Radio 3 il sabato alle 10.45. Il 12 settembre sarà trasmessa l’ultima e, prima di chiudere la serie, abbiamo chiesto al suo autore e conduttore una riflessione sul suo lavoro.

Com’è nata l’idea di Viaggi Perduti?
«È un progetto nato tempo fa. Per il Manifesto, insieme a Simona Cagnasso, avevo curato un’opera molto grande, in dvd e cd, per raccontare luoghi del pianeta diventati impossibili da visitare. Tredici luoghi rappresentativi di altrettanti viaggi perduti, distrutti dalle guerre, dalle catastrofi naturali, dal terrorismo, dalle dittature. Abbiamo chiesto a 13 attori e 13 musicisti di interpretarli con una traccia di parole e di suoni. Enrico Ghezzi ha fornito tutto il materiale video relativo ai paesi scelti, tratto da Fuori Orario.
Viaggi perduti ha avuto un grande successo. Così, a dieci anni di distanza, ho proposto un rubricone con lo stesso titolo all’interno del programma di Radio Tre Pantagruel, in onda il sabato pomeriggio, in cui raccontavo luoghi impraticabili a causa delle guerre, come Libia, Mali, Siria, Yemen, o della violenza urbana, come Rio de Janeiro, mete distrutte dal turismo, come la Patagonia e Venezia. Altre ancora da disastri ecologici, come il Lago Aral in Kazakistan o il Laos, dove lo sconvolgimento del territorio si deve alle dighe e alla Nuova Via della seta».

La rubrica è diventata un programma. Qual è l’elemento di novità?
«Quest’anno i confini non sono più chiusi da fattori esterni, c’è un’entità impalpabile che ha reso inavvicinabili destinazioni che fino a ieri, prima della pandemia, gli italiani sceglievano per una vacanza vicina o lontana, come la Spagna, il Belgio, Cuba, il Marocco, la Thailandia. Non vogliamo raccontare itinerari turistici ma evidenziare personaggi, storie, geografie appartate e sconosciute, problematiche economiche e sociali, perché questi luoghi non siano liquidati con stereotipi, ma possano essere approfonditi».

Quali sono gli ingredienti di questo format?
«Ogni puntata dura 40 minuti ed è composta da quattro interventi parlati e altrettanti pezzi musicali. Proviamo a raccontare un Paese anche attraverso la contaminazione – termine che non mi piace affatto – tra la musica delle radici, della tradizione e quella contemporanea che si rifà alle radici ma attinge a nuove correnti, nuove sonorità, nuovi strumenti. Diamo la parola a ospiti esperti per raccontare aspetti meno noti, come il cinema cinese indipendente che subisce l’influenza della dittatura, oppure l’identità basca spiegata da un docente di storia contemporanea e raccontata attraverso la gastronomia da Chef Kumalè».

L’esperienza della pandemia ha trasformato l’idea stessa di viaggio. Non sono cambiate solo le destinazioni, ma l’approccio. 
«Avremmo potuto approfittare del lockdown per ripensarci e riflettere. Purtroppo, credo che siamo tornati quelli di sempre. Ma possiamo guardare gli stessi luoghi con occhi nuovi. Andare a San Sebastian e, facendo un giro di pinchos, accorgerci che dietro c’è un lungo e drammatico conflitto tra il governo spagnolo e l’ETA, il movimento separatista. O che, oltre un safari, per conoscere la Tanzania occorre tenere presente il passato coloniale durissimo. O che Dubai e Abu Dhabi non sono solo scintillanti, ma nascondono tra i fasti la schiavitù di molti migranti, soprattutto afghani e pakistani, e la condizione di molti non-national. In Viaggi perduti cerco di non trattare nessun tema con pesantezza: al contrario, provo a buttare con leggerezza esche, per fare riflettere».

 

È possibile ascoltare i podcast delle puntate andate in onda sul sito di RaiPlay Radio: https://www.raiplayradio.it/programmi/viaggiperduti/

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