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Un cross media project per testimoniare

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Il direttore de La Stampa, Mario Calabresi, ha sposato il progetto cross-media di Giordano Cossu “Ruanda, 20 anni dopo” e ha raccontato i motivi che lo hanno spinto ad aiutare la diffusione di un lavoro tanto prezioso.

«Ci sono storie di fronte alle quali il giornalismo trema. Hanno una portata così vasta da sfidare i ferri del mestiere dello storytelling tradizionale. Gli esempi sono tanti: i killing fields della Cambogia, le Torri Gemelle di New York, sicuramente il Ruanda. Ricordare il massacro di quasi un milione di persone, vent’anni dopo, era una nuova sfida. Ma quando il giornalista freelance Giordano Cossu ci ha raccontato come intendeva affrontarla, la sua idea ci ha conquistato subito».

«“Ruanda 20 anni dopo – Ritratti del cambiamento” è diventato uno dei gioielli del nostro MediaLab, l’area del sito dove La Stampa sta sperimentando le nuove modalità di raccontare il mondo nell’epoca digitale. Il webdocumentario di Cossu racchiude in sé tutte le potenzialità che il web ha messo a disposizione per narrare in modo nuovo anche l’ “inenarrabile”: video, foto, infografiche interattive, possibilità di seguire percorsi di lettura personalizzati, approfondimenti tematici, profili personali, mappe, grafici. Attraverso il caso specifico di un villaggio, si entra in profondità non solo nel dramma del Ruanda di 20 anni fa, ma soprattutto nelle ferite che restano aperte oggi nei rapporti sociali tra i vari protagonisti».

«Il webdoc di Cossu e del suo team, di cui La Stampa è stata tra i promotori e produttori, in un certo senso non è solo giornalismo: è un trattato multimediale di antropologia, alla scoperta delle radici dell’odio e dei semi della speranza per superarlo. Ora che il webdocumentario diventa una mostra, realizzata grazie al Caffè dei giornalisti, nascono altre modalità ancora di storytelling, affidate stavolta alla potenza della fotografia e ai contesti che Cossu ha ricostruito per proporli in uno spazio espositivo. La mostra, il catalogo e il webdoc, insieme, divengono così una testimonianza duratura di uno dei più grandi drammi del XX secolo. Con la speranza che a beneficiarne siano soprattutto le nuove generazioni, di cui questo lavoro parla perfettamente il linguaggio digitale».

Ha fatto eco all’intervento di Calabresi quello di Christophe Champin, direttore aggiunto per la sezione new media di RFI, media partner del progetto di Giordano Cossu.

«Quando Giordano Cossu venne a offrirmi di lavorare con lui per il 20° anniversario del genocidio ruandese, non ho esitato a lungo. Radio France Internationale copre l’Africa – e in particolare il Ruanda – più di ogni altro media francese ma, cosa ancora più importante, Giordano porta uno sguardo nuovo sulla memoria di questo omicidio di massa spaventoso. Vi è infatti la memoria, che è essenziale, ovviamente, ma ci sono anche questioni fondamentali: come migliaia di ex-genocidi e le loro vittime riescono a vivere insieme, ogni giorno, nello stesso villaggio? Come un sopravvissuto può sopportare di incontrare ogni giorno il suo carnefice? E viceversa, che possiamo dire dello stesso carnefice, che continua a incontrare gente che voleva cercare di uccidere con le proprie mani? Questo è un modo di prendere in considerazione una domanda fondamentale: il futuro di convivenza e di riconciliazione in questo Paese, e magari anche la possibilità di una ripetizione dell’orrore del 1994. E in questo lavoro, sia nel documentario, sia nella fotografia artistica, Giordano Cossu e il collega fotografo Arno Lafontaine lo hanno fatto senza mai cadere nella superficialità».

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