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Un codicillo, un giudice e una sentenza storica

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01-03-03primsLa legge c’è, anzi, ce ne sono due. Ma non venivano applicate.
Fare il giornalista è un mestiere rischioso,  soprattutto (ma non solo) quando latita un editore a monte che copra i rischi delle conseguenze civili della diffamazione o le richieste dirette – sempre più spesso preferite alla causa penale – di risarcimento danni per servizi televisivi, articoli, post sui blog e sui social network. In questi anni, peraltro, il Caffè si è sovente occupato della questione spinosa della diffamazione in capo a chi fa informazione.

Eppure esistono due norme che dovrebbero tutelare chi viene ingiustamente chiamato a rispondere per ciò che ha scritto o detto sul conto altrui. La prima è la disciplina della cosiddetta lite temeraria: si rende responsabile di lite temeraria, secondo il codice di procedura civile, chiunque agisca in giudizio sapendo di avere torto. Se, insomma, un giornalista viene citato in giudizio da un personaggio o da un ente soltanto a scopo intimidatorio, per evitare che continui a occuparsi di determinate faccende, il nostro Stato prevede un’arma di difesa. Purtroppo è una norma che i giornalisti trascinati in tribunale non sono pressoché mai riusciti a far valere, perché bisogna dimostrare che la controparte abbia agito dolosamente o con colpa grave e si rimanda, comunque, il giudizio alla corte di Cassazione, con i tempi talora intollerabilmente lunghi della giustizia civile.

La seconda norma, finalmente applicata dopo anni di oblìo da un giudice milanese, Anna Cattaneo, è un comma che l’Europa ha obbligato il nostro Stato ad aggiungere all’articolo 96 del codice di procedura: da sei anni a questa parte, almeno in teoria, se nel corso del processo emerge che la parte soccombente ha agito con malafede o colpa grave, il giudice (su richiesta dell’altra parte) la condanna al risarcimento dei danni, senza attendere il terzo grado, danni da determinarsi in via equitativa. Purtroppo è l’inciso “in via equitativa” ad aver, di fatto, sterilizzato la norma: il legislatore non ha mai chiarito quali fossero i parametri per considerare equo un simile risarcimento e nessun giudice si è sentito di… pesare il danno patito da un giornalista ingiustamente accusato.

La dottoressa Cattaneo, con un atto di coraggio, ha finalmente cambiato rotta e l’Italia, per la prima volta, vede punito chi (in questo caso una società per azioni) ha citato in giudizio un cronista (il giornalista dell’Unione Sarda Paolo Carta e, come co-obbligato, il direttore Paolo Figus) senza avere in mano le prove della diffamazione. Anzi, la lettura della sentenza (riportata integralmente sul sito dell’ex presidente dell’Odg della Lombardia, Franco Abruzzo) mostra che la società aveva agito, chiedendo 500.000 euro di danni non patrimoniali per un articolo giudicato diffamatorio e altri 20.000 a titolo di riparazione pecuniaria, senza avere alcun elemento di fatto per dimostrare di essere stata danneggiata. Anzi, le notizie pubblicate dal giornalista sardo erano veritiere.

Ecco che quindi, finalmente, il giudice fa un passo un più e, «richiamato l’articolo 96 terzo comma c.p.c. […] ritenuto che tale condotta debba essere sanzionata al fine di scoraggiare comportamenti strumentali che ostacolano la funzionalità del servizio giustizia, […]  e che provocano senz’altro danno alla controparte in conseguenza dell’ansia e del turbamento inflitti, in ogni caso in quanto si è chiamati a difendersi, ma in particolare nel caso in cui è messa in discussione la propria professionalità, ritiene il Tribunale di sanzionare detto comportamento e condannare l’attrice al risarcimento dei danni che devono essere equitativamente determinati». E lo fa: tenuto conto dell’ammontare ingente del risarcimento richiesto dalla società, il giudice «stima
ragionevole quantificare in un somma pari a 2 volte le spese di lite liquidate a favore dei convenuti», quindi 18.000 euro.

Non è una cifra astronomica ma è una sentenza (che si spera venga confermata fino al giudicato) storica per chiunque faccia informazione. La piaga delle cause civili intimidatorie, in un mondo in cui ormai la gran maggioranza dei giornalisti non ha protezione contrattuale contro le azioni legali, deve essere debellata. Le tredici pagine vergate dal giudice Cattaneo, il 28 febbraio 2015, segnano il primo passo in questa direzione.

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