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Ucciso il giornalista Ahmed Hussein-Suale. La colpa? Aver ricercato la verità

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«Un attacco a tutti i giornalisti e al giornalismo»: il presidente del sindacato dei giornalisti del Ghana, Roland Affail Monney, ha definito così il brutale omicidio di Ahmed Hussein-Suale, freddato con tre colpi di arma da fuoco la sera del 16 gennaio 2019 mentre stava rientrando a casa, alla guida della sua automobile, a Madina, un sobborgo della capitale Accra. Due uomini a bordo di una motocicletta lo hanno affiancato e colpito con due proiettili al petto e uno al collo. Ahmed aveva 34 anni, era un giornalista investigativo; da due anni lavorava per la squadra di giornalisti sotto copertura guidata da Anas Aremayaw Anas, il reporter africano famoso per aver utilizzato il suo anonimato come strumento nel suo arsenale investigativo. Il volto nascosto da una maschera di perline per proteggere la sua identità, Anas ha focalizzato la sua attenzione sulle questioni dei diritti umani e della lotta alla corruzione in Ghana e nell’Africa sub-sahariana. Alla grande inchiesta sulla corruzione nel calcio africano aveva partecipato anche Ahmed Hussein-Suale: ne era emerso un vasto scandalo di tangenti e partite truccate che aveva scosso il mondo politico e sportivo del Ghana e aveva portato alle dimissioni di numerosi dirigenti della Federcalcio ghanese, nonché alla sospensione di oltre 50 arbitri dalla Confederazione del calcio africano (CAF).

Hussein, infiltrato come potenziale investitore, si era visto offrire lucrosi contratti con il governo del Ghana, in cambio di diversi milioni di dollari. Il presidente dell’Associazione Nazionale del Calcio ghanese Kwesi Nyantakyi, che era anche vicepresidente della Confederazione di Calcio africana e membro del consiglio Fifa, filmato mentre accettava una tangente, era stato squalificato a vita dalla Fifa e, accusato di avere chiesto 11 milioni di dollari per possibili contratti con il governo, era stato multato con una sanzione di 500 mila dollari. In seguito alle accuse, aveva rassegnato le dimissioni.
Sulle inchieste del calcio africano venne realizzato, dalla squadra di Anas, il documentario «Numero 12» – allusione alla corruzione come 12° giocatore della squadra di calcio. Quella esposizione pubblica portò il presidente del Ghana a smantellare la Ghana Football Association e tutte le partite di calcio nel paese furono annullate. Una settimana prima dell’inizio della Coppa del Mondo FIFA 2018, il canale Africa Eye della BBC aveva trasmesso il documentario. Dopo la messa in onda, il deputato del parlamento ghanese Kennedy Agyapong, implicato in una delle indagini, aveva diffuso sulla rete nazionale Net 2 TV la foto di Hussein-Suale, incitando all’odio i telespettatori: «Questo ragazzo è molto pericoloso. Vive qui a Medina. Se lo incontrate, schiaffeggiatelo. Qualsiasi cosa accada io pagherò, perché è cattivo. Si chiama Ahmed. Ingrandite la foto!»

Hussein aveva recentemente presentato denuncia per la minaccia subita: ma la sua «cattiveria», ovvero l’impegno nella ricerca della verità e nell’andare a fondo per smascherare le ingiustizie, gli è costata la vita. La sua immagine mostrata pubblicamente sui media è stata un indizio per colpire ed eliminare un giornalista troppo scomodo per i potenti corrotti. Il parlamentare Kennedy Agyapong, in un’intervista all’emittente KofiTV, si è detto estraneo all’omicidio e ha confermato il suo disprezzo per il giornalista ucciso.
Il presidente del Ghana Nana Akufo-Addo, con un tweet, ha inviato le condoglianze alla famiglia di Hussein-Suale e, condannando senza riserve l’atto, si aspetta che «i responsabili di questo atroce crimine vengano assicurati alla giustizia il prima possibile.» Anas, sui social media, ha dato l’annuncio della morte del collega, pubblicando non a caso il video della minaccia di Kennedy Agyapong. E commentando: «Una notizia triste, ma noi non saremo mai messi a tacere.» Intanto, un giovane reporter ci ha rimesso la vita.

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