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Tunisi: si piange, ma il seme della democrazia è ormai piantato

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I minareti di Tunisi
I minareti di Tunisi

Tu che vai in giro con quella canottierina, da alcuni sei percepita come nuda, sappilo”. “Un tempo potevo uscire con il pareo e il costume da bagno, ora non posso più”. “Ad un certo punto sono anche spuntati giovani sulle motociclette, la barba e i pantaloni alla caviglia, come li porta il Profeta. Alle donne dicevano di coprirsi, di mettere il velo, una sorta di polizia religiosa. E noi abbiamo avuto paura. Noi non volevamo tutto quello”. Frammenti di discorsi dell’agosto 2014.

Poi le elezioni di novembre: vince Essebsi, si tira un sospiro di sollievo. “Saremo 5 anni tranquilli”, mi dissero in molti con un sorriso. Eppure non era del tutto finita, il pericolo terrorismo ancora esisteva: nei supermercati, nei grandi alberghi, gli agenti continuano a controllare le borse della signore, in città i carri armati e le forze dell’ordine vigilano sulla sicurezza dei cittadini.

Da agosto sono passati sette mesi, e io sono tornata a Tunisi quattro volte, a vedere una democrazia nascente, che deve ancora fare molta strada, e non si sottrae ad una lotta quotidiana, per i diritti fondamentali, per il lavoro e per una vita dignitosa; una popolazione gentile, laica, fiera che ha lottato per liberarsi dal dittatore, si è dotata di una costituzione, e non si perde di fronte alle difficoltà.
Agli inizi di marzo l’atmosfera è di grande speranza: il turismo piano piano si sta riprendendo, i progetti iniziano di nuovo a nascere, la voglia di risollevarsi ancora una volta è tangibile, anche a fronte dei danni accumulati nel breve periodo in cui al potere sono stati gli islamisti dopo la rivoluzione. 
Già, i danni. Mi spiega un’amica imprenditrice che, dopo aver languito per decenni nelle prigioni, o in esilio all’estero, improvvisamente, gli islamisti vengono ripescati come un’alternativa al vecchio dittatore fuggito, e in pochissimo tempo procurano al paese danni incalcolabili. E’ stato un percorso semplice, aggravato dalla creazione di un debito pubblico spaventoso e con due elementi di rilievo, racconta: dopo essere saliti al potere, gli islamisti hanno reclutato la loro gente, riempiendone i ministeri e gli uffici, gente spesso incapace e assenteista, che oggi ancora prende lo stipendio e praticamente è ormai inamovibile; inoltre, l’apertura delle frontiere alle merci estere ha travolto il patrimonio dell’artigianato tunisino, un tempo prezioso e protetto, e che ora è minacciato dalla concorrenza impietosa dei prodotti stranieri più scadenti e a buon mercato, spesso prodotti in Cina.
A questo, si aggiunge la grande povertà di una parte del paese che arranca in cerca di lavoro e che fa l’impossibile per tirare avanti e non scappare sui barconi, magari per approdare in Italia. Un retaggio problematico nell’insieme molto serio da affrontare ma si tiene testa allo sconforto.

Poi il 18 marzo arriva, e qui si ferma la storia. 

Si piange e si ha paura, e ci si fanno domande. Sul perché, e su quale sarà il prossimo futuro di questo meraviglioso paese. 

Oltre l’orrore, è chiara anche la strategia di strangolare il turismo, elemento trainante della già fragile economia del Paese, ma la gente tunisina non arretra: ha ormai in sé il seme della democrazia e tutto il coraggio necessario per difenderla.

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