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La Camera contro la formazione obbligatoria?

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formaDal primo gennaio 2014 la legge obbliga i giornalisti, professionisti e pubblicisti (purché iscritti da almeno tre anni) a frequentare corsi di formazione. Dopo più di un anno dalla messa in vigore del Dpr 137/2012, sul bollettino ufficiale del Ministero della Giustizia del 28 febbraio 2015 è comparso il testo del Regolamento della formazione professionale continua degli iscritti all’Ordine.

Dopo un anno di vigore della legge, si è evidenziata (almeno) una falla: nel caso in cui i giornalisti non abbiano, infatti, accumulato sufficienti crediti formativi, molti Ordini regionali hanno già comunicato che non procederanno a irrogare sanzioni, peraltro incerte nella loro misura. Ma non è l’unica criticità di questa nuova normativa, tanto che tre deputati del Pd (il laziale Michele Anzaldi, la veneta Alessia Rotta e l’emiliano Marco Di Maio), tutti giornalisti, hanno deciso di presentare un ricorso presso il Tar del Lazio contro il regolamento, chiedendone l’annullamento previa sospensiva. I motivi del ricorso sono fondati sulla mancanza di sanzioni e di esenzioni, sul contrasto con il contratto nazionale di lavoro, sulla violazione e falsa applicazione degli articoli 3, 4 e 23 della Costituzione.

Presentando l’iniziativa, i tre parlamentari hanno spiegato di aver “presentato un ricorso contro il Regolamento che obbliga i giornalisti ai corsi di formazione obbligatoria, chiedendone l’annullamento. È stata disposta, infatti, un’applicazione burocratica della riforma Severino degli ordini professionali, che ha finito con il danneggiare i cronisti”. I tre deputati sostengono che un regolamento così concepito creerebbe danni alla professione, perché “una più attenta istruttoria avrebbe dovuto indurre il ministro vigilante a evidenziare che il Regolamento Formazione Professionale Continua degli iscritti all’Ordine dei giornalisti è erroneamente modellato su quello delle altre professioni, senza tener conto della peculiarità della professione di giornalista”.

Piuttosto singolare è il passaggio in cui i ricorrenti sottolineano, in un mercato del lavoro giornalistico che è sempre più rappresentato da giornalisti freelance non inquadrati con il contratto di lavoro nazionale, che “sarebbe stato opportuno valutare la circostanza che gli altri professionisti hanno un contatto diretto con il cliente o l’utente e svolgono la propria attività prevalentemente in regime di lavoro autonomo. L’attività del giornalista, invece, è nella stragrande maggioranza dei casi svolta mediante un rapporto di lavoro di natura subordinata, regolato dal Cnlg, inserito in una attività imprenditoriale. L’opera del singolo giornalista è mediata dall’organizzazione aziendale; esemplificativamente, l’opera del redattore è supervisionata dal caposervizio e/o dal caporedattore e/o dal vicedirettore e/o dal direttore responsabile. Vi è altresì la responsabilità dell’editore. L’interesse pubblico, in altri termini, è garantito dalla particolare organizzazione aziendale ove l’attività è svolta”.

Se venisse accolta la richiesta di sospensione, il Tar la stabilirà entro 15-20 giorni dal deposito del ricorso.

 

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