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Terrore mediatico e dovere di informazione

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terrore_mediaticoDov’è il punto di equilibrio tra il dovere di informazione e l’orrore come strategia mediatica? Per suggerire una risposta, in occasione dell’incontro “La Jihad e l’Occidente” in calendario al Salone del Libro 2015 sabato 16 maggio si sono confrontati  Monica Maggioni, direttrice di RaiNews, e Franco Cardini, storico, esperto di relazioni tra cristianesimo e islam. Le loro più recenti pubblicazioni hanno in comune la parola “terrore” nel titolo e possono essere lette l’una come il naturale completamento dell’altra: “L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia” di Franco Cardini e “Terrore mediatico” di Monica Maggioni partono dal pretesto storico del racconto delle stragi di Parigi, dal 7 gennaio con l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo all’uccisione della poliziotta di guardia alla scuola ebraica fino all’11 gennaio con l’assalto al supermercato kosher.
“È l’Occidente il responsabile di questo ‘scontro di civiltà’?”, si chiede Cardini. Ma soprattutto cosa si intende per Occidente? Si tratta infatti di una realtà ampia, sfumata, sfuggente. “Coincide con le classi dirigenti, i poteri forti”, prosegue. “È diffuso nel mondo. La classe dirigente dei Paesi arabi non è forse ‘occidentale’ anche se porta la kefiah? L’ingegnere Bin Laden non era forse ‘occidentale’ in questa accezione? A toglierci lo scettro di forza portante del mondo contemporaneo saranno dunque altri occidentali”.

Ma in cosa risiede l’ipocrisia di cui addita l’Occidente? “Abbiamo scambiato valori materiali e immateriali con forza lavoro e materie prime. È questa la nostra ipocrisia indotta, involontaria, quasi innocente.”
È allora più facile dividere il mondo in due, avere l’illusione di una demarcazione netta tra buoni e cattivi, dove ciascuno sa sempre bene da che parte stare.
Hanno contribuito molto a questo inganno della mente i media e i professionisti dell’informazione nel racconto del quotidiano, filtrato attraverso le decisioni e le azioni della politica.
Monica Maggioni ha seguito con decine di ore di diretta i giorni degli attacchi di Parigi e della risposta simbolica dell’Occidente, ovvero la marcia repubblicana organizzata a Parigi l’11 maggio – non tanto espressione della riconciliazione tra mondo occidentale e mondo arabo quanto piuttosto di una Francia che aveva bisogno d riconciliarsi con se stessa.  “È stata raccontata con parole e simboli una realtà che meritava diversi punti di vista”, si rammarica la giornalista. “In quella diretta si è consumata la sintesi di 20 anni di lavoro sul campo, da quando abitavo a Lione e avevo seguito la situazione delle banlieue e il terrorismo di matrice franco-algerina fino alla guerra in Iraq per terminare con la presunta nascita dell’Isis.
Perchè parliamoci chiaro: è una fiaba giornalistica quella della nascita dell’Isis nel giugno 2014, quando al-Baghdadi ha unilateralmente proclamato la nascita del Califfato. L’Isis ha una genesi ben precisa che risale alla guerra in Iraq. Ma dal 2004 parlare di Iraq è stato impossibile nelle redazioni”. Apparentemente, infatti, non stava succedendo niente di “notiziabile”.

Da poco meno di un anno a questa parte, invece, si sono accesi i riflettori sul gruppo armato che terrorizza il mondo, facendo leva sull’ “allerta Isis” e puntando sul sensazionalismo, piuttosto che provando ad analizzare la social media strategy della propaganda jihadista.
Mandare in onda un video dell’Isis o decidere di non farlo significa compiere una scelta precisa”, precisa Monica Maggioni. “Noi abbiamo deciso di non farlo. Ma non trasmettere un video integrale non significa non parlare più di Isis. Quei video erano studiati secondo una costruzione articolata che era nostro dovere fare a pezzi per non dare loro possibilità narrativa. Semplificare l’informazione – rendendola semplicistica, non semplice – significa fare il gioco dei terroristi che vogliono minare la complessità”.

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